martedì 7 maggio 2013

La Basilicata contemporanea. 1. Giustino Fortunato, padre nobile della politica lucana


Giustino Fortunato nacque il 4 settembre 1848 a Rionero in Vulture (Potenza) da Pasquale e Antonia Rapolla, in una famiglia caratterizzata da solida lealtà alla dinastia borbonica.
Frequentò un convitto di gesuiti a Napoli fino al 1860, quando venne ricondotto a Rionero, ove si provvide privatamente alla sua istruzione. Nel 1861, mentre infuriava la rivolta filoborbonica, che ebbe il suo centro proprio nel Melfese, due zii paterni, Gennaro e Giuseppe, furono arrestati con l'accusa di cospirazione contro il nuovo Regno e di intese con i capi briganti. In seguito fu arrestato anche il padre del Fortunato, per oltraggio all'ufficiale che aveva eseguito i mandati di cattura. Da questa accusa i Fortunato furono assolti per insufficienza di prove nell'agosto 1862.
L'episodio segnò in profondità il Fortunato, che a esso tornava spesso come all'avvenimento decisivo della sua vita, riflettendo su quegli avvenimenti e riuscendo a collocarli in un contesto più ampio. La ferocia della rivolta gli fece intravedere la miseria e l'arretratezza delle moltitudini contadine. Avvertì anche l'angustia delle lotte politiche locali, con le contese meschine e gli odi spietati. In lui cominciò a farsi strada l'idea che a tale situazione avrebbe potuto essere di rimedio l'appena compiuta Unità d'Italia, premessa di un più equilibrato sviluppo civile.
Nell'autunno del 1862 tornò a Napoli, insieme con il fratello Ernesto, per studiare nel collegio degli scolopi di S. Carlo alle Mortelle. Uscito dal collegio nel 1865, visse con la famiglia a Napoli; conseguita la licenza si iscrisse, insieme col fratello, alla facoltà di legge dell'università cittadina, dove si laureò nel dicembre del 1869. Non mostrò, però, particolare passione per gli studi giuridici, preferendo quelli storici. Seguì anche i corsi di L. Settembrini, di cui divenne intrinseco.
In questa fase le idee politiche del F. si delineavano già con notevole chiarezza: si dichiarava "moderato" e fiero avversario della Sinistra storica meridionale; coglieva il ruolo determinante che la politica cavouriana aveva avuto nel compimento dell'Unità attraverso l'alleanza con Napoleone III, pur conservando una certa diffidenza verso la Francia; si era venuto, inoltre, convincendo che "gli italiani mancano di carattere" (Carteggio, I, p. 8).
Dopo la laurea il F. era ancora incerto sul suo avvenire. Attratto dall'arte, avrebbe voluto seguire i corsi dell'Accademia diretta da G. Morelli, ma i familiari non gliene diedero il permesso. Intraprese allora lo studio del tedesco, in sintonia con la cultura napoletana della seconda metà dell'Ottocento; ma sempre più urgente si faceva in lui l'interrogativo, di natura morale e politica, circa l'inferiorità del Mezzogiorno. Il desiderio di chiarire questo "primo enimma" (ibid., II, p. 271), lo portò a diverse e complementari esperienze attraverso le quali doveva maturare la sua visione definitiva del problema.
Nel 1872 venne fondata a Napoli la sezione del Club alpino italiano. Qui, sotto la guida del professor N.A. Pedicino, botanico, e ancor più del suo assistente A. Jatta, il F. cominciò ad acquisire cognizioni precise sulle terre meridionali. Dal raffronto e dal contrasto tra la rude e povera natura dell'Appennino meridionale con "la grande distesa d'acque e di verde che… copre il resto della penisola" gli venne una prima risposta al suo interrogativo.
Dal 1872 al 1876 il F. seguì all'università i corsi di letteratura di F. De Sanctis di cui assorbì profondamente l'insegnamento e da cui trasse la convinzione della pochezza della storia d'Italia: un paese privo di grandi tradizioni politiche e civili, il cui emblema era il letterato attento solo ai suoi interessi, l'uomo del Guicciardini. In definitiva il F. raccoglieva del De Sanctis il tratto più caratteristicamente risorgimentale, facendolo intimamente proprio. Questa lezione si potrà leggere al fondo della sua costante e ripetuta deplorazione della scarsa tempra morale del carattere nazionale.
Nel F. convergevano influenze diverse dove la consapevolezza delle cause naturali e geografiche dell'arretratezza meridionale conviveva con un'aspirazione schiettamente etica all'azione concreta e fattiva. A questa commistione di diversi approcci non era estranea la sua consuetudine con la cultura tedesca, in cui aveva privilegiato la lettura di J.G. Herder, ma soprattutto la sintonia d'ordine sia sentimentale sia razionale con l'opera di J.W. Goethe e con lo svolgimento del rapporto unitario, a essa proprio, tra natura, storia, arte e costumi.
Accanto a questi motivi culturali va considerato anche un elemento di ordine familiare e personale. Nel 1872, dopo due anni di pratica legale, il fratello Ernesto decise di dedicarsi alla conduzione e all'amministrazione delle terre. Dal gennaio 1873 si trasferì a Gaudiano per rimettere ordine nelle proprietà dissestate e riuscì a trasformarle in un'azienda modello, assicurando con il suo lavoro il sostentamento a tutta la famiglia.
Rispetto a tale scelta il F. si sentì chiamato a cercare una propria strada; in quel periodo cominciò a collaborare in maniera sempre più assidua a giornali moderati quali La Patria e l'Unità nazionale. Nel 1873 vinse il concorso per il ruolo dei funzionari di prefettura cui, però, rinunciò; a Napoli, sempre più assorbito dall'attività giornalistica, fu in contatto costante con P. Turiello, con cui instaurò un rapporto di grande amicizia; su sollecitazione di questo tradusse, nel 1873, la parte del Viaggio in Italia di Goethe relativa a Napoli, pubblicandola nella primavera successiva come "appendice" sull'Unità nazionale. Dal Turiello mutuò anche un maggior interesse e una più precisa conoscenza dei problemi locali, dalla situazione igienico-edilizia di Napoli alle convenzioni ferroviarie, dall'emigrazione agli istituti di previdenza.
Nel 1874 il F. pubblicò Ricordi di Napoli (Milano; rist. Napoli 1987), una raccolta di brevi scritti composti negli anni precedenti, a partire dal 1870, caratterizzati da una descrizione artistica e paesaggistica d'ispirazione goethiana nella contemplazione unitaria dei fenomeni naturali e artistici.
L'esperienza giornalistica, intanto, gli aveva aperto una nuova strada. Il 6 febbr. 1874 aveva pubblicato su l'Unità nazionale un lungo articolo sulla nuova banca di credito popolare di Rionero: una forma societaria utile per introdurre il credito in regioni devastate dall'usura, consentendo la formazione di capitali. In un successivo editoriale del 27 febbraio il giornale fece propria la tesi dell'articolo e il 2 marzo, alla riunione dell'Associazione unitaria meridionale, fu insediata una commissione incaricata di studiare il problema e proporre le migliori soluzioni. Membro della commissione e poi relatore fu il F., la cui relazione - un'autentica monografia - venne pubblicata con il titolo: Delle società cooperative di credito (Napoli 1875; 2ª ed., Milano 1877).
Se l'articolo era stato scritto basandosi sull'esperienza della banca di Rionero, la relazione dell'anno successivo era il frutto di una più ampia documentazione italiana ed europea e forniva anche un quadro delle idee politiche del F. in quel periodo: solo sotto la tutela delle classi più agiate il credito cooperativo popolare avrebbe potuto diventare uno strumento di progresso civile. Fin da allora era quindi chiaro al F. che una classe proprietaria si giustificava come classe dirigente solo se capace di comportamenti che superassero il proprio interesse ristretto.
Nell'estate del 1875 il F. lesse - e discusse a lungo col Turiello - il libro a doppia firma di L. Franchetti, Condizioni economiche ed amministrative delle provincie napoletane, e S. Sonnino, La mezzeria in Toscana (Firenze 1875); pochi anni dopo (ibid. 1878) comparvero Le lettere meridionali di P. Villari. Queste pubblicazioni diedero al F. l'impressione di esser partecipe di una corrente d'opinione in cui anche altri indirizzavano in senso analogo al suo la loro riflessione. A partire dal 1878, su indicazione del Villari, divenne corrispondente della Rassegna settimanale di S. Sonnino e L. Franchetti, pubblicandovi un insieme di contributi critici che denotano la sua accresciuta capacità di analisi sociale e politica.
Fra questi scritti spiccano le corrispondenze da Napoli che, anche con il supporto di una vasta documentazione statistica, davano un quadro preciso dei problemi dell'economia napoletana, da sempre asfittica e non animata da un ceto intermedio sollecito dei propri interessi e, a un tempo, dell'elevazione delle classi povere. Altri due scritti furono dedicati alle liti demaniali e ai Monti frumentari. Per questi ultimi il F. proponeva di non trasformarli impropriamente in istituti di credito, ma di mantenere la loro utile funzione di sussidio in natura agli agricoltori. Invece, in un secondo gruppo di saggi, steso tra il 1877 e il 1878 - e raccolto poi, con uno scritto del 1880 come introduzione, in un volumetto intitolato L'Appennino della Campania(Napoli 1884) -, si evidenziava una sua maggiore attenzione al censimento di notizie geologiche, botaniche e geografiche, frutto di un notevole lavoro preparatorio.
Il passaggio dalla maturazione di molteplici elementi di riflessione a una felice sintesi tra essi era avvertibile in alcune corrispondenze - non tutte poi raccolte in volume - per la Rassegna e in particolare in un articolo del 1879 sull'emigrazione. Tale scritto non è importante per il giudizio negativo sul fenomeno analizzato e per la soluzione suggerita - sostituire la mezzadria al fitto - ma per la visione complessiva e il collegamento fra i diversi temi che in esso si palesa. Accanto alla sfiducia nella borghesia meridionale, di cui vedeva come espressione politica la Sinistra, priva di senso di responsabilità sociale, comparivano per la prima volta sistemati e definiti i motivi naturalistici e storici che dovevano caratterizzare il meridionalismo del Fortunato. Dall'accenno alla malaria, "perenne maledizione di quasi tutta l'Italia meridionale" (Scritti varii, Firenze 1928, p. 224), alla considerazione che il Mezzogiorno "è quello che ne han fatto la natura ingrata e la sorte avversa: una gran causa di debolezza, politica ed economica, per tutta quanta l'Italia, il cui destino è quindi riposto nella resurrezione del Mezzogiorno" (ibid., p. 227).
La candidatura alle elezioni del maggio 1880 fu lo sbocco quasi inevitabile di questa lunga stagione di studi e di indagini. Il F. - appoggiato soprattutto a Rionero che lo votò compatta, ma riuscendo a far breccia anche nel resto del collegio - risultò eletto. Come farà fino al 1892, il F. non si presentò nel collegio durante la campagna elettorale, ma espose le sue idee in una lettera-appello agli elettori.
In Parlamento il F. si riconobbe, all'inizio, nel piccolo gruppo dei cosiddetti "rassegnati". Nonostante la giovane età, l'ampia conoscenza dei problemi gli consentì di intervenire da subito con autorevolezza in materia di Monti frumentari e di demani. La necessità di sintesi, legata al ritmo della vita politica, lo portò, inoltre, a precisare i motivi ispiratori del suo impegno, e a riassumere e definire con chiarezza la sua impostazione del problema meridionale.
I
l primo intervento del F. su di un argomento di politica generale si ebbe nel marzo del 1881, in occasione della discussione sulla nuova legge elettorale, quando prese posizione contro lo scrutinio di lista. Il F. si mosse anche in favore delle richieste del suo collegio: dall'aggregazione del casale di Sterpito al Comune di Avagliano alla delimitazione dei Comuni di Rionero e Avella, dal riconoscimento dell'istituto tecnico di Melfi alla strada rotabile del Vulture, alla ferrovia ofantina, iniziativa che lo tenne impegnato fino al 1897.
Il F. acquistò presto reputazione di deputato scrupoloso e autorevole, dotato di indipendenza di giudizio, un aspetto, questo, che si sarebbe accentuato con il passar del tempo. Nello stesso periodo strinse numerose amicizie, divenendo intrinseco di un gruppo di deputati genovesi, fra cui N. Mameli, nonché intimo di F. Martini, cui sottoponeva il testo dei suoi discorsi, e abituale frequentatore del suo salotto.
Sul piano delle scelte e delle valutazioni più propriamente politiche il F. si pronunciò ripetutamente a favore di una rifondazione dei partiti, una esigenza largamente condivisa in quel periodo quando appariva evidente, soprattutto dopo l'avvento della Sinistra al potere, che le distinzioni tradizionali erano venute meno senza che se ne formassero delle nuove.
Se il F. appoggiò A. Depretis, pur non condividendo la decisione di chiudere anticipatamente la legislatura nel 1886, al momento del varo del governo Crispi non ne sostenne, come Sonnino e Franchetti, la politica. La sua opposizione riguardò le garanzie liberali non meno della politica economica. Anzitutto espresse contrarietà al dazio sul grano, una presa di posizione liberoscambista che non attenuava il suo statalismo. Contemporaneamente si affacciavano nel F. preoccupazioni sull'assetto finanziario dello Stato, che resteranno poi sempre al centro della sua attenzione.
Avvicinatosi a G. Zanardelli, di cui condivise le scelte politiche di fondo e a cui rimase legato, il F. risultò, però, sempre più isolato nell'arena parlamentare. All'indipendenza di giudizio manifestata in ogni occasione e all'atteggiamento al tempo stesso schivo e anticonformista si aggiungeva il rifiuto, pur se più volte sollecitato, di entrare in un ministero. L'unico incarico che ebbe fu quello di segretario alla presidenza della Camera dal 1886 al 1897.
Anche se spesso il suo argomentare prendeva spunto dalla situazione dell'Italia meridionale, il suo interesse principale era sempre la preoccupazione unitaria che faceva da guida al suo meridionalismo. Tale preoccupazione di fondo si sommava con quelle derivanti dallo spettacolo del malessere sociale prodotto dalla difficile condizione economica. Nella soluzione proposta - una sistemazione organica del bilancio dello Stato per ottenere un avanzo che bisognava "rivolgere, per dovere di umanità, a sollievo delle classi lavoratrici" (Il Mezzogiorno…, p. 228) - elementi di patronato e di azione riequilibratrice da affidare allo Stato convivevano con una coscienza acuta della necessità di favorire il risparmio, evitando le spese statali inutili e diminuendo la tassazione, specie quella ingiusta come il dazio consumo. Inoltre, il F. si rendeva conto che queste richieste, per non ridursi a una generica sommatoria di proposte inconciliabili, richiedevano un indirizzo di politica generale prudente, un atteggiamento di moderazione in politica interna ed estera.
Nelle sue analisi politiche il F. portava una larga informazione e una notevole e sempre aggiornata cultura storica, politica e sociale. Da questo derivava anche, in gran parte, quella che è stata definita la sua visione "positivistica", nella quale tuttavia proprio l'atteggiamento positivistico, per quanto evidente, non era né decisivo né determinante. Più che una scelta di pensiero esso era una coloritura, risultato degli studi e degli approfondimenti economico-sociali che il suo modo d'intendere l'impegno politico rendeva necessari.
L'attività parlamentare, per quanto intensa, non era esaustiva degli impegni del F. e, anzi, si alimentava in un ampio retroterra civile e sociale. Accanto all'impegno per il collegio, indirizzato a ricondurre a richieste di carattere generale le sollecitazioni minute, il F. tenne nei confronti dei suoi elettori un atteggiamento sempre attento e sollecito. La sua casa napoletana di via Vittoria Colonna era aperta ai visitatori, e i comprovinciali vi trovavano mensa ospitale; il suo salotto era un luogo di incontro vivace.
Il centro morale e spirituale della sua attività, comunque, restava sempre Gaudiano, dove si recava tutte le volte che poteva. L'azienda familiare, guidata dal fratello, era per il F. anche un modello economico e sociale. Molte delle sue idee, richieste e proposte politiche traevano origine dall'osservazione dell'esperienza di Gaudiano. Per capire l'azione del F. e la sua evoluzione è indispensabile tener presente questo insieme di relazioni e di rapporti. Esso costituiva una rete da cui attingere informazioni sempre attendibili e in cui verificare le proprie convinzioni e opinioni. E a esso va riportato anche il mutamento di orientamento politico più rilevante operato dal F., la cosiddetta svolta liberista del 1898.
Sul piano politico generale era venuta meno la fiducia nel rinnovamento e nella rifondazione dei partiti. Una consapevolezza che acuiva la percezione delle difficoltà del paese, anche di fronte all'affermarsi sempre più deciso della questione sociale. In tale contesto il F. moltiplicava gli inviti al realismo, all'osservazione dei fatti, alla comprensione e allo studio dell'Italia com'era e non come si voleva o si immaginava che fosse. Da qui il sempre più insistito richiamo alla necessità di una moderazione nei fini abbandonando i sogni da grande potenza e preferendo una politica di raccoglimento economico e scevra da mire espansionistiche. A questo si aggiunse la riflessione sui moti del 1898 in Puglia, che avevano rivelato la difficile situazione economica delle province meridionali e la crisi dell'agricoltura.
Il Sud, argomentava il F., era la parte più fragile del paese, ma subiva una pressione fiscale proporzionalmente più alta del resto d'Italia. Questo a fronte di un bilancio statale già eccessivamente carico. In tale situazione "meglio il nulla piuttosto che vuote promesse di riduzioni o di trasformazioni di imposte, piuttosto che ingannevoli affidamenti di nuove spese… quasi ogni nuova spesa, anche se utile, non dovesse non addurre un aumento di imposte" (Il Mezzogiorno…, p. 405).
Una posizione altrettanto personale il F. assunse rispetto alla crisi di fine secolo e alle misure eccezionali volute dal governo Pelloux. Egli non negava la crisi, riportandola in parte al mancato rinnovamento dei partiti e, ancor più, alle condizioni generali del paese, povero, gracile e incapace di esprimere gruppi dirigenti validi. A queste difficoltà, però, riteneva non potersi rispondere con il ritorno al passato, fosse anche nella forma del "ritorno allo Statuto" evocato dal Sonnino. Contemporaneamente il F. avversava il protezionismo che aveva creato in modo innaturale una grande industria, favorendo gruppi ristretti a scapito dell'interesse generale e di quello del Mezzogiorno.
Nonostante la situazione di isolamento il F. non dismise l'impegno su temi specifici. Nel 1901, su invito del ministro dell'Agricoltura, preparò un disegno di legge per la risoluzione della questione demaniale. Il progetto - che non ebbe seguito - riprendeva la posizione espressa venti anni prima sulla Rassegna.
La malaria era sempre stata considerata dal F. come una delle piaghe del Mezzogiorno e già nel dicembre 1890 egli aveva chiesto l'adozione del chinino di Stato come rimedio empirico al morbo. In occasione della discussione parlamentare sulla malaria del luglio 1898 tornò a caldeggiare questa richiesta; di lì a poco, il 14 luglio, nasceva a Roma, promotori il Franchetti e il F., la Società per gli studi della malaria. Nella lotta, che portò all'approvazione di una prima legge sul chinino di Stato il 23 dic. 1900, il F. - che tenne anche per due periodi la presidenza dell'associazione - fu in prima linea e si prodigò anche in seguito per ottenere che le leggi sulla malaria fossero adeguatamente applicate.
Quando, dal febbraio del 1901 ai primi di novembre del 1903, lo Zanardelli assunse la presidenza del Consiglio, il F. tornò, dopo molti anni, a votare a favore del ministero.
Su sua sollecitazione il presidente del Consiglio venne in visita ufficiale in Basilicata; tuttavia il F. non condivise la successiva legge speciale a favore della regione in quanto contrastava con la politica di risparmio e di riduzione, o di non aumento, delle tasse che aveva sempre sostenuto. La legge speciale e l'interesse a essa mostrato nella provincia contribuirono, poi, a rendere meno salda la fiducia nel collegio e nel suo esserne adeguato rappresentante che sempre avevano accompagnato la sua attività politica. Nel 1903 la sopravvenuta scomparsa di Zanardelli lo privava, inoltre, del principale referente politico. Benché si fosse infine convinto a porre nuovamente la sua candidatura alle elezioni sopraggiunte all'improvviso, precisò che quella sarebbe stata la sua ultima legislatura.
Tale condizione psicologica di distacco si riverberò anche nell'attività parlamentare, che lo vide meno presente del consueto. In questo periodo, però, produsse due scritti che costituirono un notevole sforzo di riflessione e di sistemazione delle proprie idee.
Il primo, La questione meridionale e la riforma tributaria (Roma 1904), coniugava la necessità definitoria del problema con un'indicazione di riforma su di un tema ritenuto particolarmente urgente.
Sulla base di una minuziosa ricostruzione della situazione economica, patrimoniale e fiscale dell'Italia meridionale, in cui il F. utilizzava largamente, precisandone i dati, gli argomenti raccolti e sviluppati da F.S. Nitti, M. Pantaleoni, G. Carano Donvito, A. De Viti De Marco, N. Colaianni, egli traeva la conclusione che "il sistema tributario italiano, proporzionalmente alla ricchezza delle due parti del Regno, manchi, nonché dell'uguaglianza economica, dell'assoluta parità aritmetica a danno del Mezzogiorno… soprattutto per il modo di concezione e di applicazione delle imposte dirette" (Il Mezzogiorno…, pp. 579 s.). Occorrevano, perciò, una "riduzione di imposte ed [un] aumento del capitale circolante:… i due termini correlativi per il primo rifiorire dell'agricoltura meridionale" (ibid., p. 582). Gli sgravi si sarebbero riverberati anche sull'attività industriale, favorita da un assetto fiscale non superiore alle forze contributive del paese. Tutto questo a patto di non correre dietro all'illusione dell'industrializzazione forzata finanziata con fondi statali.
Nello scritto con cui il F. si congedava dagli elettori nel 1909 (I servizi pubblici e la XXII legislatura: lettera agli amici del collegio di Melfi, Roma) il punto di partenza era, come sempre, la debolezza strutturale dell'edificio unitario che bisognava rafforzare.
Per questo occorreva il suffragio universale, con l'ammissione alle urne anche dei contadini. Un elemento nuovo era costituito dalla preoccupazione per la sindacalizzazione estesa anche ai dipendenti dei servizi pubblici. Qui il F. faceva propria l'analisi di G. Mosca sul pericolo di un feudalesimo funzionale che avrebbe portato a una segmentazione della società in tanti corpi autonomi e non più governabili. In più aggiungeva un giudizio critico sui risultati del socialismo, passato a difendere la piccola borghesia impiegatizia.
Ribadita l'avversione alle leggi speciali e agli ampi lavori pubblici come all'affidamento di nuovi compiti allo Stato, il F. proponeva una politica che favorisse il risparmio e l'aumento della ricchezza (Il Mezzogiorno…, p. 635).
Prima delle elezioni, nell'aprile del 1909, il F. venne nominato senatore per la 3ª categoria ("deputati per tre legislature").
Nei lunghi anni della deputazione, come anche in quelli dell'apprendistato giornalistico e politico, il F. non aveva dismesso i giovanili interessi per gli studi storici. Nel 1875 era stato tra i fondatori della Società napoletana di storia patria. Successivamente, come deputato, era stato membro del Consiglio per gli archivi dal 1893 al 1904. Ma, soprattutto, sempre aveva seguitato a frequentare biblioteche e archivi, a raccogliere notizie e a copiare documenti su argomenti relativi alla storia dell'Italia meridionale. Il primo lavoro storico, però - se si esclude l'edizione di tre lettere di Carlo Troja, intendente di Basilicata in epoca borbonica (1879) - , è il saggio su I Napoletani del 1799 (Firenze 1882). Tra il 1898 e il 1904 il F. pubblicò - in edizioni private di poche centinaia di esemplari - una serie di monografie sulla Valle di Vitalba.
Delle otto progettate solo sei videro la luce.
Un insieme di studi che ricostruiva, anche con l'apporto di numerosi documenti inediti pubblicati in appendice, le vicende delle sue terre di origine in età medievale. Nello studio del passato il F. ricercava, anzitutto, le radici dei mali e delle inadeguatezze del presente. Fin dal primo saggio, I feudi e i casali di Vitalba nei secoli XII e XIII (Trani 1898; anast., Bologna 1986 e Rionero 1987), il fiscalismo angioino veniva indicato come uno dei motivi del depauperamento dell'economia meridionale. Analogamente nel riepilogare le liti riguardo alla badia di S. Maria di Perno, durate per circa tre secoli, affiorava un riferimento alle liti demaniali ancora pendenti. Nello studio su Il Castello di Lagopesole (Trani 1902; anast., Venosa 1987), che narrava il periodo del regno di Federico II, l'ostilità del Papato al tentativo di civilizzazione compiuto dall'imperatore svevo era individuata come una delle cause del mancato sviluppo del Mezzogiorno.
Nella più ampia delle monografie, La badia di Monticchio (Trani 1904; anast., Venosa 1985), trovava posto un invito all'azione, esplicitamente politico: eliminare "il fenomeno delle "due Italie" antagoniste" (p. 193). L'ultima monografia fu di argomento medievale su di un giudice dell'epoca di Federico II, Riccardo da Venosa e il suo tempo (Trani 1918; anast., Venosa 1983).
Mentre scriveva questo saggio, il F. prese a studiare le vicende della sua provincia nel periodo immediatamente successivo all'Unità, cominciando a raccogliere documenti e testimonianze. Questo lavoro preparatorio, durato per oltre un decennio, non si tradusse in monografie compiute - a parte alcuni brevi scritti di argomento affine - ma la sua vastità è testimoniata dai molti volumi di copie di documenti annotati rimastici, tutti di suo pugno.
La riflessione e il ripensamento seguiti all'abbandono della politica attiva non segnarono però una stasi nella sua attività. Nel suo salotto di Napoli la discussione rimase sempre viva e da essa venivano nuovi stimoli, inoltre poté dedicarsi più liberamente alla corrispondenza privata che costituì un suo particolare modo di azione e di presenza politica e civile.
Sollecitato dagli amici, il F. si convinse a raccogliere e ristampare i suoi principali discorsi politici, destinando il ricavato all'ANIMI (Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d'Italia), creata nel 1910, di cui fu socio fondatore e presidente onorario dal 1918 fino alla morte. L'opera recava il titolo, suggerito dal Croce, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano (Bari 1911; 2ª ed., Firenze 1925). Questa raccolta segnò la consacrazione della fama del F., in quanto consentì a una nuova generazione di pubblicisti e di studiosi di conoscere il suo contributo politico e intellettuale.
In quel periodo il F. entrò in contatto con G. Salvemini, di cui apprezzava gli articoli pubblicati su La Voce. Egli sperò di poter diffondere grazie a questa rivista le sue idee sul problema meridionale. Quando si accorse che all'interno della Voceprevaleva un diverso orientamento, accolse con entusiasmo la proposta di un nuovo settimanale. Nell'ottobre del 1911, Salvemini, presenti anche G. Luzzato e G. Petraglione, concordò con il F. il nome della nuova testata e il sottotitolo: L'Unità. Problemi della vita italiana.
Se fin dall'intestazione appariva evidente l'impronta del F., il suo apporto non si limitò a questo ma egli seguì passo a passo la nascita del nuovo giornale, trovando sottoscrittori e corrispondenti e suggerendo l'impostazione e il taglio degli argomenti. Questo non deve far pensare, però, a una totale identità di vedute. Il F., ad esempio, considerò sempre sbagliate e pericolose le posizioni del Salvemini sul regionalismo. Anche la battaglia proporzionalista del settimanale non fu condivisa dal F., che riteneva più giusto lo scrutinio di lista a voto limitato su base provinciale. Ma i dissensi su questi e su altri temi non inficiavano ai suoi occhi l'opera di pedagogia politica che il settimanale doveva compiere.
Così fu anche per il diverso atteggiamento rispetto alla guerra di Libia: il F., pur ritenendo non fruttifera la spedizione come i suoi amici del giornale, si entusiasmò nel vedere l'impegno dei contadini meridionali chiamati alle armi. La loro dedizione era la prova che il fragile edificio unitario cominciava a radicarsi anche in quella parte della popolazione rimasta estranea al moto risorgimentale.
Questa nuova stagione politica del F. doveva però interrompersi bruscamente di lì a non molto per un sommarsi di motivi personali prima e di ragioni politiche poi. Nel 1913 morì repentinamente, e senza lasciare eredi maschi, il fratello Luigi, unico a essersi sposato, secondo il costume familiare. Nell'estate si ammalò a un occhio Ernesto, che lasciò Gaudiano per potersi curare a Napoli.
L'anno successivo, allo scoppio della prima guerra mondiale, il F. si schierò sul fronte neutralista. Sostenne il giornale promosso dal Croce, Italia nostra, e manifestò più volte la sua solidarietà a G. Giolitti. Una posizione che lo portò in conflitto con l'interventismo democratico del Salvemini. In tale atteggiamento venivano in primo piano le sue convinzioni sulla scarsa saldezza della compagine unitaria. La guerra rischiava di essere una prova troppo severa e di mettere a repentaglio tutta l'opera compiuta nell'ultimo cinquantennio.
Quando di lì a pochi mesi fu presa la decisione di entrare in guerra l'atteggiamento del F. fu egualmente lineare. Superate le perplessità che venivano a lui, triplicista convinto, dal mutamento di alleanza, per dovere di solidarietà verso la nazione, votò, al Senato, l'entrata in guerra e poi sostenne con lealtà lo sforzo bellico.
Intimamente, però, si sentiva inquieto e preoccupato. Gli anni di guerra furono anni di ripiegamento interiore e di tristezza, appena attenuata dall'operosità consueta. Sul piano privato il decorso della malattia del fratello si faceva sempre più penoso. E anche la salute del F. peggiorava e i suoi vari malanni si cronicizzavano. Sul piano politico la guerra segnava la fine di quell'esperimento di chiarificazione e di educazione politica che per lui era l'aspetto più interessante e valido dell'Unità.
Il conflitto, inoltre, riportava il F. a seguire i casi del collegio, con le mille domande di intervento e di favori che gli arrivavano. Dal suo punto di osservazione privilegiato, il F. percepì fin dall'estate del 1917 il logoramento delle classi contadine, e in numerose lettere avvertì il presidente del Consiglio V.E. Orlando di non esasperare con misure avventate questo stato d'animo diffuso.
A partire dal 1916, e fino al 1925, il F. venne pubblicando alcuni scritti storici poi raccolti in volume Appunti di storia napoletana dell'Ottocento (Bari 1931).
Al centro vi era la figura del prozio omonimo che il F. scagionava puntigliosamente da tutte le accuse rivoltegli: da quella di aver nel 1815 attirato il Murat in una trappola, consigliandolo a sbarcare nel Regno per tentare di riprendere il trono, a quella di aver revocato la costituzione e promosso la repressione dopo il 15 maggio del '48. In questi scritti il F. esprimeva la necessità di una storia del Risorgimento depurata dai falsi miti e di più ampio respiro interpretativo.
Terminata la guerra il F. tornò a difendere la sua impostazione dei problemi meridionali. Nel corso del 1919 si batté contro l'istituzione dei consorzi antianofelici, ribadendo la necessità, per debellare la malaria, di diffondere l'uso del chinino anche a scopo preventivo, permettendone la vendita anche nelle rivendite delle privative di Stato.
Nella prefazione alla ristampa del saggio La questione morale… (Firenze 1920) il F. tornò ad ammonire contro le soluzioni miracolistiche della questione meridionale. Misure demagogiche come il decreto Visocchi sulle terre incolte denotavano una pericolosa ignoranza della configurazione dei suoli e, favorendo l'impianto della cerealicoltura in terreni non adatti, si sarebbero risolte in un fallimento. Ma, al di là anche del merito della proposta, queste posizioni rivelavano quanto poco la classe politica avesse presente i termini reali dell'arretratezza meridionale.
Un pessimismo di segno analogo, ma di contenuto diverso, il F. esprimeva nella prefazione al primo volume di Pagine e ricordi parlamentari (Bari 1920; 2ª ed. ampliata, Firenze 1927).
Le preoccupazioni del F. erano accresciute dagli avvenimenti sociali e dai disordini del biennio successivo alla guerra. Il F. tuttavia percepiva acutamente il mutare della situazione nel saggio Dopo la guerra sovvertitrice (Bari 1921).
In esso il F. riproponeva molte delle sue analisi tradizionali da cui prendeva spunto per avvertire che lo sconvolgimento sociale degli ultimi anni aveva colpito e impressionato soprattutto la piccola borghesia rendendola insicura e inquieta e pronta a invocare un capo in grado di riportare l'ordine.
Lo scritto segnava anche una completa perdita di fiducia nell'avvenire. Quello che si è soliti definire il pessimismo del F. era stato fino ad allora soprattutto coscienza vigile delle difficoltà, calcolo realistico dei limitati margini di azione. Da questo momento in poi, invece, esso diventava uno sconsolato, se pur non meno acuto, contemplare una situazione che vedeva farsi più difficile di giorno in giorno.
A questo atteggiamento non era estranea la difficile situazione personale. Nel 1910 aveva perso l'uso dell'occhio sinistro e l'altro si sarebbe indebolito progressivamente. Dal 1919 non si mosse più da Napoli e dovette disertare le sedute del Senato.
Il 6 dic. 1921 morì il fratello Ernesto. Questo significò il doversi addossare la responsabilità totale dell'amministrazione dell'azienda, già dissestata e aggravata dalle onerose tasse di successione e dalla necessità di dotare le numerose nipoti.
In questi anni difficili il maggior conforto gli venne dalla corrispondenza e dalle conversazioni con gli amici. Lettore attento e appassionato fino all'ultimo, il F. entrò in contatto con numerosi esponenti della nuova generazione e poi oppositori del fascismo. Fra gli altri e più noti vale la pena di ricordare P. Gobetti, N. Rosselli, G. Dorso, M. Rossi Doria. Con Salvemini i rapporti rimasero affettuosi, ma le divergenze temperamentali, più che i dissensi di opinione, non consentirono la ripresa di una collaborazione. Si legò particolarmente a G. Ansaldo e a U. Zanotti Bianco, animatore dell'ANIMI, il quale lo convinse a ristampare i suoi scritti nella collezione meridionale da lui diretta per l'editore Vallecchi.
In questo periodo il F. compose alcuni scritti di taglio autobiografico (da segnalareIn memoria di mio fratello Ernesto, Firenze 1922) e vagheggiò spesso di scrivere le proprie memorie politiche. Un progetto non mandato a effetto, limitandosi egli a un secondo volume di Pagine e ricordi parlamentari (ibid. 1927).
Proprio come premessa al volume il F. compose il suo ultimo scritto di notevole impegno, una sorta di testamento etico-politico. Per timore della censura e per non impedire l'uscita del libro, il saggio, intitolato Nel regime fascista, fu poi stampato a parte in pochi esemplari spediti agli amici più fidati.
L'avvento del fascismo era stato per il F. la conferma delle sue più pessimistiche previsioni sulle condizioni dell'Italia, e da subito, a differenza di altri esponenti della classe dirigente liberale, ne fu deciso avversario. Lo scritto si apriva con delle considerazioni che tratteggiavano una vera e propria antistoria d'Italia. Il "colpo di mano" dell'ottobre 1922 era stato un ritorno al "Quattrocento nel suo periodo più caratteristico da Braccio da Montone ad Attendolo Sforza". La guerra civile che aveva infuriato per lungo tempo al Nord si era estesa nell'autunno di quello stesso anno anche al Sud "per il vecchio suo abito di misere lotte locali". E se questo confermava la dipendenza del Mezzogiorno dal Settentrione, era al tempo stesso una conferma "dell'innata tendenza dell'alta e media Italia alla sedizione" (Pagine e ricordi…, II, pp. XXXI s.). Rispetto alla sua tradizionale impostazione si aggiungeva qui un giudizio negativo anche sul processo di civilizzazione della parte più evoluta della penisola. In realtà, senza perdere del tutto la fiducia unitaria, il F. metteva l'accento, con toni decisamente assai marcati, sulla continuità negativa della storia d'Italia, che il fascismo improvvisamente rivelava. Anche se la formula famosa, "il fascismo non è stato una rivoluzione, ma una rivelazione", sarà coniata dal F. solo qualche anno dopo e usata nelle lettere e nelle conversazioni private.
A questa premessa storica seguiva un'analisi del fascismo in cui il fenomeno veniva ricondotto al clima dell'intero dopoguerra. Quegli anni avevano visto dominare i popolari e i socialisti e venire alla ribalta due miti "lo sciopero a getto continuo e la cooperazione a corso forzoso" (ibid., p. XXXIV). Rispetto a quel disordine il fascismo, ribadiva il F., non era elemento di rottura, ma di reazione e, al tempo stesso, di continuità.
La concezione negativa della storia d'Italia si faceva più icastica nell'espressione e prendeva un'intonazione quasi fatalistica. La propensione anarchica e l'incapacità a un ordinato e civile svolgimento della vita sociale e politica diventavano qualità ereditarie e immutabili del popolo italiano.
A questa cupa visione portò un raggio di luce la Storia d'Italia dal 1871 al 1915 del Croce che suscitò il suo entusiasmo. Un atteggiamento logico se si riflette che quell'opera, in cui il Croce rifaceva la storia d'Italia dopo l'Unità, si avvicinava alla concezione della storia come strumento di educazione civile che il F. aveva sempre sostenuto. Inoltre, il libro valorizzava le conquiste del cinquantennio liberale, che il F. considerò sempre la sola parte degna della storia italiana.
Un altro momento di soddisfazione fu l'approvazione, nel 1927, della legge sui demani, che accoglieva in gran parte le tesi che aveva propugnato da quasi un cinquantennio.
In genere, però, furono anni tristi e affannosi. Ai problemi amministrativi e ai malanni fisici si aggiunse il dolore per la scomparsa del nipote prediletto, Alberto Viggiani, suicidatosi nel 1928. Ma, nonostante tutto, il F. continuò a lavorare. Oltre alla fitta corrispondenza pubblicò numerosi opuscoli su vari argomenti (demani, occupazione coattiva e poi bonifica integrale dei pascoli di Gaudiano, ristampa delle recensioni ai suoi studi di storia medievale).
Nel novembre 1931 le sue condizioni si aggravarono e andarono poi man mano peggiorando. Morì a Napoli il 23 luglio 1932.


Nessun commento:

Posta un commento

Matera. 5b. La Cronaca di Matera di Verricelli (Margherita Gaudiano)

Come già detto in un post precedente , la Cronaca de la Città di Matera del 1595, scritta da Eustachio Verricelli, è un'opera notevo...