mercoledì 20 marzo 2013

Missanello nel "Cenno Storico" di Nicola Alianelli (1884)

Questo post è dedicato ai miei cari amici di Missanello. Con tutto il mio affetto.



CENNO STORICO DEL COMUNE DI MISSANELLO
coll’indicazione de' cittadini di esso che si sono distinti
per NICCOLA ALIANELLI



I. Rispondo, come per me si può, al gentile invito di scrivere un Sommario cenno storico di questa mia terra natale e di indicare il nome dè cittadini illustri per patriottismo, per lettere, per arti, o per scienza che vi sono nati colla limitazione opportunamente apposta, per dovere di convenienza, cioè di non parlare dei viventi, ma di far sola menzione dè personaggi estinti.
La carità del natio loco non mi fa velo all’intelletto da indurmi a fare e qui riferire congetture più o meno ardite sull’origine e sulle vicende di questa borgata; nel silenzio degli storici, nell’assoluto difetto di monumenti mi limiterò a dire soltanto ciò di che potrò indicare le fonti o di cui io stesso o altri viventi ancora siano stati testimoni.

II. E per cominciare dal nome, noto aver trovato scritto Missanello e Messanello e nella forma latina MISSANELLUM e MESSANELLUM; ho preferito la prima maniera non solamente perché è prevaluta ma anche e più perché due scrittori nati in questo Comune, dè quali farò menzione appresso, scrissero MISSANELLO nè loro libri messi a stampa dall’uno nel 1627 dall’altro nel 1724.

III. Nè tempi anteriori alla conquista di queste contrade compiuta da’ Normanni, noto due fatti che trovandosi simili in altri luoghi non possono servire di fondamento ad alcuna positiva induzione.
Il primo fatto è che nel dialetto di Missanello vi sono parecchie parole evidentemente greche. Dell’altro fatto debbo la notizia come d’alcune altre ancora, dall’egregio patriota, mio conterraneo e parente Sig. Rocco De Petrocellis, Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia.
Alquanti anni addietro nel territorio di questo Comune e propriamente nella contrada Tempone di Bernardo, furono rinvenute due monete romane di bronzo ed una di Metaponto d’argento.

IV. Il Documento più antico, almeno che io sappia, nel quale esplicitamente è nominato Missanello con tre Monasteri nel suo territorio è stato di Ruggero Normanno contenente la specifica enumerazione delle città e Terre che costituivano la Diocesi di Tricarico. Questo documento, con qualche altro analogo, come quello di Godano, fu pubblicato da Monsignor D. Antonio Zavarrone, vescovo di Tricarico, nel suo libro col titolo Esistenza e validità dè privilegi conceduti da’ Principi Normanni alla Chiesa Cattedrale di Tricarico, Napoli 1749.
Citando questi documenti, non ne impugno né ne confermo l’autenticità riconoscendomi incompetente a conoscere e giudicare di tal sorta di questioni; noto però che nell’acre polemica, ad occasione di quel libro, passata tra Mons. Zavarrone e l’Abbate Troyli, questi non mosse dubbio su tale autenticità. Ed io sono propenso ad accogliere la tesi della autenticità di tali documenti per la corrispondenza che vi si trova con altri documenti del tempo testè venuti alla luce.
Un secondo documento di non dubbia autenticità si ha nel Catalogo dei baroni pubblicato la prima volta dal Borrelli ed intorno al quale vi è un importante lavoro del Chiarissimo Bartolomeo Capasso, che mi fa lieto della sua amicizia.
Questo documento, dell’epoca di Guglielmo II, nota MESSANELLUM feudo di Guglielmo de Messanello, col peso di un milite. Potrebbe domandarsi se la famiglia feudataria prese il nome della Terra feudale, o all’opposto questa da quella, nel qual caso la fondazione della borgata sarebbe avvenuta in epoca relativamente recente.
Io ho per certo che il feudatario abbia preso il nome dalla terra feudale, sebbene si ignorasse l’origine di questa e perché sia stata così nominata.
Avvenne qualche volta che in un feudo disabitato, o per animo benigno o per calcolo d’interesse bene inteso, il feudatario vi attirasse una colonia, che anche poco numerosa da principio, accresciuta per generazioni e nuove immigrazioni, si costituiva in Università o vogliamo dire Comune; in tal caso poteva avvenire ed avvenne qualche volta, che la borgata prendesse il nome dal feudatario, o dalla consorte di lui.
Ma vi è una circostanza caratteristica per conoscere se in origine il feudo fu costituito su territorio avente una popolazione, o se invece sopra un disabitato.
Nel primo caso non tutto il territorio era feudale, ma solo il concesso a tal titolo, una parte restava di proprietà dè privati, dell’Università e di altri Corpi Morali, su questa parte il feudatario non aveva diritto di esigere alcuna prestazione, o era un abuso, una gravezza che si esercitava. Al contrario nel secondo caso tutto il territorio era feudale, tutto era redditizio al feudatario, si aveva la feudalità universale.
 Innanzi la Commissione per le liti feudali l’ex barone sostenne la feudalità universale sul territorio, ma la Commissione lo negò in virtù di molti documenti di epoche diverse, a cominciare dal 1455, dimostrò la coesistenza di terre feudali colle alloidali (Sentenza dè 28 maggio 1810, Bollettino detto anno n. V pag. 1008).
Si ha giusto motivo adunque, di ritenere che Missanello esisteva quando fu dato la prima volta “in feudo”, e la particella che premessa al Missanello nel citato Catalogo, viene a rafforzare l’argomento innanzi esposto.

V. L’ordine dè tempi mi porta a parlare d’un contratto intervenuto tra l’Università ed il feudatario.
Al piede della collina, sulla quale il paese è fondato, sulla sponda sinistra dell’Agri (Aciris) era un fondo feudale che per la sua qualità veniva chiamato Pantano. I cittadini e il feudatario dovevano intendere di quanta utilità a tutti sarebbe stata la bonificazione di questo fondo, ma i cittadini non potevano contentarsi di contratti a tempo limitato, il feudatario doveva non trovare conveniente pè suoi interessi dividere il fondo in piccole porzioni e farne concessione a titolo di enfiteusi perpetua ad altrettanti coloni. Gli opposti interessi furono conciliati nel seguente modo:
Il feudatario concesse il Pantano in enfiteusi perpetua all’Università e questa la succensuì in porzione a’ contadini. Il canone annuo a favore del feudatario fu fissato in ducati 16 contanti ed a tomoli 200 di grano alla piccola misura, pari a tomoli 150 alla grossa misura.
La data del contratto primitivo è ignota, ma certamente anteriore al 1592, perché della rendita con esso costituita si trova notizia in un rilievo di quell’anno.
Con altro contratto dei 12 dicembre 1610, in considerazione dè danni prodotti al fondo dal fiume, il canone in grano fu ridotto da tomoli 150 a 129.
Tali notizie ho tratto dal processo compilato avanti la Commissione per le liti feudali, la quale colla già menzionata sentenza riconobbe la legittimità della rendita in grano ed in denaro, dichiarando la prima commutabile, come fu commutata, in denaro ed ambe affrancabili.

VI. Sulla spianata della collina dinanzi menzionata esiste un antico edifizio che ha tutta la forma esterna di un castello feudale e luogo di abitazione del feudatario, e però la Terra aveva privilegi di Camera riservata. Se veramente in tempi remoti i feudatari a permanenza o in certe epoche e circostanze avessero abitato tale castello non posso dire, ma si può ritenere come certo, che ciò non sia avvenuto al principio del secolo XVII per la trasformazione del Castello in Monastero.
 Ho notato innanzi che nè documenti pubblicati da Monsignor Zavarroni si legge che alla data di esse nel territorio di Missanello erano tre Monasteri, aggiungo che di due di essi non si è conservata alcuna memoria, incerta e mal sicura, è la tradizione che riguarda il sito dell’altro.
 Invece fino all’ultima soppressione ha esistito un Monastero di Minori Osservanti. Nel 1622 il feudatario della Terra col Titolo di Marchese era D. Giovan Giacomo Coppola: costui rappresentato dal suo vicario generale, con istruzione dè 17 maggio pro salute animarum praedecessorum et successorum, donava alla provincia monastica dell’Ordine dè MM.OO. per istruirvi una famiglia dell’Ordine, il Castello suddetto, piccola ed ignobile parte riservata.
Alla donazione dell’edificio fu unita quella della somma di ducati 400 per ridurlo a monastero, d’un territorio dell’estensione di tomoli due presso l’edificio stesso e dell’annua prestazione di ducati 40 e tomoli 24 di grano. La quale donazione fu ratificata dal Marchese donante in Napoli con istrumento dè 3 giugno dell’anno stesso e dopo l’assenso dato dal vescovo diocesano il giorno 11, i Frati presero possesso il giorno 19 del detto mese.

VII. Niuno che sia anche poco istruito nella storia civile dell’ex reame di Napoli ignora che le città e le Terre, demaniali o feudali che fossero, costituivano Corpus, una Università con propri Comizi e reggimento elettivo.
Non esisteva una legge generale, come le moderne leggi Comunali, ma in ciascuna Università tutto era regolato dalle antiche tradizioni, dalle costumanze e qualche volta da particolari provvedimenti impartiti dal Sovrano. Seguiva da ciò che molta differenza si aveva da un luogo ad un altro, se non nè principi informatori, nelle modalità.
Nella totale mancanza di carte antiche nell’Archivio del Comune mi è utile aver potuto leggere i seguenti documenti:

1° Gli atti preliminari per la formazione del così detto Catasto dell’onciario eseguiti secondo le istruzioni date dalla regia Camera della Sommaria. Sono della seconda metà del passato secolo ed esistono nell’Archivio di Stato di Napoli.

2° Un istrumento de’ 19 giugno 1622 tra i reggimentari dell’Università di Missanello ed i rappresentanti la Provincia Monastica dell’ordine de’ MM.OO. In questo titolo è inserita la relativa deliberazione del Parlamento dell’Università colla data del 6 del mese stesso.

3° Un provvedimento della regia Camera della Sommaria del 9 settembre 1783, con inserita deliberazione del Parlamento del 19 agosto 1781; si confermava ed approvava quanto si era deliberato ed approvato nel 1622.

Da questi documenti, tanto più importanti poiché d’epoche molto distanti fra loro, risulta uniformemente che sugli affari d’interesse dell’Università di Missanello deliberavano i cittadini riuniti in Parlamento, senza limitazione di censo o di capacità, e che il reggimento e l’amministrazione dell’Università stessa erano affidati al Sindaco, ad un Capo Eletto ed a due Eletti, elettivi tutti. E che duravano in uffizio un anno.
Tutto ciò ebbe fine per gli ordinamenti municipali stabiliti nel regno dè Napoleonidi e confermati, anzi esagerati da Ferdinando I colla legge dè 12 dicembre 1816; però ne rimase viva la ricordanza nel popolo e ne passò la notizia per tradizione alle generazioni novelle a qual proposito non voglio omettere un aneddoto. Nell’ottobre del 1848 parlando con alcuni contadini miei conterranei dell’infelice sorta riserbata alla Costituzione, dissero essi sperare che almeno ne restasse che il Sindaco fosse nominato a voce dal popolo.

VIII. E qui l’ordine delle idee come quello dei tempi mi porterebbe a dire qual parte questi cittadini presero negli avvenimenti politici dell’ex reame, ma la regola prescritta di non parlare di personaggi viventi mi impone di tacere perfettamente dè fatti del 1848 e 1860, ancorché alcuno di quelli che vi presero parte, fosse già trapassato.
Non debbo tacere però che non vi fu alcun segno, a voce di reazione, ma anzi si cooperò alla repressione di essa altrove manifestata. In quanto al movimento repubblicano del 1799 ed alla successiva sanguinosa reazione, nessuna notizia speciale ho da dare.
 Nel 1820 questo Comune era preparato a prender parte alla rivoluzione, ma la lontananza del centro del movimento co’ lenti mezzi di comunicazione allora in uso e perché gli avvenimenti corsero rapidissimi, come è noto, fecero che mancasse il tempo e l’opportunità dell’azione. Ma il paese non fu sordo, né lento alla chiamata della patria dopo la dichiarazione di guerra del 1821.
 Il Signor Pier Luigi De Petrocellis, d’onorata ricordanza, per nomina del Comandante in Capo fatta con brevetto del 6 febbraio 1818 era Primo Tenente delle Milizie Provinciali. All’appello rispose marciando colla sua Compagnia senza dilazione alcuna. Egli lasciava vecchi genitori e due teneri figli privi di madre. Giunto a Capua ebbe il comando col grado di Capitano della forza che custodiva la porta di Napoli di quella fortezza. Ritornò addolorato in seno alla famiglia.

IX. Lo stato delle antiche fabbriche di questo paese indica che da epoca lontanissima qui non siavi stata alcuna grave scossa di terremuoto; non fu così nel 1857. Trascrivo la memoria lasciatane dal Curato nel libro parrocchiale dè morti.

Nella notte che seguì il giorno 16 di Dicembre 1857, alle ore 4 e minuti 5 avvenne il terribile tremuoto che cagionò il crollamento non solo della Chiesa Madre e del Monastero, ma benanche di molte abitazioni del paese e vili tuguri, ed alti palagi, riducendo tutti gli abitanti e nobili e plebei, sacerdoti e religiosi, a vivere insieme di giorno e di notte per più tempo, in aperta campagna, essendo restati vittime sotto le rovine i seguenti individui al numero di quattordici.

Ho giudicato inutile riportare i quattordici nomi, noto soltanto che del numero tale quattro maschi e tre femmine non oltrepassavano l’età di 10 anni, degli altri furono due maschi e cinque femmine.

X. Tutte le volte che questa provincia fu invasa dal colera, questo Comune ebbe, come altri ancora, il privilegio di rimanere immune; ma nell’invasione del 1855 avvenne un fatto che credo dover notare. Proveniente da luogo infetto giungeva nel seno della sua famiglia gravemente infermo il giovane Sacerdote D. Gaetano Pandolfi e dopo due giorni, il 23 agosto, cessò di vivere. Il Medico curante, l’ora defunto Cav. Francesco Pizzicara, dichiarò che la malattia fosse stato vero colera asiatico contratto nel luogo donde perveniva e lo stesso giudizio deve darsi stando a’ ragguagli che si danno dal germano della vittima, il Curato D. Costantino. Certo è che il paese e la famiglia rimasero immuni.
Ho notato il fatto; se col confronto di altri simili e con altre opportune osservazioni possono dedursene confortanti conseguenze per l’avvenire lo lascio a’ dotti nella materia.

XI. EMIGRAZIONE: La prima partenza di contadini per le contrade di Oltremare avvenne in aprile 1874, l’ultima di due soli individui è avvenuta il maggio di quest’anno 1884. In tutto gli emigrati sono stati 86, compresa una famiglia di 7 individui, un uomo, due donne, due bimbi e due giovanetti minori di 10 anni. Qual numero può apparire grande, rispetto alla popolazione tutta, di poco superiore al migliaio, secondo l’ultimo censimento del 1881, ma si vuol considerare che si tratta di vera emigrazione temporanea, che 34 sono già tornati alla terra natale con un modesto gruzzolo, oltre le sommette spedite alle famiglie durante l’assenza, tre sono morti, dè 49 rimanenti uno è in Egitto, 4 a Buenos Ayres, gli altri a Nuova York, tutti o quasi col proposito di tornare.

XII. A compiere l’incarico affidatomi, non resta che parlare degli uomini illustri per patriottismo, per lettere, scienze, per arti qui nati.
Ho pensato di non dover prendere la parola illustre nel suo più alto e stretto significato, e senza nominare ogni notaro o giudice a contratti, ogni sacerdote ecc per prendere nota di coloro che pur dovendo attendere alla propria azienda, diedero opera agli studi più alti. Spero che tali ricordanze saranno stimolo alla nuova generazione per arricchire la mente di cognizioni coll’indirizzo proprio delle nuove condizioni economiche e politiche.
I seguenti elenchi, meno che per una sola persona, come sarà indicato, riguardano i vissuti nel secolo passato e nel presente. Mancano le notizie dè tempi più antichi.
Illustre per patriottismo il nominato Pier Luigi De Petrocellis.
Illustri per scienze e lettere:

1° Dottori in legge. Luciano De Petrocellis, padre di Pier Luigi seniore; Francesco Antonio De Petrocellis, congiunto dè precedenti, s’ignora in qual grado; Giambattista Desiderio, padre Francesco Antonio Desiderio o de Syderio; Giuseppe Maria Alianelli di Giovanni Battista; Giuseppe Orazio Giglio; Basileo De Pierro; Giuseppe Alianelli di Nicola. Di quest’ultimo, morto in Napoli il 26 giugno 1876 d’anni 41 non compiuti restano due lavori messi a stampa nel 1866 in Napoli, Tipografia di Emanuele Rocco:
a) Su’ mezzi impiegati da’ Romani nè bisogni straordinari dell’erario - Considerazioni;
b) Supplemento dè Codici penale e di procedura penale del regno d’Italia, ossia collezione delle Leggi e dè Decreti ed altri atti del Governo relativi alle materie penali con nozioni preliminari a ciascun argomento trattato.

2) Dottori in medicina: Luzio l’Abbella o La Bella; Domenico Paladino; Senatro Antonio Curto o De Curtis; Giuseppe Di Giglio; Giuseppe Bavuso o Bavusi; Luigi De Pyrro.

3) Teologi: Padre F. Callisto da Missanello, Domenicano nel Monastero di Santa Maria della Sanità in Napoli, Padre della Congregazione del Rosario, ivi stabilito. Di lui si ha un libro col titolo: regola e costituzione che osservano li fratelli del SS. Rosario della Sanità di Napoli ecc. in Napoli, per Lazzaro Scoriggio 1627. Nel frontespizio non si legge Stampato il nome dell’autore ma vi è manoscritto e forse autografo nell’esemplare che io possiedo e risulta da più luoghi del libro ed è detto esplicitamente nel libro del P. Genovese. Ignoro il nome di famiglia di questo Padre Callisto. Padre F. Bartolomeo Genovese da Missanello in Basilicata dell’ordine dei servi di Maria in Napoli, pubblicò un libro di cui possiedo un esemplare col titolo: La consolatrice degli afflitti: Maria in Napoli 1724 nella tipografia di Antonio Tivani. La famiglia Genovese o Genuese come si legge nei libri parrocchiali, si estinse verso la fine del secolo 18°.
P. Giuseppe Alianelli dè Minori di S. Francesco di Paola in Napoli. Nel libro parrocchiale dè morti sotto la data 28 maggio 1779 l’allora arciprete curato D. Giuseppe La Bella, scrisse un articolo in onore del P. Giuseppe di cui trascrivo le parti principali:

Ex literis nobis datis per reverendum D. Michelum Arcangelum La Bella carissimum germanum fratrem nostrum... non sine ingenti cordis dolore fuimus certiores facti de intempestiva morte reverendi Patri Josephi Alianelli nostri indigenae honoratissimi de familia perillustris religionis S. Francisci de Paola alumni, theologi insignis et panagiristae eximi et omnigenae eruditionis compotis...

P. Giuseppe morì all’età d’anni 66 nella notte tra il Venerdì ed il Sabato vigilia di Pentecoste, 21 maggio 1779.

4) Illustre per arte: Pittore Antonio La bella. Nel sovramenzionato libro parrocchiale dè morti sotto la data 4 marzo 1765 lo stesso curato D. Giuseppe La Bella nel registrare la morte del padre Dottore in medicina Lucio, fa menzione dell’avo Antonio in arte pingendi insignis. Null’altro si sa di questo artista, probabilmente lasciò qualche lavoro nella sua famiglia, ma questa ricaduta in basso. È poi estinta perloché resta isolata la notizia dianzi riferita.
Da Missanello Agosto 1884

Fonte: A. Di Leo, Missanello. Note e appunti per una storia, introduzione di A. D’Andria, Potenza, STES, 2009, pp. 8-20.

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