martedì 30 aprile 2013

Feudatari di Basilicata. 2. I feudi ecclesiastici


A fronte della quasi assenza della microsignoria, che con lo 0,60% di fuochi di vassalli poneva la Basilicata al livello di presenza più basso fra le province del Mezzogiorno, la media signoria registrava il 43,07%, con 13.429 fuochi incardinati, e la grande signoria, con i suoi complessivi 17.558 fuochi,  colpiva il  56,31%  della popolazione  provinciale infeudata.  
Dunque, si trattava, a metà Cinquecento, di 50 signorie per 98 villaggi e un totale di 31.175 fuochi di vassalli. Un dato percentuale che poneva la provincia della Basilicata al penultimo posto tra le province del Regno. 
Importante, poi, era la feudalità ecclesiastica, sia quella riconducibile a titoli vescovili, sia quella esercitata da ordini religiosi. Nella Basilicata della prima età moderna, infatti, erano investiti di titoli feudali i vescovi di Anglona e Tursi (barone del feudo di Anglona), di Campagna e Satriano (conte di Castellaro e Perolla), di Melfi e Rapolla (conte di Salsola e barone di Gaudiano, con rispettivi castelli e territori), il vescovo di Tricarico, barone di Armento e Montemurro. 
A livello di ordini religiosi esercitavano giurisdizioni feudali i benedettini della Ss.ma Trinità di Cava (a Tramutola), i basiliani, cistercensi, certosini e gesuiti, presenti nella parte meridionale della provincia, peraltro in un’area a diffusa presenza feudale laica di alcune tra le più grandi casate feudali del Regno, dai Sanseverino di Bisignano (a Chiaromonte) ai Doria (a Tursi) ai Pignatelli (a Casalnuovo, Cersosimo, S. Costantino Albanese, Senise, S. Giorgio Lucano, Noja), ai Carafa (Colobraro, Roccanova, S. Chirico Raparo, Sant’Arcangelo).  In tale contesto, erano, poi, presenti i complessi monastici dei Basiliani di S. Elia di Carbone, dei Certosini di  S.Nicola in Valle di Chiaromonte, dei Cistercensi di S. Maria del Sagittario, tutti nell’ambito della diocesi di Anglona-Tursi, titolari di antichi feudi rustici. Inoltre,  nella stessa diocesi i Gesuiti erano titolari dell’esteso feudo di Policoro, a poca distanza, ma ricadenti nella diocesi di Acerenza-Matera, la Certosa di Padula possedeva San Basilio e Santa Maria di Pisticci. Nell’area a nord-est della provincia era il feudo della Badia di Banzi, dipendente dal cenobio di Montecassino fino al 1475, cui subentrarono gli Agostiniani nel  1536 e i Minori riformati nel 1665.
Solo in parte ricadente in Basilicata era, ancora, il peculiare feudo ecclesiastico di Castellaro e Perolla, quasi un’enclave all’interno del più vasto feudo di Satriano, nel quale si susseguirono le signorie dei Sanseverino, dei Caracciolo di Brienza e dei principi di Stigliano fino a quando, nel 1697, fu devoluto al regio fisco ed acquistato per 37.000 ducati dai Laviano, già baroni di Salvia.
In realtà molti esponenti della feudalità ecclesiastica provenivano alle grandi famiglie feudali: alla famiglia dei Carafa era legato il nome di alcuni illustri ecclesiastici del tempo come quello di Oliviero Carafa, abate commendatario della badia di Monticchio, troviamo lo stesso legame anche per la famiglia dei Caracciolo. Questo intreccio tra potere feudale e potere religioso portò a creare nell'età moderna inestricabili reti di nepotismo e parentela
 

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