martedì 17 giugno 2014

La Basilicata napoleonica. 9. Territori e spazi tra Potenza e Matera nel 1806

L’avvio della macchina istituzionale-amministrativa di marca napoleonica segnò, per la Basilicata, la ridefinizione dei suoi ambiti territoriali e, di conseguenza, la riconfigurazione del suo baricentro politico-istituzionale nella città di Potenza che «acquistò il posto di Città Capitale della Provincia». Tale scelta derivò dal fatto che meglio essa si prestava e per la sua situazione geografica e per quella politica ai bisogni delle riforme e trovandosi, inoltre, nel centro della Provincia, a «circa eguale distanza dai mari Ionio, Adriatico e Tirreno», ed ancora, perché Potenza, «fortificata e munita il più formidalmente possibile», per la sua strategica posizione territoriale, fu indicata dal generale Philibert-Guillame Duhesme, addirittura, come «seconda capitale», nonostante fosse ancora connotata da un «basso tasso di funzioni urbane».

Potenza, dunque, avviò una rideterminazione e gerarchizzare dei propri spazi, connotando la nuova autorappresentazione cittadina con nuovi elementi del potere quali edifici, la centralità territoriale e le strutture rappresentative che essa, a differenza di Matera, non aveva, se non in minima parte e potendo contare su preesistenti edifici quali monasteri, conventi e il palazzo dei Loffredo, che venne, appunto, requisito ed incamerato insieme al convento di san Francesco per la sistemazione degli uffici del Tribunale e dell’Intendenza, mentre molti terreni di proprietà feudale rimasero in possesso dei Loffredo. Ancora nel 1812, infatti, gli ex feudatari possedevano gran parte del territorio extramurario del Potentino, come 729 tomoli del territorio di Aria Silvana, 660 tomoli del demanio di Montocchino, 1000 tomoli della masseria di Nolè, mentre, per le terre di Lautone, o Vallone della Camera, Fontana dei cacciatori, Cugno della Lenza e Rossellino, la contessa Ginevra Loffredo percepiva soltanto «la parte professata per burgensatica nel Catasto» e assai poco del restante territorio veniva aggregato al demanio comunale. 
Il primo Intendente fu Tommaso Susanna, che, nominato con decreto regio del 13 agosto 1806, proprio a causa della mancanza delle strutture atte ad ospitare le nuove istituzione, poté trasferirsi a Potenza, nei locali del Palazzo Loffredo, sede degli ex feudatari, solo a metà dell’anno successivo, né essi apparvero adeguati, se, a detta del Ministro dell’Interno, vi si stava «con molta angustia per la ristrettezza del locale».
A tale difficoltà si cercò di riparare ubicando gli uffici dell’Intendenza, dei Tribunali, nonché del «carcere criminale e civile» all’interno dell’ex monastero di san Francesco, poi «palazzo della Regia Prefettura», ma i lavori di ristrutturazione, condizionati da contorte procedure d’appalto e limitate disponibilità finanziarie, furono terminati solo dieci anni dopo l’iniziale decisione di trasformare l’antico complesso ecclesiastico nella struttura urbana più rappresentativa dell’ordinamento istituzionale-amministrativo locale.
Il rilievo della città di Potenza derivò, ovviamente, dall’importanza assunta dal più ampio stato della Basilicata, che, contraddistintasi nel 1799 come il «Dipartimento più democratico della terra», dopo la conquista francese fu il “palcoscenico” della formazione di una classe dirigente, in parte legata, come si è detto, alle generazioni della stagione repubblicana, in parte rinnovata, a seguito dell’abolizione dei privilegi che avevano fatto della nobiltà feudale la classe dominante e della soppressione degli ordini religiosi possidenti che disponevano quasi totalmente della ricchezza immobiliare. Fin dall’inizio del Decennio napoleonico, dunque, Potenza si trovò improvvisamente “catapultata” in un ruolo che la cittadina basentana non era preparata a svolgere, per evidenti limiti strutturali e per le spese che una riconfigurazione urbana ed amministrativa avrebbe (come di fatto avvenne) comportato.
Diametralmente, Matera subì non senza contraccolpi il passaggio dei poteri amministrativi sin dal 1806, in quanto, come noto, le forme del potere giudiziario che si traducevano nel tribunale straordinario rimasero presenti nell’antico capoluogo fino al 1811: se il tribunale straordinario rappresentava  l’ultimo baluardo materiale della condizione di privilegio sulla provincia pregressa, contemporaneamente, seguirono alla perdita della funzione di capoluogo insistite proteste manifestatesi in una sorta di autorappresentazione tra “descrizione” e ripercorrenza della “gloriosa vita passata”, in seconda battuta almeno per la conservazione dei Tribunali .  
Colpiscono, nelle forme di tali richieste,  i dettagliati e puntigliosi richiami a solidi elementi di  fedeltà al sovrano, oltre che a ragioni connesse con una serie di considerazioni sul contesto strutturale e di servizi che meglio connotava al ruolo  la città di Matera rispetto a quella di Potenza, con una sorta di “colpo di coda” ancora una volta rinviante alla tradizionale forma di autorappresentazione legata alle storie locali. Si poneva, infatti, in risalto la netta differenza dei due contesti urbani anche in termini di strutture, posizione geografica, condizioni di vivibilità.

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