martedì 23 aprile 2013

Nicola Sole, il poeta della contraddizione


Nicola Sole nacque a Senise 31 marzo del 1821, da Biagio Antonio e Raffaella Dursio: dopo la prematura morte del padre, fu educato ed allevato dallo zio arciprete, Giuseppe Antonio Sole, che nel 1831 lo mandò al seminario di Tursi, dove studiò fino al 1835. Nel 1836, Sole iniziò a praticare studi di medicina, prima come praticante a San Chirico Raparo e poi a San Giorgio Lucano, per trasferirsi, infine, all'età di 19 anni, a Napoli, dove abbandonò gli studi medici e si dedicò alla giurisprudenza, laureandosi nel 1845. 
Nel frattempo, aveva iniziato a dedicarsi alla letteratura ed a frequentare importanti salotti letterari dell'epoca, accostandosi alla corrente neoguelfa di Gioberti.
Trasferitosi a Potenza, dove iniziò ad esercitare la professione di avvocato, partecipò alla rivoluzione del 1848, acclamando pubblicamente la necessità della Costituzione. Sempre in quell'anno, pubblicò per il tipografo editore Vincenzo Santanello la sua prima raccolta di poesie, L’Arpa lucana ed alcune delle poesie della raccolta (Ai Siciliani, A Carlo Alberto, A Vincenzo Gioberti, All’Italia), all'indomani della repressione, ne aggravarono la posizione, costringendolo ad essere latitante tra il 1849 ed il 1852. Basti pensare ai versi de La Guerra:


Dai monti, dai piani, dai mari venite,
figliuoli d’Italia; la guerra v’aspetta;
in sella montate: le lance brandite;
correte nei ranghi: gridate vendetta:
Coraggio, coraggio! La guerra è la vita;
la pace de’ servi mai vita non fu:
l’Europa commossa fra l’armi v’invita:
vi scorra nei petti novella virtù.


O ancora, da All'Italia:



O genti amiche! E’ il giorno
de la gioia universa!
Oh benvenuti intorno
a questa Donna da l’Avello emersa!
O genti amiche! Una fra voi soltanto,
quasi piagata leonessa, freme,
e rugge e piange sanguinoso pianto,
inquieta per adulta speme… 

Solo nel 1853, su invito del fratello sacerdote, Sole si costituì chiedendo ed ottenendo l'amnistia, dopo un periodo nel carcere di Lagonegro e poi in quello di Potenza. Deluso da questa esperienza, si ritirò a Senise, dove visse in completo isolamento, dedicandosi esclusivamente alla lettura e allo studio: nel Convento dei cappuccini di proprietà della sua famiglia volgeva in prosa la Divina Commedia e traduceva il Cantico dei cantici, oltre a dedicarsi a traduzioni dai classici greci e latini. 
Solo tre anni dopo fu, però, accusato di far parte della Giovine Italia (movimento fondato da Vincenzo d'Errico) e coinvolto nel processo contro Emilio Maffei: fu, pertanto, incarcerato dopo un breve periodo di latitanza e, terminato il periodo di reclusione, tornò al suo paese natale. Nel luglio del 1857, ottenuto finalmente il passaporto per l’intercessione di Achille De Clemente, direttore dell’antiborbonico «L'Iride», poté tornare a Napoli, dove la collaborazione al giornale gli assicurò una vasta notorietà. 


Il 16 dicembre 1857 un disastroso terremoto devastò la Basilicata e, dalle pagine dell’«Iride», Sole cantò le vittime e le distruzioni della sua terra e stampò i suoi Canti per devolverne il ricavato alle vittime. Nel suo Salmo scriveva (vv. 1-3):

Signore! I tuoi clementi occhi dechina
Su le ripe Lucane, ove la vita
Fra il terror si dibatte e la ruina!

Nel 1859, Sole abbandonò Napoli, forse perché la Danza inaugurale scritta per le nozze di Francesco II e Maria Sofia fu argomento di aspre critiche da parte dei letterati e dei liberali. Il poeta, già malato di tubercolosi, dopo un breve soggiorno a Torre del Greco, si spense a Senise l’11 dicembre 1859: aveva solo trentotto anni. Aveva, tra l'altro, scritto, proprio a Torre, nel settembre, ormai stanco:


Da queste onde tranquille,
     Che sì pura del ciel rendon l’imago
     E in ampio giro d’isole e di ville
     Ridono in vista di sereno lago;

E da questo infocato
     Monte che tuona vaporando, e pare
     Mal volentieri sul confin locato
     De l’inimico armonioso Mare;

Una voce profonda
     Vien per la notte a l’anima solinga, 
     Quando più l’aura mormora a la sponda,
     E i brevi sonni al pescator lusinga,

E lungo il curvo lito,
     Ogni altra voce, lontanando, tacque,
     E per l’etra lucente ed infinito
     Passa la tarda luna alta su l’acque!

T’intendo, eco verace
     De l’eterna parola, onde, le avverse
     Forze composte in ammiranda pace,
     La beltà varia del creato emerse! 

E l’alma canta, ed osa
     Mescer le note de’ concenti umani
     A la santa armonia che senza posa
     Vien dal fondo de’ mari e de’ vulcani!




Nessun commento:

Posta un commento