venerdì 31 maggio 2013

Luigi La Vista di Venosa, "santo" del 1848

Luigi La Vista nacque a Venosa il 31 gennaio 1826 da Nicola, medico, e da Maria Padrone. Primo di tre figli, crebbe in una famiglia modesta ma di buona levatura culturale e salda nella sua fedeltà alla tradizione rivoluzionaria e repubblicana; e quando a cinque anni perse la madre, si legò moltissimo al padre in cui trovò la comprensione di cui aveva bisogno il suo carattere sensibile, introverso e portato al pessimismo.

Nel 1836 entrò nel seminario di Molfetta per compiervi gli studi superiori. Inizialmente il La Vista si adattò bene al clima di un seminario che, tradizionalmente affidato a docenti assai validi, parve soddisfare in pieno il suo desiderio di apprendere; presto però avvertì con crescente fastidio il peso del conformismo gravante sui corsi e il servilismo cui gli pareva fossero costretti gli alunni.
Reagì chiudendosi ancor più in se stesso e rifugiandosi nelle letture più varie, affascinato soprattutto dalla poesia: trovò così in Leopardi "il diario di una buona parte della mia giovinezza" a ciò incoraggiato dal parallelismo che non tardò a scorgere tra l'infelice condizione umana del poeta e la propria sofferta vita interiore. Poi, sull'esempio di un amico molfettese, G. de Judicibus, che nel 1839 aveva recitato le sue rime in un'accademia letteraria tenutasi in seminario, dal 1842 anche il La Vista prese a comporre versi, quasi tutti influenzati dai modelli del romanticismo e dettati da un incontenibile desiderio di mettersi a nudo: temi prediletti erano la ricerca vana della felicità, il dolore come elemento costitutivo della vita umana, il presagio della fine imminente, il tormento dell'amore deluso; il tutto raccontato con qualche eccesso di ingenuità, cui va forse fatta risalire la successiva decisione del La Vista di dare alle fiamme le sue liriche giovanili che si sarebbero conservate solo grazie alle copie che ne avevano fatto gli amici.
Lentamente, in questa estetica della disperazione, si facevano strada intanto il motivo del patriottismo e la vaga aspirazione a un mutamento delle condizioni di vita delle genti meridionali. Avvertiti confusamente come retaggio della tradizione familiare, tali sentimenti si precisarono nel momento in cui, passato a Napoli nel 1844 per seguire i corsi di giurisprudenza all'Università, il La Vista, dopo un anno di studio improduttivo, cominciò a frequentare la scuola privata di Francesco De Sanctis.
Accanto a compagni di studio come Villari,  De Meis, Marvasi e sotto la guida ferma di un De Sanctis ammirato dagli allievi per il suo metodo di insegnamento che ancorava l'ideale alla concreta realtà del fatto e sottolineava il valore civile della letteratura, il La Vista non rinunciò del tutto al bisogno di guardarsi dentro, ma cercò di soddisfarlo anche in relazione a ciò che aveva intorno e che sempre più gli appariva come il frutto di una situazione politica e sociale penalizzata dall'assenza completa di libertà. Le discussioni che avevano luogo nella scuola a completamento della didattica chiarivano poi, nel rifiuto di ogni astrattezza, il senso dello sviluppo storico come un processo affidato alla volontà e all'impegno di ogni individuo.
Perciò nei tre anni che precedettero il 1848 l'attenzione del La Vista si spostò verso i testi di storia, da quelli classici (Tucidide, Sallustio, Tacito: ne ricavava un forte disgusto verso la Roma imperiale) fino ai moderni (Machiavelli, Guicciardini); tra i contemporanei, la simpatia per Rousseau e Voltaire diventava calda ammirazione nei confronti di Thierry e di Simonde de Sismondi in quanto storico delle repubbliche
Il lungo lavoro di preparazione cominciò a concretizzarsi in forma di saggi critici all'inizio del 1848, allorché il La Vista scrisse, nel clima di attesa diffuso dalla lotte per l'indipendenza nazionale, la prefazione per una nuova edizione napoletana delle poesie di Giovanni Berchet, e quindi pubblicò due lavori: uno su Vittoria Colonna e i petrarchisti e uno Studio sui primi secoli della letteratura italiana (entrambi Napoli 1848): quest'ultimo era uno scritto di 40 pagine in cui la letteratura del Trecento, e Dante in particolare, erano posti a fondamento della nazionalità italiana. Più intimista era il contenuto di alcuni racconti (Angelo, quindi Abele) dove tornava l'antica propensione alla ricerca di se stesso e dove il personaggio di Abele "più che persona viva, [era] una statua lacrimante sopra un sepolcro". Ma il vero La Vista era ormai quello che entrava nella guardia nazionale, firmava con altri 208 cittadini un appello al re perché riportasse in vita la costituzione del 1820 e quindi, in un proclama a stampa diffuso all'indomani del 29 genn. 1848, celebrava il ritorno del regime rappresentativo. Perciò lo contrariò molto il processo involutivo in cui, dopo lo scoppio della guerra tra Austria e Piemonte, parve voler entrare la monarchia borbonica con le sue esitazioni sull'invio delle truppe al Nord e con il successivo braccio di ferro sullo svolgimento liberale della costituzione. Quando il 15 maggio 1848 a Napoli si alzarono le barricate, il La Vista non esitò a scendere in piazza insieme con il padre che lo aveva raggiunto da Venosa: la repressione armata affidata ai mercenari svizzeri lo colse a largo della Carità, dove, bloccato mentre tentava di fuggire, fu immediatamente fucilato.
Il 28 maggio i suoi amici della scuola diramarono una "Protesta" per difenderne la memoria: era l'inizio di una sorta di beatificazione che avrebbe fatto di lui uno dei simboli più alti dell'incompatibilità tra il mondo della cultura e il regime borbonico.

FONTE: voce di G. MONSAGRATI in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2005, vol. 64

giovedì 30 maggio 2013

Scrittori di Magna Grecia. 1. Ocello e la scuola di Pitagora

È noto come Pitagora insegnasse, per quarant'anni della sua vita, a Metaponto, dove sarebbe morto. Nella sua scuola, fra le donne, erano note le lucane Esara e Bindaice. Proprio di Metaponto furono Brontino, Parmisco, Orestada, Leone, Damarmeno, Enea, Chilante, Melesia, Aristea, Lafaone, Evandro, Agesidamo, Senocade, Eurifemo, Aristomene, Agesarco, Alcia, Senofante, Trasea, Eurito, Epifrone, Irisco, Megistia, Leocide, Trasimede, Eufemo, Procle, Antimene, Lacrito, Damotage, Pirrone, Ressibio, Alopeco, Astilo, Lacida, Antioco, Lacrale, Glicino, Aresa (che sarebbe stato a capo della scuola) e Eurifamo.
Ma il più noto resta Ocello, del quale si ricordano Sulla natura dell'universo, Sul regno, Sulle leggi e Della giustizia.
Sotto il suo nome – ma si tratta probabilmente di una falsificazione tardo-ellenistica -, oltre ad un frammento dello scritto Sulle leggi, ci è pervenuto un trattato integrale, Sulla natura dell’universo, sicuramente spurio e che non può essere anteriore al I secolo a.C. L'opera porta avanti la dottrina che l'universo è increato ed eterno, che alle sue tre grandi divisioni corrispondono i tre tipi di esseri (dei, gli uomini e demoni) e, infine, che la razza umana con tutte le sue istituzioni (la famiglia, il matrimonio e la come) deve essere eterna. L'autore raccomanda un modo ascetico di vita, al fine di una perfetta riproduzione della razza e della sua formazione in tutto ciò che è nobile e bello.
Qui si riporta la traduzione integrale del prof. Vinci Verginelli, alla guida del Circolo Virgiliano di Roma dal 1971 al 1987:

1. Ocello Lucano ha scritto queste riflessioni sul mondo: qualcune gli sono state suggerite dagli indizi manifesti della natura, alcune altre per sua opinione e per ragionamento, e qualche altra per le considerazioni e per le congetture su ciò che appare più probabile.

2. Il mondo mi sembra che non debba mai essere stato prodotto e debba essere imperituro: come esso è sempre sta­to, così esso sussisterà sempre. S'esso fosse sottomesso al tempo, esso non esisterebbe più. Così dunque, esso è increa­to ed imperituro. Se qualcuno pensa ch'esso sia stato prodot­to, certamente egli non potrà concepire il mezzo nel quale esso sarà dissolto e come finirà. Dappoiché il mezzo nel qua­le esso sarebbe stato prodotto sarebbe la prima parte del mondo, e nello stesso tempo il mezzo nel quale esso dovreb­be essere dissolto ne sarà l'ultima parte. Ma se il mondo fosse stato prodotto, esso lo sarebbe stato unitamente a tutte le sue parti, e s'esso dovesse venir distrutto lo sarebbe con tutte le sue parti; il che è impossibile: dappoiché è necessario che ciò dal quale esso è stato prodotto sia stata la sua prima parte e che ciò nel quale esso sarà dissolto sia la sua ultima parte: la prima di queste parti sarebbe dunque esistita prima del mondo; la seconda esisterebbe dopo la di lui distruzione; poiché essa è ciò nel quale esso sarebbe dissolto: né l'una né l'altra di queste cose può essere. Il mondo dunque non ha avuto principio e non avrà affatto fine; è impossibile che sia altrimenti.

3. Ogni cosa che ha ricevuto un principio di produzione e che debba partecipare alla distruzione riceve due mutamenti. L'uno si fa dal meno al più e dal peggio al meglio: e la cosa per mezzo della quale questo mutamento comincia ad operarsi si chiama produzione, e ciò entro il quale esso (mutamento) avviene si chiama vigore. Il secondo mutamento si fa dal più al meno e dal meglio al peggio: e la fine di questo mutamento è denominata distruzione o dissoluzione.

4. Se l'Universo dunque è ingenerato e corruttibile, esso deve per conseguenza cambiare dal meno al più e dal peggio al meglio; e così in seguito egli deve cambiare dal più al meno e dal meglio al peggio; è ancora necessario che il mondo (sempre nell'ipotesi ch'esso sia stato prodotto) prenda un accrescimento ed una più grande forza, ed infine egli deperirà e finirà: dappoi­ché tutta la natura prodotta ha una progressione di tre termini e di due intervalli. I tre termini sono la generazione, la forza e la fine; gli intervalli sono quello dopo la nascita sino alla forza e quello dopo la forza sino alla fine.

5. Il mondo non ci dà al riguardo alcun indizio e noi non vediamo che sia stato ingenerato dappoiché egli non cambia punto in meglio né in più, ed egli non decresce né diventa peg­giore. Egli persevera invece sempre nello stesso stato ed egli è sempre uguale e simile a se stesso.

6. Le prove e gli indici evidenti di questa verità sono gli adattamenti, le simmetrie, le forme, le situazioni, le distanze, le potenze, le velocità e le lentezze reciproche, dappoiché tutte queste cose e quelle ad esse simili ricevono un cambiamento od una diminuzione a seconda della progressione di una sostanza prodotta e per loro mezzo le migliori cose seguono lo stato di forza a causa della loro potenza e le più piccole e le più cattive tendono alla distruzione a causa della loro debolezza. Ma nel­l'essenza e nella stabile natura del mondo nulla di ciò si nota.

7. Io denomino mondo ciò che si chiama il tutto, l'Universo: è a causa di questa universalità ch'egli ha ottenuto il nome che gli si è dato. Esso è ornato di tutte le perfezioni. Esso è infine lo specchio completo e perfetto della natura e di tutte le sostanze. Nulla esiste fuori di lui. Se qualche cosa esiste, essa esiste in lui e con lui. Esso comprende tutti gli esseri differenti; gli uni come delle parti e gli altri come delle produzioni accidentali.

8. Se ne deduce che le cose contenute nel mondo hanno un accorcio ed una affinità con lui. Il mondo invece non ha alcuna affinità ed alcun accordo se non con se stesso: tutte le altre cose sussistono avendo una natura non perfetta in sé ed esse hanno ancora bisogno di un legame con le cose che esistono fuori di loro; come gli animali con la respirazione, la vista con la luce, gli altri sensi con l'oggetto sensibile che loro è proprio; le piante con la nascita e l'accrescimento, il sole, la luna, i pianeti le stelle fisse con la parte della sistemazione generale delle cose. Ma il mondo al contrario non ha alcun rapporto con alcuna cosa se non con lui stesso: e la natura sua è indipendente da quella di tutti gli esseri particolari.

9. Ci basterà approfondire questa verità con una semplice comparazione. Se noi consideriamo che il sole scaldando gli altri corpi deve necessariamente essere caldo lui stesso e per se stesso, il miele essendo dolcificante deve essere dolce lui stesso, i principi di dimostrazione essendo significativi, per esprimere le cose oscure devono essere chiari e sensibili per loro stessi. Se noi consideriamo dunque tutte queste cose, noi dobbiamo con­cluderne che una sostanza per essere causa ad altre di loro per­fezione, deve essere perfetta in sé e per se stessa: e che una sostanza per essere causa ad altre della loro conservazione e della loro durata deve essere conservante e perseverante da per se stessa e che infine una sostanza per essere la causa di armo­nia e di adattamento in altre, deve essere armonica ed adattabile per se stessa. Ora il mondo essendo la causa dell'esistenza della conservazione e della perfezione di tutte le cose, è dunque imperituro e durerà tutta l'eternità poiché egli è per se stesso la causa della durata di tutte le cose.

10. Se l'Universo viene ad essere dissolto, è necessario ch'esso sia dissolto in ciò che è o in ciò che non è; è impossibile ch'esso sia dissolto in ciò che è dappoiché ciò che è, è l'Univer­so stesso, o, almeno, una certa parte dell'Universo; esso non può d'altra parte essere dissolto in ciò che non è poiché ciò è parimenti impossibile, che ciò che è sia composto di parti inesi­stenti: che ciò che esiste sia dissolto in ciò che non esiste. Dunque l'Universo è indistruttibile ed imperituro.

11. Se qualcuno pensa che il mondo sarà distrutto, occorre che egli convenga ch'esso sarà distrutto perché sormontato o da qualcosa fuori del tutto o da qualcosa compresa nel tutto. Ciò non sarà per mezzo di una cosa fuori del tutto poiché fuori del tutto nulla può esistere tutti gli esseri esistendo nel tutto, e il mondo o Universo è precisamente il tutto. Ciò non avverrà per mezzo di una cosa che sia in esso (Universo) dappoiché biso­gnerebbe che questa cosa fosse più potente e più grande che il tutto e questo non può essere poiché tutte le cose sono neces­sariamente poste in essere nel tutto; esse devono a lui la loro esistenza. Il tutto non potendo dunque essere distrutto né per cosa al di fuori né per cose al di dentro, il mondo deve essere eterno indistruttibile ed imperituro, poiché l'Universo o mondo è il tutto.

12. Intanto, se noi consideriamo in generale la natura intie­ra, noi vediamo ch'essa interrompe la continuità delle cose prin­cipali e più eccellenti: essa attenua questa continuità, in una cer­ta proporzione conducendola alla mortalità e ricevendo una progressione nella sua propria costituzione. Dappoiché le cose prime non essendo che gusci (gabbie, spoglie) cambiano la loro natura a seconda delle loro qualità e cambiano parimenti il loro ciclo che è una progressione che non è né di seguito né conti­nua e che non è della specie di quella che si fa nel luogo, ma di quella che si fa per mutamento.

13. Per esempio: il fuoco ove sia concentrato in un punto di riunione ingenera l'aria e l'aria l'acqua e l'acqua la terra: e lo stesso ritorno e lo stesso periodo di mutamento ha luogo dalla terra al fuoco, di dove egli fuoco ha cominciato a mutarsi. Allo stesso modo i frutti, le piante, gli alberi, hanno ricevuto un prin­cipio di generazione per mezzo dei semi, in seguito essendo divenuti frutti e giunti alla loro perfezione essi si risolvono di bel nuovo nel loro germe, compiendo la natura questa progres­sione per mezzo della stessa cosa e nella stessa cosa.

14. Gli uomini e gli altri animali cangiano successivamente e corrono più presto al termine della natura. Poiché non vi è affatto per essi un ritorno verso il primo stadio né di antiperistasi e di mutamento, come ve ne sono per il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra; ma avendo finito il ciclo diviso in quattro parti per mez­zo delle quattro età; e disseccati i mutamenti di tali età essi peri­scono e non sono più generati. Tutte queste antiperistasi e que­sti differenti mutamenti formano delle figure e degli indici che l'Universo, o il tutto che contiene tutti i corpi, conserva e così tutte le cose che in lui sono contenute e quelle che in lui furono distrutte.

15. La forma del mondo, il movimento, il tempo e la sostan­za non avendo né principio né fine sono sicure garanzie che l'Universo non è mai stato prodotto e non sarà mai dissolto. La forma del mondo è rotonda e fa un cerchio, questo cerchio è uguale e simile da ogni lato, esso è dunque per conseguenza senza principio e senza fine, e così la specie o la natura del movimento essendo a sua volta in cerchio, essa è eterna: non può ricevere alterazione. Quanto al tempo nel quale questo movimento avviene, esso è infinito, poiché ciò che è compene­trato a lui non ha avuto principio e non avrà fine, dappoiché l'Universo non è né passeggero né mutevole; ed esso non è di natura soggetta a cambiare, né in peggio né in meglio. Egli è dunque manifestamente certo dappertutto ciò che stiamo dicen­do, che il mondo è improdotto ed indistruttibile. E noi non dire­mo di più su questo soggetto.

mercoledì 29 maggio 2013

La Basilicata medievale. 2. L'età federiciana (C. D. Fonseca)

Difficile da definire nella sua consistenza geografica per la fluidità dei suoi confini specialmente per quanto riguarda l'area occidentale dell'antica Lucania, la Basilicata federiciana assume precise connotazioni entro due coordinate: a sud verso lo Jonio e a nord verso il Vulture. Nel testamento di Federico II raccolto dal notaio "magister Nicolaus de Brundusio" il 10 dicembre 1250, riferendosi alla concessione e alla conferma del principato di Taranto al figlio Manfredi, venivano chiaramente indicati i confini nella parte jonica di questo grande e singolare feudo e delle contee che insistevano ‒ Monte Scaglioso, Tricarico e Gravina ‒ "a porta Roseti [in Calabria] usque ad ortum fluminis Brandani [alle pendici dell'Appennino vicino ad Acerenza]". Sempre nello stesso testamento la preoccupazione di garantire la transitabilità del fiume Ofanto che delimitava l'area del Vulture aveva spinto Federico ad assegnare per la riparazione del ponte i proventi della masseria di S. Nicola di Melfi ubicata vicino al corso dell'Ofanto.
I primi contatti di Federico con la Basilicata erano avvenuti nel luglio del 1227: a Melfi, dove era giunto da Gravina di Puglia, tra luglio e agosto di quell'anno, Federico emanava tre documenti di interesse generale relativi a questioni interne alla sede episcopale di Ratisbona, alla protezione concessa a quattro monasteri cistercensi austriaci, al rinnovo del patto federativo con Luigi re di Francia.
Vi ritornava nel maggio 1231 proveniente da Lucera e rimaneva a Melfi e nei dintorni sino a settembre quando dall'antica capitale normanna emanava le Constitutiones regni Siciliae: in quei mesi nella sua cancelleria venivano redatti sette documenti destinati al monastero del Ss. Salvatore di Monte Amiata, ai comuni della Tuscia, a Venceslao re di Boemia, a Gerardo vescovo di Brema, a Sergio abate del monastero di S. Maria e dei martiri Trifone e Biagio di Ravello, a Ermanno Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri teutonici.
Un terzo soggiorno a Melfi è documentato nell'agosto-settembre 1231 e un quarto tra il 18 luglio, proveniente da Spinazzola, e il mese di settembre 1232: durante quest'ultimo periodo, tra gli altri, vanno segnalati due documenti di grande interesse: uno destinato al monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone nella diocesi di Anglona con il quale l'imperatore accoglieva il glorioso cenobio sotto la sua protezione e l'altro relativo alla nomina di Riccardo di Brindisi ad arciprete della chiesa di Altamura eretta e fondata dallo stesso Federico che la esentava da qualsiasi giurisdizione episcopale.
Ma ciò che più conta è che da Melfi incaricava il 9 agosto 1236 il magister Enrico di Colonia di trascrivere il suo esemplare delle Abbreviationes di Avicenna e del De animalibus tradotti da Michele Scoto; con un'altra lettera, indirizzata ai "Magistri in philosophia docentibus", inviava la traduzione in latino da lui stesso fatta curare dal greco e dall'arabo di alcuni trattati di Aristotele e di altri filosofi.
Nell'ultimo periodo della vita del sovrano svevo viene registrato un soggiorno a Melfi nell'agosto 1249 quando confermava al comune di Macerata una concessione effettuata da suo figlio Enrico VII.
I documenti dianzi citati rappresentano certamente una spia significativa dei rapporti tra Federico II e la Basilicata, ma non costituiscono una testimonianza esaustiva per individuare le presenze dell'imperatore svevo nei territori lucani se si considerano le altre attività esercitate dal sovrano non riportate nelle testimonianze narrative e documentarie, specialmente per quanto riguarda l'esercizio della caccia, la costruzione dei castelli e il controllo delle masserie che richiedevano una infrastruttura viaria adeguata ed efficiente. Dall'altra parte è altrettanto noto come le strutture viarie della Basilicata risultano estremamente esigue, sì da richiedere la creazione di una rete di adduzioni indispensabile per collegare l'unica arteria esistente di ascendenza classica collocata tra la Via Appia e la Via Popilia, la Herculia appunto, alle distese boschive, al sistema castellare, alla rete delle masserie sparse su tutto il territorio della regione.
La Via Herculia tagliava trasversalmente la regione collegandola con la Puglia e la Calabria e seguiva l'itinerario che da Candela e da Accadia portava a Venosa (Venusium civitas), a Rionero in Vulture (Ad pinum), a sud di Lagopesole (Ad fl. Bradani), a Potenza (Potentia), a Satriano o Brienza (Acidios), a Grumento vecchio (Grumentum), a Calvera o Teana (Semucla), a Rotonda (Nerula): era, questo, lo snodo per immettersi sulla Popilia.
Da questa importante strategica infrastruttura viaria si sviluppavano le varie diramazioni per raggiungere a nord le masserie di S. Gervasio, Monteserico, Gaudiano, Lavello e S. Nicola de Aufido e poi tutto il sistema difensivo che da nord a sud costellava l'intera superficie regionale non senza fare riferimento al "parco delle uccellagioni" che, a quanto scrive Giovanni Villani, Federico realizzò "presso a Gravina e a Melfi, alla montagna: e il verno stava a Foggia a uccellare, la state alla Montagna a cacciare a suo diletto". Del resto di questa alternanza tra il palazzo imperiale di Foggia e le distese boschive della Basilicata costituiscono un'eloquente riprova i documenti già citati che riferiscono sui suoi soggiorni in Basilicata.
Comunque questa viabilità minore è variamente attestata: basti pensare alla Via Appia per Silvum che portava al castello di Spinazzola e alla domus di Gravina, alla Via Venusina che conduceva al castello di Monteserico, al tratto interno da Butunto (Bitonto) a Pissandas (Lagopesole) che consentiva di raggiungere il castello di Acerenza.
Il "parco delle uccellagioni" istituito da Federico II interessò i territori di Melfi e di Lagopesole: si tratta di zone accuratamente prescelte sia per le particolari bellezze naturali sia per la spiccata vocazione venatoria. All'interno di queste zone l'imperatore fece costruire o riadattò preesistenti fabbriche per far fronte alle esigenze legate alla sua permanenza e a quella del suo seguito.
Di queste domus solaciorum è ricca la Basilicata e risultano collocate nel nord della regione in contiguità con la Capitanata verso la quale Federico esprimeva una particolare predilezione: "Cum solatiis nostris Capitanatae provinciam", scriverà Federico, "frequentius visitemus et magis quam in aliis regni moram sepius trahimus ibidem". Le domus solaciorium deputatae della Basilicata sono nove: Torre di Cisterna, S. Nicola de Aufido, Gaudiano, Lavello, Boreano, Monteserico, Agromonte, Montemarcone, Lagopesole. Una particolare attenzione dell'imperatore meritava certamente Lagopesole per il suo ambiente ricco di acqua, di boschi e di selvaggina tale da proporsi come un bacino ideale entro il quale era possibile verificare quell'ampio spettro di osservazioni di cui è ricco il trattato sulla falconeria, il De arte venandi cum avibus.
In prossimità delle domus solaciorum dell'area del Vulture-Melfese si incontrano le masserie regie o demaniali verso le quali Federico sviluppò una politica particolarmente mirata in quanto, insieme con i castelli e con i porti, esse furono considerate cardini importanti dell'intera organizzazione territoriale attraverso i quali era possibile sviluppare le iniziative del potere centrale nella commercializzazione del prodotto agricolo.
Le masserie regie di età federiciana sul territorio della Basilicata sono quelle di Gaudiano, Lagopesole, Lavello, Monteserico, S. Gervasio, S. Nicola d'Ofanto presso Melfi, Spinazzola; se si eccettua quest'ultima, tutte le altre insistono intorno a una domus solaciorum: riprova evidente di quel rapporto strettissimo, anzi della coincidenza, tra queste e il territorio circostante tale da riproporre quel modello sistemico di insediamento di cui si faceva cenno prima.
Si trattava di un complesso agro-pastorale di notevoli dimensioni che richiedeva un impegno organizzativo adeguato da parte della Corona. A tale proposito Federico II con la Constitutio sive encyclica super massariis Curiae procurande et provide regendis istituiva i provisores massariarum con lo scopo di compilare gli inventari "mense octobris annuatim", di indagare sul regolare funzionamento delle fattorie constatando "si diminutionem inveneris in eisdem" se i danni fossero stati prodotti da calamità naturali o da negligenze dei massari: in quest'ultimo caso l'inchiesta avrebbe richiesto la presenza dei massari delle aziende vicine, del giudice del luogo in cui era ubicata la masseria, di boni homines in veste di testimoni e del mastro procuratore della provincia. Norme specifiche erano destinate alla raccolta e alla conservazione dei prodotti, al governo degli animali, ai famuli che eseguivano i lavori, alla segnalazione di terreni fertili, allo stato di conservazione delle case e agli eventuali lavori di riparazione o restauro.
L'altro cardine, oltre quello massariale, di controllo e governo del territorio era costituito dal sistema castellare, cioè dalla "rete demaniale di fortezze" con le quali lo Svevo aveva inteso recingere l'intero territorio del Regno: "regni nostri pomerium omni vallari munimine" affermerà lo stesso Federico. E la Basilicata costituisce una eloquente riprova di questa politica di incastellamento del territorio a cominciare dal Vulture-Melfese con il castello di Melfi per continuare nell'alto Bradano con il castello di Acerenza e verso ovest con i castelli di Pescopagano, S. Fele e Muro Lucano; scendendo verso il Basento si incontra il castello di Brindisi di Montagna, mentre sul torrente Melandro quello di Brienza e poi ancora i castelli di Abriola, Anzi, Calvello, Gorgoglione, Petra di Acino; verso la costa jonica sono ubicati i castelli di Montalbano, Castrum Petrulle, Policoro, Torremare, mentre verso quella tirrenica i castelli di Lagonegro e Maratea; infine nell'area interna si trovano i castelli di Montescaglioso e Matera.
Con l'ingresso dei castelli nella struttura amministrativa del Regno matura, tra gli altri, la consapevolezza della conservazione e della manutenzione delle fabbriche castellari, tenuto conto che sul loro stato i provisores castrorum dovevano inoltrare una dettagliata relazione alla Curia regis.
E qui va fatto un riferimento a una fonte preziosa che per quanto attiene il nostro specifico problema merita la più ampia considerazione: si tratta dello Statutum de reparatione castrorum attribuito agli anni tra il 1239 e il 1246 e della istituzione dei provisores castrorum effettuata il 5 ottobre 1239. Sta di fatto che dal 1239 in avanti compaiono numerosi documenti emanati dalla cancelleria relativi ai problemi della riparazione e manutenzione dei castelli.
Prendiamo, ad esempio, il castello di Policoro: l'intervento regio fu tempestivo e determinato l'8 aprile 1240; il castrum Policorii minacciava di andare in rovina ("domus dicti castri minantur ruinam") per cui era stato indispensabile effettuare le riparazioni ricorrendo all'intervento finanziario della Curia ("de pecunia nostre curie reparari") fino a quando non venne accertato quali fossero i soggetti che erano tenuti alla riparazione ("requirens prius justitiarium regionis ut inquiri faciat diligenter si per homines loci vel proximos castrum ipsum consuevit et debeat reparari") .
L'indagine venne prontamente effettuata dal giustiziere se nello Statutum risultano come contribuenti per la riparazione di questo castello dell'area jonica gli abitanti di Policoro, Scanzano, Colobraro, Rotondella, Bollita, Trisaia, S. Arcangelo.
Le località che erano tenute ad assicurare il restauro e la manutenzione dei castra e delle domus del demanio regio sono minutamente elencate. Si tratta di ben duecentocinquanta strutture castellari di cui ventinove ricadenti nella Basilicata: i diciannove castra già ricordati di Montescaglioso, Petrullo (presso Pisticci), Torremare (presso Metaponto), Policoro, Gorgoglione, Petra di Acino (tra Cirigliano e Aliano superiore), Melfi, Pietrapagana, S. Fele, Muro Lucano, Acerenza, Brindisi di Montagna, Abriola, Anzi, Calvello, Lagonegro, Maratea, Spinazzola e Rocca Imperiale; inoltre le dieci domus di Montalbano, Gaudiano, S. Nicola d'Ofanto, Cisterna, Lavello, Boreano, Lagopesole, Montemarcone, Monteserico, Agromonte.
Nei rapporti tra Federico II e la Basilicata merita anche particolare attenzione l'infrastruttura portuale: basti pensare all'ordinatio del 5 ottobre 1239 con la quale lo Svevo creava nel Regno undici nuovi porti di cui uno sulla costa jonica, Torremare (presso Metaponto). Ad esso preponeva due custodi, "Henricus de Tenardo de Brundusio" e il notarius "Prudentius de Hostuno".
Torre di Mare, il cui porto originario era molto verosimilmente collocato alla foce del Basento, acquistava una rinnovata importanza per il novus portus che si inseriva nell'habitat in stretta continuità con il castrum fatto costruire dallo stesso Federico II. Alla manutenzione del Castrum Turris Maris dovevano contribuire, oltre gli abitanti del luogo, quelli di Pisticci, Casale Pisticci, Craco, Avinella e Camarda.
Non si dimentichi che tra agosto e settembre 1231 Federico promulgava in un solenne concistoro tenuto tra le mura del castello le Costitutiones regni Siciliae, ma ciò che va evidenziato con particolare vigore è il contenuto della lettera inviata da Melfi il 9 agosto 1232 da Federico al magister Ermanno di Colonia con la quale gli intimava di trascrivere il suo esemplare delle Abbreviationes di Avicenna e del De animalibus di Aristotele tradotti da Michele Scoto.
FONTE: voce di C. D. FONSECA in Enciclopedia Federiciana, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2005.

martedì 28 maggio 2013

Basileo Addone di Potenza. Tra rivoluzione e restaurazione

 
Basileo Giovanni Pasquale Addone nacque a Potenza il 10 febbraio 1772 da Gaetano, dottore in utroque iure e ricco proprietario. Dopo aver studiato a Napoli, come il fratello maggiore Nicola, tornò a Potenza e, nel corso degli eventi che portarono alla costituzione della Municipalità repubblicana potentina, costituita il 3 febbraio, all’indomani di quella di Tito e due giorni prima di quella di Avigliano, fu coinvolto in pieno. La Municipalità, eletta in pubblico parlamento, era stata fortemente voluta dal vescovo Giovanni Andrea Serrao, uno dei promotori dello stesso innalzamento dell’albero della Libertà.
  La municipalità repubblicana potentina si distinse nettamente dalle municipalità dovute o imposte, in quanto «democratica e popolare» proprio per assetti e modalità di elezione diretta dei suoi componenti. Se, da un lato, la municipalità rispondeva esattamente ai primi indirizzi del Governo provvisorio della Repubblica, distaccandosi progressivamente «dal lealismo borbonico», d’altro canto andava a sconvolgere consolidati equilibri cittadini. Infatti ad appena ventun giorni dalla costituzione della Municipalità repubblicana, «fedeli seguaci del locale feudatario conte Loffredo, di concerto con componenti della stessa guardia civica», dopo aver ucciso brutalmente il vescovo Andrea Serrao, ancora a letto, e il reggente il seminario diocesano Antonio Serra, ne portarono in giro per la città quali trofei, le due teste, infilate sulle punte di due pali, istigando la plebe ad imitarli nella strage e nel saccheggio delle case dei giacobini.
La
I tragici eventi del 24 febbraio, a Potenza, non riuscirono a cancellare l’esperienza repubblicana: infatti, dopo tre giorni di gravi e persistenti disordini, il 27 febbraio si riuscì, con il determinante concorso di forze repubblicane dei centri vicini, a ripiantare l’albero della libertà in Piazza del Seggio, rieleggendo, sempre in pubblico parlamento, una seconda Municipalità repubblicana, alla cui presidenza fu eletto l’ex sindaco Giosuè Ricciardi, mentre il comando della nuova Guardia civica veniva affidato proprio a Basileo Addone.
Attirati e uccisi nella propria casa gli assassini del Serrao, Addone partecipò allo scontro armato contro le residue forze antirepubblicane che ancora minacciavano la città. Un documento testimonia, appunto, l’eroica difesa dei fratelli Addone contro gli uomini della guardia civica sospettati di averli assaliti nel loro palazzo. Lo scontro si tenne nel palazzo comitale della Cavallerizza, adiacente al palazzo Loffredo, in pieno centro cittadino, a poca strada dal Duomo e nei pressi della piazza del Sedile che, in quell’occasione, aveva assunto l’emblematica funzione di rappresentare il legame tra la nuova borghesia repubblicana e il clero aderente al programma della Repubblica napoletana.
Restaurata la municipalità, Basileo Addone partecipò attivamente alla resistenza contro le forze del cardinale Ruffo.
Nel maggio del 1799, occupata Potenza dalle truppe di Sciarpa, Nicola Addone era riuscito a sfuggire alla cattura, nascondendosi per lungo tempo nei boschi e riparando successivamente in Francia; ritenuto «immeritevole della Reale indulgenza» insieme al fratello Basileo, il 13 febbraio 1800 veniva deciso il sequestro dei loro beni. In totale, nella Provincia di Basilicata si contarono 189 condannati, cui si aggiunsero i giustiziati, dal giugno 1799 al settembre del 1800, in base alla sentenza della Suprema Giunta di Stato. Tra i processati, sette furono i “rei di Stato” che il tribunale di Matera condannò a morte: Oronzo Albanese, uno dei protagonisti di primo piano, nell'area del Potentino, del movimento democratico-repubblicano, giustiziato a Matera il 30 dicembre del 1799, e sei potentini giustiziati, sempre a Matera, il 15 marzo del 1800: Michelangelo Atella, sacerdote, Romualdo Saraceno, «industriante di vatica», Rocco Napoli, negoziante, ex componente della Municipalità repubblicana, Giosuè Ricciardi, funzionante pro regio iudice ad contractus, Gerardo Molinari e Gerardo Antonio Vaglio.
Mentre il padre fu costretto a trasferirsi in Napoli, Basileo Addone, con il fratello Nicola, riparò in Francia. Fece parte dell'Armata d'Italia e, dalla Lombardia, rientrò a Potenza soltanto nel 1806.
Basileo, seppure all’ombra del fratello, svolse un ruolo notevole nella politica di espansione della famiglia sul territorio. Il minore dei fratelli Addone, infatti, fu colonnello della Legione Provinciale di Basilicata ed ottenne il titolo di «cavaliere» trasmissibile agli eredi. Nel marzo del 1807 represse i moti contadini di Brindisi di Montagna e fu sindaco a Potenza nel 1808 e nel 1819.
Basileo Addone morì a Potenza il 9 agosto del 1845.

 

lunedì 27 maggio 2013

L'antica Lucania. 3. La popolazione (G. Devoto)

I più antichi abitatori della Lucania non si distinguono da quelli del resto dell'Italia eneolitica. Alcune grotte (per abitazione usuale o per rifugio) con suppellettile varia sono state esplorate a SE. di Salerno, nella valle del Tanagro (grotta della Pertosa, Grotta del Zachito, Monte Cervaro), presso Albano di Lucania e a Latronico. La toponomastica ci conserva di questo tempo alcune forme, riconoscibili dalle corrispondenze lontane, nell'Italia superiore, nella Grecia, nell'Asia Minore, per es., Armento, Atina, casuentus (fiume), Eburum (oggi Eboli), Forentum, Melpes (fiume), Silarus (oggi Sele), Sinnis (fiume), Volcei, Μανδόνια, Paestum, Tanager (fiume), Thebae. I più antichi abitanti di cui si conosca il nome sono verosimilmente già indoeuropei, gli Enotrî. I Lucani propriamente detti compaiono in una fase successiva.
Il nome non è stato ancora interpretato. Le due eventualità più attendibili sono che esso faccia parte della famiglia toponomastica ricordata più sopra, riconnettendosi a Luca (Lucca) e a Luceria (Lucera) oppure che si tratti di parola connessa col latino lux e il greco λευκός nel qual caso potrebbe rappresentare i "chiari" (cfr. Rutuli "rossi"), oppure gli "orientali": cioè denominazioni nate tra i popoli indigeni o confinanti che si sono trovati a contatto con essi.
Il primo autore che ne parla è Polieno, nei suoi Stratagemmi (II, 10, 2): egli li ricorda all'assedio di Turii sulla fine del sec. V. La tradizione, senza dubbio degna di fede, li considera Sanniti, distaccatisi dal ceppo originario poco dopo la conquista sannitica della Campania, dubbio tuttavia che si tratti di un'invasione di popolamento, in regioni non precisamente fertili, in cui le posizioni migliori della costa erano occupate da colonie greche. L'espansione dal nord è stata anche un fatto culturale di cui è testimonianza importante l'unità linguistica che si constata in tutto il mezzogiorno d'Italia. Nella Lucania si trovano iscrizioni in alfabeto greco (per es., ad Anxa) dapprima, in alfabeto latino poi (per es., l'importante tavola bantina), ma sempre in lingua osca. Sussistono anche monete con la scritta ΛΟΥΚΑΝΟΜ. L'influsso greco, irradiato specialmente da Metaponto, ha attenuato il carattere guerriero degli antichi Sanniti e ne ha elevato notevolmente la civiltà. Ciò non toglie che la conquista delle colonie greche da parte dei Lucani rappresenti un taglio netto rispetto al passato, riconoscibile per es., a Paestum anche oggi attraverso gli scavi.
Caratteristico del loro ordinamento costituzionale (che ricorda, secondo gli antichi, quello di Sparta) è il βασιλεύς (Strabone, VI, 253) o dittatore, che entrava in funzione qualora un pericolo lo consigliasse, come capo federale. Normalmente, nessun potere superiore limitava l'indipendenza delle singole civitates.
Sul confine dei secoli V e IV i Lucani conquistano Posidonia, Pixunte, Lao, ma non Elea, sul versante Tirreno. La loro espansione provoca fra le colonie greche una lega che comprende Sibari sul Traente, Crotone, Caulonia, Elea e Metaponto (secondo Diodoro nel 393), rinforzata da un'alleanza con Siracusa. Nel 389 i Lucani, dopo aver attratto gli alleati, li battono a Lao con un potente esercito di 30.000 fanti e 4000 cavalieri.
Nel decennio successivo (389-379) la potenza di Siracusa collega invece i Lucani con i Greci, e l'interessamento verso il mezzogiorno registra un nuovo progresso nel 356 con la costituzione dello stato dei Bruzî. La frontiera sudorientale diventa da allora di particolare interesse per i Lucani. Alleati di Taranto si battono con i Lucani: Archidamo III che cade combattendo a Manduria (338), dieci anni dopo Alessandro il Molosso che muore a Pandosia sull'Acheronte, Cleonimo nel 303, infine Agatocle (300-295).
Il primo contatto con Roma pare che sia nel 317, anno in cui i Romani occupano Nerulum, non si sa se con il consenso della federazione lucana. Nel 298 i Lucani si alleano a Roma; sui precedenti di questa alleanza forzata, ci orienta l'epigrafe degli Scipioni "subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit" (Corp. Inscr. Lat., I2, 2, 7). Durante la guerra di Pirro furono suoi alleati, e la Lucania cominciò allora a subire le devastazioni che dovevano alterarne profondamente l'economia. Dopo la battaglia cosiddetta di Benevento (279) furono costretti a pace definitiva. Nel 273 s'inizia la colonizzazione romana con la colonia di diritto latino a Paestum. Durante la seconda guerra punica i partiti favorevoli e avversi ai Romani si contesero il potere con varia fortuna. Anche se Annibale ebbe libertà di manovra nella regione, non si può dire che l'atteggiamento dei Lucani sia stato così significativo come quello dei Campani. Dopo la pacificazione (206) che seguiva a nuove devastazioni, le colonie romane o latine si accrebbero: Copia (193), nella sede dell'antica Turii Buxentum (194), Forum Popilii (159 o 132). Città alleate furono Velia, Atina, Bantia, Potentia, Volcei. Nella guerra sociale furono alleati dei ribelli: l'importanza della loro partecipazione si accrebbe di mano in mano che i Romani, con le armi o con le disposizioni legislative, facevano declinare la resistenza in Abruzzo. La loro prima battaglia è quella del 90 in cui il lucano Lamponio batte Crasso presso Grumento. Furono presenti anche all'ultima, combattuta presso la Porta Collina l'1 novembre 82, in cui Silla ebbe ragione definitivamente del movimento. Furono ascritti compatti alla Tribù Pontina. Nella ripartizione augustea costituiscono con i Bruzî la III regione. Di origine lucana fu un imperatore dell'ultimo periodo, Libio Severo (461).

FONTE: Voce di G. DEVOTO in Enciclopedia Italiana (1934)

venerdì 24 maggio 2013

L'antica Lucania. 2. Il territorio (D. Adamesteanu)

La Lucania fu una regione dell'Italia meridionale, tra la Campania, la Calabria e le Puglie, che nella divisione amministrativa dell'età di Augusto fu unita ai Bruzii (Calabria) a formare la Regione III. Questa era delimitata verso la Campania dal basso corso del Sele e dal Bradano e verso i Bruzii dal fiume Laino sul Tirreno, dai fiumi Sibari e Crati sullo Ionio. Il centro amministrativo odierno è Potenza (la regione sino alla fine del 1932 ebbe nome Basilicata).
Nella prima fase dell'Età del Ferro si può dire che tutti gli insediamenti dell'Età del Bronzo in Lucania abbandonano i siti nella pianura per salire sulle colline più facilmente difendibili. Le tracce di capanne protostoriche di Ferrandina (Croce Missionaria), di Cancellara (Carpine), di Vaglio della Basilicata (Serra S. Bernardo), di Timmari e di S. Maria d'Anglona (Pandosia?), per citare, soltanto qualche esempio, indicano in maniera evidente questo passaggio.
Con il VII-VI sec. a. C. tutti questi centri cercano di difendersi con le costruzioni di fortificazioni a grandi blocchi irregolari che formano, spesse volte, un vero aggere. Di solito questo primo nucleo è destinato a formare l'acropoli del centro nel suo normale sviluppo urbanistico.
Nello sviluppo del centro si possono cogliere diverse fasi che si prolungano attraverso i secoli e sempre collegate ad avvenimenti storici facilmente individuabili.
La Lucania in realtà non è affatto una zona isolata, come finora comunemente si credeva. La presenza dei cinque grandi fiumi (Basento, Bradano, Cavone, Agri e Sinni) che l'attraversano da SE a NO per finire nel Golfo di Taranto, significa un continuo contatto tra la costa e l'interno e quindi una rapida trasformazione di tutti quei centri che si trovano lungo queste larghe vallate.
Il Bradano, attraverso i suoi affluenti arriva fino ai piedi di Lavello e di Melfi, mentre la vallata del Basento si spinge fino ai piedi di Torre di Satriano, a pochi chilometri quindi dalle sorgenti dell'Agri. Così si spiega il rapido trasformarsi dei centri indigeni che dominano la vallata del Bradano, come Cozzo Presepe, Contrada Difesa, Montescaglioso, Pomarico Vecchio, Timmari, Moltone di Tolve, Montrone di Oppido Lucano, Carpine di Cancellara, Torretta di Pietragalla, Castel Serico, Quercia di Annibale, Lavello e Melfi. Altrettanto rapida è la trasformazione dei centri che dominano la valle del Basento, come Pisticci, Ferrandina, Garaguso, Croccia Cognato, Civita di Tricarico, Macchia di Rossano e Serra di Vaglio di Basilicata.
Non meno rapida è la penetrazione greca della costa nei centri che dominano le vallate dell'Agri e del Sinni, compresi i loro affluenti, come Monte Coppola, S. Maria d'Anglona (Pandosia ?), Battifarano di Roccanova e Chiaromonte, Alianello, Cersosimo, Serra Lustrante di Armento, Grumentum, Civita di Marsico Vetere e la civita di Nemoli.
Accanto a queste vie di penetrazione che partono dalla costa metapontina e dalla Siritide, altre vie di penetrazione mettono in contatto la Lucania con la zona pestana e con la Puglia. La vallata del Sele penetra sul fianco occidentale della Lucania fino ai piedi del Vulture, mentre quella dell'Ofanto passa quasi ai piedi di Melfi e di Gravetta di Lavello.
Lo stesso fenomeno si presenta anche nella vallata del Tanagro, affluente del Sele, conosciuta sotto il nome di Vallo di Diano. I centri antichi di Padula e Sala Consilina, conosciuti piuttosto attraverso le necropoli, iniziano i loro contatti con il mondo greco ed etrusco-campano già sul finire del VII sec. a. C., senza perdere però il loro carattere di cultura prelucana o enotria fino alla fine del VI sec. a. C. Anche se il tessuto di questa facies lucana presenta sfumature, esso resta unitario da Palinuro a Ferrandina e da Melfi a Serra Lustrante a Roccanova. Esistono però, e per lungo tempo, gli influssi marginali facilmente individuabili in ambienti come Lavello o Melfi, strettamente collegati alla Puglia, o come Sala Consilina, strettamente collegata al mondo greco ed etrusco-campano. Ma anche queste sfumature cominciano ad essere livellate durante la prima metà del V sec. a. C., quando si assiste ad una vera koinè lucana.
La Lucania rappresenta quindi un punto di incrocio di quasi tutte le correnti culturali dell'Italia meridionale e non deve essere considerata isolata tra le sue montagne e colline, tra le sue pianure e vallate. Così si spiega la presenza, a Vaglio, di terrecotte architettoniche arcaiche di tipo greco ed etrusco-campano, di antefisse e bronzi etrusco-campani di età arcaica a Melfi, di oinochòai rodie in bronzo e di bucchero etrusco, della fine del VII sec. a. C., a Serra Lustrante di Armento e ad Armento stessa, sulla vallata dell'Agri.
Altrettanto chiara si presenta però anche la penetrazione àpula con i suoi vasi arcaici, facilmente riconoscibili per la loro caratteristica decorazione geometrica.
Nel periodo che va dalla fine del VII alla fine del VI sec. a. C., quasi tutti questi centri indigeni allargano la loro cerchia di difesa, creando un vero abitato di tipo greco in cui l'antico insediamento diventa acropoli, destinata ora alla zona sacra.
È un fenomeno che richiama molto da vicino i centri indigeni arcaici della Sicilia, come, per esempio Monte Bubbonia o Monte Saraceno di Ravanusa. In qualche caso, come a Torretta di Pietragalla, il primitivo centro indigeno resta totalmente isolato dal resto della città ingrandita. Soltanto quando, durante il VI-IV sec. a. C., i centri si allargano nuovamente, come Serra di Vaglio, alla vecchia zona sacra dell'acropoli si aggiunge un'altra, situata nel mezzo della seconda fase di ingrandimento e al centro di un impianto urbanistico ortogonale risalente alla fine del VI, inizio del V sec. a. C.
Questi centri s'ingrandiscono quindi a macchia d'olio sovrapponendo gli isolati alle necropoli. Un fenomeno generale quindi che si verifica dalla Sicilia fino a M. Sannace in Puglia.
La vera tecnica greca nella costruzione delle fortificazioni appare invece soltanto nel IV sec. a. C. e più precisamente alla fine di questo secolo. Così almeno appaiono le fortificazioni di Serra di Vaglio, di Torre di Satriano, di Pomarico Vecchio, di Torretta di Pietragalla e di Civita di Tricarico o di Croccia Cognato.
Si tratta di una tecnica greca, con struttura isodoma, spesse volte consistente in un solo paramento esterno ed un grande riempimento che richiama alla mente le fortificazioni ad aggere.
Se si hanno ancora dubbî sulle popolazioni cui si possono assegnare le precedenti opere di difesa ed i contatti con il mondo greco, etrusco-campano ed àpulo, le fortificazioni di tipo greco possono invece essere attribuite certamente ai Lucani: dal IV sec. a. C., la loro presenza in questa zona è ben accertata anche dai testi antichi.
Con la fine del V sec. e durante tutto il IV sec. a. C. si assiste ad un fiorire di fabbriche vascolari locali in cui operano Pittori come quello di Pisticci, di Armento e Roccanova, nella parte meridionale, o come il Pittore di Melfi, nella parte settentrionale della regione. Similmente alla produzione arcaica di Melfi, Cancellara (Carpine) o di Roccanova, anche questa produzione s'ispira a modelli greci della costa o della madrepatria.
La vita dei centri indigeni, ellenizzati durante il periodo compreso tra il VI e il V sec. a. C., può essere seguita fino alla metà del III sec. a. C. sempre sullo stesso sito. Da questo periodo in poi, con l'eccezione di qualcuno, come Melfi o Macchia di Rossano, questi centri scendono nuovamente in pianura, formando, inizialmente, una catena di fattorie, in gran parte sistemate nelle pianure e nelle vallate.
In questo periodo sorgono però anche grandi centri romani, come Grumentum e Venosa, il primo sovrapponendosi ad un centro indigeno, il secondo soltanto parzialmente insediato su un altro centro precedente. Con il I sec. a. C., mentre i due maggiori centri romani s'ingrandiscono e assumono l'aspetto conservato fino al tardo periodo romano, le fattorie si raggruppano in nuclei sempre maggiori.
Dalle fattorie romane dell'Incoronata e del Demanio del Metapontino fino a quelle di Leonessa di Melfi, si assiste ad un incremento continuo del popolamento delle campagne e dell'abbandono definitivo dei centri situati in posizioni alte. Nascono, in questo periodo e nei primi decennî dell'Impero, le grandi arterie romane che attraversavano la L. mettendola in contatto con l'Appia o la Popilia. Dalle necropoli di queste fattorie, raggruppate in veri villaggi, provengono i sarcofagi di Atella o quello di Albero in Piano, nell'agro di Rapolla, i mosaici di Calle e le iscrizioni di S. Cataldo di Ruoti e di Cugno dei Vagni di Nuova Siri Scalo.
Contrariamente a quanto è stato detto finora, anche nel periodo romano imperiale la Lucania ha avuto una sua vita ricca e ben ordinata. Se si è parlato di uno spopolamento e di miseria in questa zona, ciò si deve più alla mancanza di indagini metodiche che ad una realtà. Proprio in questo momento di silenzio da parte delle fonti letterarie si assiste allo splendore di Venosa, Grumentum ed Eraclea e allo infittirsi di insediamenti, ricchi in terme e necropoli monumentali, anche nei più piccoli raggruppamenti, come quello di Sansaniello, tra Rapolla e Venosa, o come l'altro di S. Martino d'Agri.
Il mondo antico della Lucania si chiude con il formarsi dei centri altomedievali di S. Maria d'Irsi, di S. Vito, di S. Antonio Casaleni, di Vitalba e Boreano; è il momento dell'arrivo dei Basiliani cui la regione deve un altro momento di fioritura e di collegamento con il mondo greco.

FONTE: Voce di D. ADAMESTEANU in Enciclopedia dell' Arte Antica I Supplemento (1973)

giovedì 23 maggio 2013

Paesi lucani. 5. Melfi tra tardo Medioevo ed Età moderna

Il feudo di Melfi andò ai Caracciolo dal 1416, quando la regina Giovanna II lo donò a Sergianni Caracciolo, suo favorito e gran Siniscalco del Regno. In alcuni testi Melfi risulta in possesso dei Caracciolo fin dal 1392; in realtà in tale data Melfi passò dalla famiglia Acciajoli a Goffredo Marzano, Gran Camerario del Regno, e nel 1416 a Sergianni Caracciolo del Sole per concessione di Giovanna II d’Angiò. Al 1420 risale l'acquisto di Ripacandida dai Bonifacio, mentre Abriola fu portata in dote dalla moglie di Sergianni, Caterina Filangieri. Il Caracciolo, inoltre, tra il 1425 e il 1432 ottenne anche il ducato di Venosa ed esercitò indirettamente il controllo su Oppido, sul castrum di Monticchio e su Lavello.
I componenti della famiglia Caracciolo non erano però riusciti a mantenere la continuità di governo sul feudo, che fu confiscato loro più volte in seguito a diversi scontri con la Corona: nel 1432 per contrasti personali con la stessa Giovanna II, che ordinò la confisca dei feudi a Troiano, figlio di Sergianni, ma con breve durata: la fine del governo angioino era imminente e il Caracciolo, essendosi opportunamente posto al servizio di Alfonso d'Aragona e avendo contribuito al successo di quest'ultimo, fu premiato nel 1441 con il titolo ducale e la restituzione dell'intero stato di Melfi. Per oltre quarant'anni la configurazione del vasto comprensorio di feudi non subì variazione.
Nel 1485 i Caracciolo, tuttavia, contribuirono all’organizzazione della congiura dei baroni contro Ferrante, anche perché Troiano III aveva sposato una Sanseverino e, con il pretesto delle nozze, si progettava la riunione dei baroni antiaragonesi.
Nel 1503, in seguito alla battaglia di Cerignola e alla successiva occupazione di Melfi da parte di Consalvo de Cordova, l’orientamento filofrancese del Principe Troiano Caracciolo lo costrinse a fuggire da Melfi in Francia, rifiutando la possibilità di conservare il feudo a patto di schierarsi con gli spagnoli.
La pace con Luigi XII e la successiva azione politica di Ferdinando il Cattolico (che si era impegnato sia a ricucire i rapporti tra i baroni filospagnoli e filofrancesi) consentì ai signori che avevano parteggiato per la Francia di recuperare i propri feudi; così anche i Caracciolo rientrarono a Melfi. Nel 1528 il principe di Melfi Giovanni III Caracciolo, nel delinearsi degli schieramenti dovuti al riacutizzarsi del conflitto tra Francesco I e Carlo V, si era mantenuto fedele agli Spagnoli, contrariamente a quelle che erano state le scelte dei suoi antenati e a quelle che furono le scelte di molti baroni napoletani.
Quando le truppe di Pietro Navarro - capitano al servizio del comandante francese Lautrec - entrarono a Melfi, Giovanni era preparato alla difesa del castello insieme ad un «buon presidio di soldati imperiali». I soldati del Navarro, ai quali si erano unite le bande nere di Giovanni de Medici, riuscirono ad entrare in città grazie alla collaborazione di alcuni cittadini che aprirono di nascosto una delle porte secondarie. La valorosa difesa degli abitanti di Melfi non riuscì, però, ad evitare il saccheggio e l’incendio della città, nella cui piazza principale furono passate a fil di spada più di tremila persone. A ciò seguirono l’assalto e l’espugnazione del castello, nel corso della quale il principe e la sua famiglia vennero fatti prigionieri. Solo dopo il rifiuto della Regia Corte di pagare il riscatto, il Caracciolo si schierò a favore dei francesi.
Fu questa, però, una scelta di campo fatale: l’attacco di Lautrec, portatosi sotto le mura di Napoli, si concluse in un disastro, distruggendo le illusioni autonomistiche delle fazioni baronali antispagnole e dei ceti cittadini e fornendo al governo l’opportuna giustificazione alle condanne, carcerazioni e confische che seguirono di lì a poco. La città di Melfi, in tale ambito, si guadagnava il titolo di “fedelissima” e l’esenzione dal pagamento dei tributi per 12 anni; ma la riconoscenza dell’imperatore si fermò a questo. Le speranze di ottenere la demanialità furono ben presto disilluse in seguito alla donazione del feudo ad Andrea Doria nel 1531.

mercoledì 22 maggio 2013

I rei di Stato lucani del 1799. 3. San Fele

I cittadini di San Fele, all’inizio del febbraio 1799, inviarono a Napoli, per ricevere istruzioni sull’organizzazione della nuova Municipalità, il “galantuomo” Biase Di Biase, mentre il sacerdote Emanuele Spera fu inviato ad Eboli ad incontrare il generale dell'armata francese per maggiori informazioni sulla Rivoluzione. Nel contempo, la popolazione sanfelese si riuniva nella piazza antistante la Chiesa Madre di Santa Maria della Quercia, innalzando l’albero della Libertà, in una manifestazione alla quale presero parte esponenti di ogni ceto sociale, alla presenza dell’arciprete Pietro Pellegrino – già amministratore del principe Doria - e del sacerdote Francesco Frascella, eletto Giudice di pace.
Numerosi furono i sacerdoti sanfelesi a partecipare alle attività di repubblicanizzazione nel territorio cittadino: Vincenzo Faggella, Donato Di Lorenzo, Pietro Pellegrino, Donato Pierri, Emanuele Spera, Gaetano Caputo, Vincenzo Muccia (eletto anch’egli Giudice di Pace), Sebastiano De Jacobis, Vincenzo Nigro, Francesco Frascella. San Fele, dunque, sulla spinta dell’iniziativa popolare e dei sacerdoti locali, costituì una delle prime Municipalità democratiche e popolari, presieduta da esponenti delle famiglie De Cillis, Frascella, Faggella, De Jacobis, Giannini, Santoro, Tomasulo, Stia: infatti il “Comitato” eletto fu presieduto, in tempi diversi, da Filippo De Cillis e Cesare Giannini, con Segretario Pasquale Stia e cassieri Pietro Frascella e Vincenzo Caputo.
Oltre al Comitato repubblicano, venne istituita la Guardia Civica, al fine di tutelare l'ordine pubblico, comandata da “patrioti” radicali come Michele Ludovico Pierri, Pietro Marraffino, Giovanni Caputo, Giuseppe e Marco Antonio Caputo, Domenico Mecca, Vincenzo Faggella, Giovanni Battista De Jacobis, Emanuele Spera, Matteo Tamangi, Antonio Santoro; Donato Rubino (tenente); Vito Pistolese (sergente).
La Municipalità, in un primo momento, ebbe come punto di forza la collaborazione tra i meno abbienti e la piccola e media borghesia, che aspirava a riscattarsi e liberarsi dalle spire della rendita passiva nobiliare. Tuttavia, l’adesione dei grandi proprietari terrieri alle idee repubblicane era di pura facciata, tanto che passarono alla controrivoluzione non appena braccianti e contadini reclamarono, anche violentemente, le terre usurpate, mentre i repubblicani locali cominciarono a scindersi tra moderati e radicali.
I radicali intendevano realizzare subito le promesse fatte ai contadini, a differenza dei moderati, che ritenevano di dover tutelare gli interessi padronali, indipendentemente da quelli delle classi più povere, consolidando la posizione dei gruppi più benestanti nella neonata Municipalità. I moderati, tra i quali spiccava il sacerdote Pasquale Mare, erano contrari ad ogni riforma che stravolgesse di colpo lo status quo, laddove i radicali cercavano di mantenere in piedi il progetto di nuova amministrazione cittadina ottemperando, nel contempo, ai doveri di ridistribuzione dei terreni promessi ai contadini, che ben presto passarono su posizioni antirepubblicane, delusi dalla lentezza con cui i nuovi amministratori operavano rispetto ad un’organica politica di distribuzione delle terre.
Nella seconda metà di aprile, con l’estendersi, a partire dalla zona occidentale del Lagonegrese, di iniziative sanfediste e filoborboniche, si andarono sempre più accentuando i contrasti interni tra moderati e radicali sanfelesi. Le masse popolari, vista svanire la prospettiva di ottenere la terra, si rivolsero alla propaganda sanfedista, accogliendo i componenti l’Armata “Cristiana e Reale” come difensori della fede e liberatori dai francesi.
Tuttavia, il Presidente della Municipalità sanfelese, Filippo De Cillis, alla notizia dell’avvicinarsi delle orde sanfediste a Picerno, informò i giacobini di Muro che un contingente di  sanfelesi si sarebbe diretto verso la cittadina della valle del Marmo per portare rinforzi. Nel contempo Giuseppe Capuano, componente la Municipalità, si recava ad Avigliano per assicurare le forze ivi presenti che avrebbero mantenuto un contingente di stanza a San Fele per resistere all’avanzata, dalla Puglia, dell’Armata Cristiana e Reale. Tuttavia, tra il 9 e il 14 maggio, Muro e Picerno cadevano nelle mani delle truppe sanfediste, costringendo il contingente sanfelese ad una precipitosa ritirata a San Fele, peraltro trovata già realizzata. Tra i 58 rei di Stato individuati dal Visitatore generale, marchese della Valva, spicca il nome di Cesare Nicola Gaudioso, che aveva fatto parte della Guardia Civica del suo comune. Arrestato dopo la caduta della Repubblica, venne giustiziato a San Fele il 16 luglio 1799.

martedì 21 maggio 2013

I rei di Stato lucani del 1799. 2. Acerenza, Avigliano, Barile

PAESE
COGNOME
PROFILO SOCIO-ISTITUZIONALE
RUOLO NEL 1799
RUOLI ANNI SUCCESSIVI
Acerenza
Cappetta Onofrio
Galantuomo
Municipalità Repubblicana
1809 Lista eleggibili
1816 Consigliere Provinciale
Avigliano
Corbo Carlo Maria Vincenzo
Avvocato
Aderisce al governo provvisorio
Costituisce la Municipalità Repubblicana
1811 Consiglio Generale della regione;
1818 Preside consiglio Distrettuale della Provincia;
1820 Presidente Senato Carbonaro Lucania orientale
deputato Parlamento nazionale delle Due Sicilie

Corbo Francesco Antonio


1818 Maggiore Milizia Provinciale;
1819 Cavaliere Ordine di S. Giorgio;
1820 Alto dignitario; Carbonaro e colonnello forze costituzionali Lucania Orientale

Mecca Vincenzo Vito
Sacerdote
Capitano Guardia civica
Affiliato alla Carboneria;
1820 Partecipa alla "Grande Assemblea del popolo carbonaro della Lucania Orientale"

Santoro Marco Antonio Pasquale
Medico
Partecipa ai moti e va in esilio in Francia
1814 Sindaco di Rapone;
1820 Amministratore; carbonaro di Rapone;
1823 Ricostituisce la Carboneria;
1848 Fa parte del Circolo Costituzionale;

Sponsa Deodato Giovanni Pietro
Arciprete e dottore in utroque iure
Capitano della Guardia Civica
Esponente II Municipalità di Avigliano
1807 Tenente Milizia Provinciale;
1810 componente collegio elettorale dei Possidenti;
1812 Colonnello
Carbonaro
1820 Colonnello Milizia Provinciale e Truppe di Linea;Comandante interinale della Regione;        Comandante forze costituzionali della Lucania orientale

Telesca Raffaele Luigi Maria
Medico
Tenente della Guardia
Sindaco durante il Decennio francese;   1821 Sindaco

Vaccaro Domenico Michele Arcangelo
Conclude gli studi di diritto
Partecipa al 1799 e va in esilio in Francia
1809 Lista eleggibili
1810 componente del Collegio Elettorale dei Possidenti di Basilicata
1818-1821Decurione
1820 aderisce alla carboneria
Barile
De Falco Giovanni Battista
Dottore in utroque iure
Partecipa al 1799
1809 Lista eleggibili  Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1810 componente del Collegio Elettorale dei Possidenti di Basilicata
1816 Cassiere comunale
1818 Consigliere provinciale