giovedì 28 marzo 2013

Il Vulture-Melfese nel tardo Settecento


Il Vulture-Melfese si colloca all'interno di un ampio territorio che si estende all'estremo nord della Basilicata, a sud del fiume Ofanto. Si trattava di un'area da sempre considerata “infeudata”, ove tra i gruppi baronali figuravano, a metà del secolo XVIII, i Caracciolo di Torella, principi di Lavello, che possedevano anche Atella, Barile, Rapolla, ed i Marino di Genzano, che estendevano la loro giurisdizione feudale anche su centri quali Oppido e Palazzo. 
L’area comprendeva i centri di Atella, Barile, Ginestra, Melfi, Rapolla, Ripacandida, Rionero, Maschito, Venosa, Ruvo del Monte, Rapone e San Fele, Palazzo, Maschito, Ripacandida, Barile, Pescopagano, S. Andrea, Conza, Teora, Lioni, C. Mosco, Cairano, Rapone, Bucito, Sallozzo, Montecchio, Margarito, Atello, S. Zaccheria, Mandra, Ruvo, S. Felice, L. dell'Abate, Pierno, Iscalonga, S. Maria e S- Croce. 
Un’area, quella del Vulture-Melfese, connotata da prevalente dimensione abitativa di tipo rurale, con una maggioranza di Terre e casali, tra i quali spiccavano i centri di Melfi, Rionero e Venosa.
Melfi era capitale di un feudo, quello dei Doria, di notevole rilevanza, sia per la delicata posizione strategica, che consentiva il controllo di province tradizionalmente turbolente e un facile accesso all’Adriatico, sia per la vocazione cerealicola dei suoi territori. Nello “Stato” di Melfi la continuità di governo era stata assicurata proprio dal solido impianto feudale della famiglia Doria, che sarebbe venuto meno solo sotto gli scossoni prodotti dalla legge eversiva della feudalità, nel 1806.
Lo Stato concesso al Doria nel 1531 da Carlo V originariamente comprendeva la città di Melfi, le terre di Candela e Forenza, il castello di Lagopesole. L’acquisizione di Lacedonia nel 1584 diede avvio alla politica di espansione del feudo: nel 1609 fu acquisita Rocchetta, nel 1612 Avigliano, nel 1613 S. Fele. Questo, dunque, l’assetto definitivo dello Stato, che - come si è detto - rimase in possesso della famiglia Doria fino al 1806. Il Principato, infatti, era arrivato a comprendere 2 città, Melfi e Lacedonia, 5 Terre e il feudo rustico di Lagopesole, sui quali i Doria esercitarono il proprio dominio fino all'abrogazione della feudalità, nonostante contrazioni dovute alla vendita di alcune terre. Tale “Stato”, tuttavia, anche se con San Fele e Avigliano recuperava parte degli antichi possedimenti dei Caracciolo, si sarebbe caratterizzato ormai per la sua dimensione sovra provinciale, comprendendo Lacedonia e Rocchetta.
Ancora per tutto il XVIII secolo, Melfi fu il centro dominante dell’area, in stretto rapporto con altre aree del Regno e, dunque, decisamente più dinamico rispetto alle aree interne della provincia, una realtà solidamente e “politicamente” feudale. Melfi aveva assunto un ruolo privilegiato, ben deducibile dalla carta statutaria e dalle grazie, che vedeva un peso baronale meno diretto, con un minor coinvolgimento del governatore. Il che aveva portato ad una maggior dinamica cetuale, già dal Cinquecento, nell’ambito del governo della città. In tale contesto, lo Stato di Melfi non era stato, dunque, solo un feudo da sfruttare per la vocazione cerealicola o per finanziare l’attività creditizia dei principi Doria: le notevoli, complesse, vicende dello Stato di Melfi, con l’oculato sfruttamento delle risorse agrarie da parte dei principi, comunque, diedero luogo ad una dinamica economica non facilmente riscontrabile in altre aree basilicatesi.
A metà del Settecento la popolazione era essenzialmente composta da contadini, notevolmente esposti alla pressione fiscale, nonostante una situazione economica ancora abbastanza positiva per il commercio del grano e dei cereali con le zone contermini. Inoltre, ampia parte dell’economia melfitana era collegata ai grandi allevamenti: i principi Doria, da Melfi, inviavano annualmente nei pascoli del Tavoliere, attraverso la via dell’Ofanto e della grande transumanza, fino a diecimila capi.
Nello stesso periodo, il centro maggiormente popolato era Rionero che, infatti, contava 8118 abitanti, mentre il centro con minor densità demografica era il casale di Ginestra, con soli 600 abitanti, ancora unito al centro di Ripacandida. Notevole era stata, altresì, la ripresa demografica di  Rapolla, che contava 3400 abitanti. Rionero, ancorché casale di Atella, era un centro cresciuto rapidamente nel corso del Settecento, grazie a processi di immigrazione che vedevano protagoniste anche famiglie “borghesi” da altre province del Regno, in conseguenza della favorevole posizione geografica rispetto agli altri centri circostanti: infatti l’abitato occupava la falda meridionale del Vulture, consentendo una favorevole posizione agricola e strategica, come vera porta della vallata.
Uno dei centri agricoli più fiorenti, ancorché non densamente popolato, era Barile, distante un miglio da Rionero e sette da Melfi, i cui terreni erano quasi tutti coltivati a vigne ed oliveti.
Nella parte sud-occidentale dell'area, sulle rive opposte della “fiumara” di Atella che sfocia nell'Ofanto, situati rispettivamente a 630 e 500 metri, erano Ruvo ed Atella, in posizione piuttosto sfavorevole, come si era evidenziato nel corso dello stesso XVIII secolo con le numerose epidemie di malaria, che avevano causato una notevole spinta migratoria a vantaggio dei centri vicini, in particolar modo Rionero, che avevano indebolito la locale economia, fondamentalmente basata sulla presenza di mercanti ed ecclesiastici non locali. Tra i ricchi enti ecclesiastici erano alcuni di notevole prestigio quali la Badia S. Angelo del Vulture, il santuario di S. Maria di Pierno ed i possedimenti del vescovado di Melfi.
Il piccolo centro montano di San Fele, fondato anch’esso su un’economia contadina di produzione cerealicola, era interessato, alla fine del Settecento, da notevoli pressioni per estendere le aree coltivate, a scapito degli interessi dei grandi allevatori locali, che cercavano di mantenere il controllo sull’economia locale inserendosi nell’amministrazione dell’Università, ricorrendo, altresì, frequentemente alle magistrature regie ed accusando i coltivatori di violare gli editti contro il disboscamento, in ciò spalleggiati dal locale feudatario, intenzionato a mantenere alto il profilo dell’economia pastorale che, come detto per Melfi, rendeva ai Doria ingenti profitti.
Tali centri, connotati da complesse dinamiche socio-economiche, evidenziano la disomogeneità di un’area che pure era connotata da notevole dinamismo economico e da profondi interscambi con le province contermini, con molti nuclei familiari registrati come “forestieri abitanti”: a metà del Settecento oscillavano dal 10% della popolazione (ad esempio a Melfi) al 25% di Palazzo San Gervasio, ed addirittura raggiungevano a Ripacandida il 48%. 
In questa situazione era ancora prevalente, all’interno delle singole comunità rurali, un’organizzazione chiusa e fortemente gerarchizzata, nella quale il sacerdote-amministratore svolgeva un ruolo di primaria importanza. Attorno a questa figura spirituale non ruotavano solo interessi religiosi, ma anche di carattere economico, attraverso censi sulle case e sui terreni, di concessioni e fitti per il pascolo come anche sui piccoli appezzamenti di terra coltivata. Tale tipologia di società a “grappolo” non era esclusiva delle chiese ricettizie, ma propria anche dei nuovi gruppi dirigenti rappresentati da pochissimi proprietari, e dagli amministratori dei beni del feudatario.

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