Risorgimento lucano. 12. Nicola Mignogna: un tarantino Prodittatore di Basilicata

Nacque a Taranto il 28 dicembre 1808 da Cataldo e da Anna Rosa Troncone. Confuse e contraddittorie risultano le notizie relative all’atteggiamento politico del padre, concessionario di un tratto di costa riservato alla raccolta dei mitili: secondo alcuni, prese parte all’erezione dell’albero della libertà nel 1799, mentre per altri, nel 1806, si schierò con i Borbone a difesa del castello cittadino. In ogni caso, né l’ambiente familiare né quello del seminario vescovile della città natale, dove il Mignogna trascorse i primi anni giovanili fino alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, incisero particolarmente sulla sua formazione culturale e politica. Viceversa, fu decisivo il trasferimento a Napoli avvenuto alla fine del 1828, a seguito del matrimonio della sorella Teresa con l’ufficiale dell’esercito borbonico Serafino Salomone; abbandonato l’abito talare e intrapresi gli studi in legge, iniziò a frequentare a Napoli l’ambiente universitario e, soprattutto, i corsi tenuti da docenti privati, presso i quali con maggiore difficoltà la polizia riusciva ad esercitare il proprio controllo e ostacolare la diffusione delle idee libertarie.
Nella prima metà degli anni Trenta il Mignogna entrò in contatto con Benedetto Musolino e Luigi Settembrini, suoi colleghi negli studi giuridici, i quali nel 1834 avevano fondato la setta segreta denominata Figliuoli della Giovine Italia che, se nel nome ricalcava la più nota organizzazione mazziniana, nei fatti non era collegata ad essa e, pur condividendone i principi repubblicani e l’aspirazione unitaria, restava legata ai metodi carbonari della propaganda clandestina e dei rituali settari. Nello stesso periodo maturarono un atteggiamento antiborbonico anche il cognato e il di lui fratello Federico, ufficiale borbonico anch’egli, destinato successivamente ad affiancare in più occasioni l’attività del Mignogna.
Completati gli studi, il Mignogna iniziò a svolgere la professione legale senza particolare successo, limitandosi a patrocinare gli abitanti del quartiere Porto, dove col tempo stabilì stretti rapporti con esponenti dell’elemento popolare. Intanto riservava notevoli energie all’attività cospirativa, in particolare riproducendo con un suo torchio documenti – come l’appello di Mazzini a Pio IX (1847) – destinati alla diffusione clandestina. Tuttavia nel 1848 non si mise particolarmente in luce, probabilmente condividendo la linea di Settembrini, contrario ad assumere un atteggiamento di contrapposizione radicale.
Scampato alla prima ondata reazionaria, riprese l’attività cospirativa, in particolare quando, agli inizi del 1849, lo stesso Settembrini, con il quale conservava un forte legame, assunse la direzione del circolo napoletano della setta antiborbonica «Unità italiana», ennesima manifestazione di quella carboneria «riaccesa e riformata» attiva a Napoli nel periodo preunitario; tra i suoi non numerosi componenti, dediti a progettare «i più matti deliri» come «porre una mina sotto Palazzo Reale», il Mignogna si distingueva come «il più matto». La polizia borbonica intervenne a interrompere le trame e, il 23 giugno 1849, il Mignogna e Settembrini furono arrestati con altri presunti cospiratori; nonostante le pressioni, gli inquisitori non riuscirono a provare il coinvolgimento del Mignogna, nemmeno dopo che il 16 settembre 1850 Salvatore Faucitano, altro membro dell’associazione, realizzò l’attentato a palazzo reale, aggravando la posizione dei compagni detenuti che non erano estranei al progetto.
Rimesso in libertà con il verdetto del 19 dicembre 1850, lo stesso che sanciva la fine dell’«Unità italiana» attraverso la condanna dei suoi dirigenti, il Mignogna riprese l’attività cospirativa, impegnandosi nel tentativo di ricostruire i rapporti tra i superstiti democratici napoletani, mentre una nuova organizzazione, la «Setta carbonico-militare», che anche nel nome richiamava l’esperienza dei precedenti gruppi antiborbonici, assunse la direzione dell’intero movimento finendo per attirare ancora l’attenzione della polizia. Nel 1851, quando iniziarono le indagini sulla «Setta», anche il Mignogna fu tratto in arresto, nonostante non ne facesse parte, essendo impegnato a preparare «i mezzi per altre vie, forse più modeste, più pratiche». Dopo una lunga detenzione, a seguito di un rescritto dell’aprile 1854 fu liberato e subito riprese l’attività sovversiva, ritrovandosi quasi costretto dalle detenzioni e dagli esili ad assumere un ruolo di maggiore responsabilità. In collaborazione con Antonietta De Pace puntò da un lato a mantenere i rapporti con i carcerati e collegare i diversi nuclei ancora attivi nelle province e, dall’altro, a rinsaldare il fronte antiborbonico ricercando un’intesa con i moderati napoletani, anche per fronteggiare la concorrenza dei murattisti, i quali stavano ingrossando le proprie fila. Il fallimento di tale strategia, dovuto soprattutto alla diffidenza degli interlocutori; i rapporti intessuti dagli esuli meridionali con i compagni di fede degli altri Stati italiani, estesi anche ai referenti napoletani; infine, l’incontro con Giuseppe Fanelli, il quale, d’intesa con Nicola Fabrizi e Mazzini, dalla metà del 1853 era tornato a Napoli e aveva iniziato a svolgere un’attività pressoché coincidente, spinsero il M. a far confluire definitivamente i relitti delle esperienze carbonare nella più vasta e avanzata rete dei democratici italiani e a stabilire rapporti più intensi con la componente repubblicana e mazziniana.
Il 27 luglio 1855, a seguito della denuncia di un delatore, il Mignogna fu arrestato, accusato, tra l’altro, di aver introdotto clandestinamente a Napoli il giornale stampato da Fabrizi a Malta e di averne promosso la distribuzione presso militari e popolani. Come in passato, il suo comportamento durante gli interrogatori fu, a differenza di tanti altri, di totale contestazione delle accuse e di rifiuto a collaborare. Secondo una voce popolare diffusa all’epoca, proprio in occasione di uno dei tanti maltrattamenti subiti in carcere la capigliatura e la barba, che aveva molto folte, incanutirono di colpo a causa dello sforzo di sopportare le sofferenze inflittegli senza rivelare i segreti di cui era depositario. Nel novembre 1855, in una lettera a Fabrizi, Fanelli informò che la condizione del Mignogna in carcere era «orribile, straziante» e chiese di intervenire, presumibilmente per favorire l’interessamento della diplomazia inglese a Napoli. Non solo la solidarietà, ma anche l’interesse a non ritrovarsi coinvolti spinsero in tale direzione, ottenendo dapprima il risultato di richiamare l’attenzione di opinione pubblica, diplomatici e giornalisti esteri sul processo che dal Mignogna prese il nome; quindi, di operare una pressione per limitare la condanna, pronunciata nell’ottobre 1856, al provvedimento di esilio perpetuo. L’ostinato silenzio del Mignogna consentì a Fanelli, Luigi Dragone, Antonio Morici e agli altri componenti del Comitato segreto istituito nei mesi precedenti, di risultare estranei alle indagini e poter proseguire l’attività cospirativa; tuttavia, la sua forzata uscita di scena costituì, secondo un’espressione utilizzata da Carlo Pisacane all’indomani dell’arresto, una «sciagura grandissima», soprattutto perché privava il gruppo di colui che più di tutti era al centro della trama.
A fine ottobre, il Mignogna raggiunse Genova, dove trovò ad accoglierlo Pisacane, col quale era in corrispondenza da prima dell’arresto onde studiare il modo per conferire maggiore impulso all’iniziativa dei democratici nel Mezzogiorno, e il fratello del cognato, Federico Salomone, membri del Comitato degli esuli napoletani a Genova; qui il ruolo del Mignogna divenne presto rilevante, anche per il peso che i suoi pareri, costantemente richiesti e addotti da Pisacane a sostegno delle proprie tesi nella corrispondenza con Fanelli, ebbero nelle decisioni assunte in merito alla spedizione, che intanto si andava definendo. Non è da escludere che la risolutezza del Mignogna contribuì ad influenzare Pisacane, come rivela, ad esempio, il giudizio espresso in merito al sostegno dei detenuti a Ponza, del tutto divergente dall’opinione di Fanelli, come di consueto incerta e altalenante. Il 4 giugno il Mignogna prese parte a Genova alla riunione durante la quale, alla presenza di Mazzini, fu deciso di dare corso alla spedizione di Sapri; ormai prossimo ai cinquant’anni e provato fisicamente dalle lunghe detenzioni, il Mignogna, che non era stato e non sarà mai uomo d’armi, non partecipò all’impresa, limitandosi a mantenere i contatti telegrafici con Fanelli.
Il drammatico esito della spedizione produsse inevitabilmente una forte delusione, non sufficiente però ad annullare nel Mignogna i propositi di una vita, sicché nel 1860 fu tra i Mille a salpare da Quarto, inquadrato nella 3a Compagnia comandata da Francesco Stocco e composta da calabresi e pugliesi, in maggioranza di grande prestigio, ma ormai avanti negli anni. Nelle battaglie che ebbero luogo durante l’impresa non figurò, limitandosi a cooperare soprattutto a livello organizzativo in qualità di capitano tesoriere.
Dopo la conquista di Palermo, fu inviato da Garibaldi sul continente, assieme con V. Carbonelli e L. Vinciprova, con il compito di promuovervi insurrezioni popolari e agevolare la risalita delle Camicie rosse verso Napoli; da Genova, dove inizialmente si era recato forse anche per valutare la possibilità di assecondare il progetto mazziniano di una seconda spedizione che dal Nord avrebbe dovuto convergere su Roma, il 13 luglio il Mignogna si imbarcò per Napoli; qui intanto al Comitato unitario si era affiancato il Comitato dell’Ordine, d’ispirazione moderata, il quale, seguendo le indicazioni di C. Benso conte di Cavour, tentava di tenere sotto controllo l’impresa garibaldina per evitare soluzioni autonomistiche e repubblicane. I contrasti e i sospetti che caratterizzavano i rapporti tra le due componenti aumentarono quando il M. elaborò il progetto di recarsi in Basilicata per favorirvi l’insurrezione, avendo ricevuto, il 31 luglio, una lettera da Garibaldi in cui si sottolineava come «ogni movimento rivoluzionario, operato nelle provincie napoletane», sarebbe stato «non solamente utilissimo», ma avrebbe anche conferito al suo sbarco sul continente «una tinta di legalità in faccia alla diplomazia». Come soluzione di compromesso, il Comitato dell’Ordine impose di affiancare al Mignogna Camillo Boldoni, ufficiale dell’esercito piemontese venuto in contrasto con lo stesso Garibaldi durante la guerra del 1848.
Partiti da Napoli l’11 agosto con sole altre quattro persone, giunsero prima a Montemurro, dove incontrarono Giacinto Albini, e, quindi, si trasferirono a Corleto, dove il 16 agosto fu proclamata l’insurrezione. Nello stesso giorno, mentre il Mignogna si recava a Potenza per mobilitare i liberali locali, da diversi centri abitati colonne di volontari si concentrarono sotto la guida di Boldoni, per marciare il 18 agosto verso Potenza, dove, lo stesso giorno, dopo aver vinto la debole resistenza della guarnigione borbonica, fu proclamato il governo provvisorio, col Mignogna e Albini prodittatori e Boldoni capo delle milizie insurrezionali. Tale evento contribuì a determinare la decisione degli ufficiali borbonici stanziati in Calabria di ritirarsi verso Napoli, per evitare di essere presi tra due fuochi e, quindi, ad agevolare e accelerare la risalita di Garibaldi, sicché già il 4 settembre il Mignogna e altri poterono incontrare il generale al fortino di Lagonegro e con lui giungere a Napoli il 7 settembre. Intanto, poiché Boldoni, su indicazione del marchese Salvatore Pes di Villamarina, premeva per accelerare i tempi dell’annessione della Basilicata al Regno sabaudo, il 6 settembre Garibaldi, sollecitato in tal senso dal Mignogna, provvide a rimuovere Boldoni dall’incarico, invitandolo a «riprendere il suo posto nell’armata Sarda»; inoltre, affidò la prodittatura al solo Albini e ordinò al M. di unirsi a lui.
Dopo la battaglia del Volturno e la partenza del generale da Napoli, il M. si dimise dall’esercito garibaldino e riprese l’attività politica all’interno del gruppo democratico napoletano, tornando a quei compiti organizzativi che più gli erano congeniali: fin dal giugno 1861 assunse la vicepresidenza «per elezione» del Comitato partenopeo di provvedimento per Roma e Venezia (presieduto da A. Saffi su designazione di Garibaldi); promosse la costituzione dell’Associazione del tiro a segno; cooperò per reperire i fondi per la pubblicazione del Popolo d’Italia; coinvolto anch’egli dalla dura polemica che vide contrapposti Fanelli e Giovanni Nicotera, fu chiamato a far parte del giurì che avrebbe dovuto dirimere definitivamente la questione. Quindi, il 28 giugno 1862, accompagnò Garibaldi a Palermo, nel tentativo di promuovere una nuova spedizione che, partendo dalla Sicilia, sarebbe dovuta giungere a Roma; il 29 agosto, poco prima che Garibaldi fosse fermato sull’Aspromonte dall’esercito italiano, il Mignogna aveva ricevuto l’incarico di precedere la colonna per mobilitare i Lucani, sulla scia di quanto avvenuto due anni prima.
L’anno successivo, alle elezioni suppletive per il Consiglio comunale di Napoli, il Mignogna fu il più votato tra i democratici grazie anche al sostegno del ceto popolare presso il quale godeva di grande prestigio; nello stesso anno entrò in massoneria, insieme con Nicotera, affiliandosi alla loggia napoletana «I figli dell’Etna».
Nel 1865 fu confermato consigliere comunale ma, nonostante l’età e i malanni crescenti, continuò a restare affascinato dal programma garibaldino, sicché nel 1867, con l’aiuto dei nipoti, simulò uno scavo archeologico al confine con lo Stato pontificio per attrezzare un deposito di armi. Dopo la sconfitta di Mentana, la sua partecipazione alla vita pubblica diminuì sensibilmente; si trasferì a Giugliano in Campania e prese in affitto una porzione del lago Patria per sfruttarlo per la pesca, riprendendo l’attività svolta anni prima dal padre a Taranto. Presto però le sue condizioni fisiche si aggravarono. Morì a Giugliano il 31 gennaio 1870.

FONTE: voce di A. CONTE in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010, vol. 74.

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