giovedì 31 luglio 2014

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 2. Da cardinale a Vicario

Il periodo romano fu caratterizzato dalla nomina del Ruffo, il 17 settembre 1767, a Referendario delle due Segnature da parte di papa Clemente XIII, dopo essere entrato in Prelatura, riavvicinandosi in questo modo al suo maestro Angelo Braschi, l’allora Tesoriere Generale della Reverenda Camera Apostolica.
I destini di questi due uomini viaggiarono insieme per un lungo tratto di strada: infatti, Angelo Braschi, eletto papa nel 1775 con il nome di Pio VI, dapprima lo riconfermò Referendario delle due Segnature, poi, nel 1781 lo nominò Chierico di Camera, ed, infine, nel 1785 gli affidò l’incarico che dal 1773 era stato del cardinale Guglielmo Pallotta, ovvero quello di tesoriere Generale.
Determinato a cimentarsi in questa nuova sfida, il Ruffo era, però, consapevole del contesto interno ed internazionale, tanto che l’incertezza vigente avrebbe potuto paralizzare l’attuazione delle riforme. Tra il 1785 e il 1792 cercò di attuare pienamente il suo programma, distinguendosi da quanti lo avevano preceduto, in quanto questi ultimi avevano ritenuto prioritaria la questione monetaria rispetto a tutte le altre incombenze che tale compito richiedeva. Il 1786 fu banco di prova per il Tesoriere Ruffo che dovette occuparsi della diminuzione della carta moneta. Con l’editto del 17 gennaio egli istituì un «monte di porzioni vacabili pel valore di un milione e mezzo di scudi», che doveva far si che le cedole in circolazione si estinguessero.
Inoltre, il suo impegno fu anche volto ad ultimare i lavori di bonifica dell’agro pontino e a rendere più praticabile la navigazione del Tevere e dell’Aniene: con l’editto del 17 gennaio 1792, infine, si procedette anche ad incentivare l’uso di nuove tecniche che avrebbero reso le operazioni più veloci e meno costose. 
Una delle prerogative che l’incarico di Tesoriere offriva al Ruffo era quella di occuparsi della difesa dello Stato. Egli era consapevole della necessità di una riorganizzazione dell’esercito e di una fortificazione dei presidi più importanti e dispose nuove misure che facilitassero il compito degli artiglieri nei momenti cruciali delle battaglie. Infatti, potenziò gli armamenti munendo le fortificazioni di «fornelli, che davano maggiore facilità a prendere le palle infuocate, ed imboccarle con minor pericolo ne’ cannoni», attirando su di sé l’interesse e l’ammirazione del sovrano del Regno di Napoli, il quale inviò nello Stato Pontificio due osservatori che avrebbero avuto modo di apprezzare l’ingegno e la tecnica con cui tali innovazioni erano state realizzate. 
Essendo egli stato nominato il 29 settembre del 1791 Cardinale dell’Ordine dei Diaconi (anche se tale nomina fu resa nota solo nel febbraio del 1794) si rendeva conto delle difficoltà che avrebbe incontrato nel far parte dei nuovi ingranaggi della macchina statale, destinata, però, ad essere più lenta ed inefficiente. I suoi nemici all’interno del governo presero il sopravvento e al dimissionario Tesoriere non restò altro che cominciare a pensare quali sarebbero state le sue mosse successive. Il pontefice, in effetti, gli aveva dato il Titolo di S. Angelo in Pescaria e i Titoli di Santa Maria in Cosmedin (lo stesso titolo era stato dato all’antenato cardinale Pietro Ruffo di Calabria) e di Santa Maria in Via Lata, ed era quella la prova che Pio VI non lo aveva nominato cardinale per sbarazzarsene da Tesoriere.
Non si conoscono le ragioni dell’invito fatto al Ruffo dal re di Napoli Ferdinando IV di recarsi nel Regno e di trasferirvisi. Forse l’ingerenza dei fratelli, che ricoprivano al cospetto del sovrano alte cariche pubbliche, in virtù del loro rammarico nei confronti delle ristrettezze economiche in cui era costretto a vivere il loro congiunto, oppure una chiamata che celava dietro di sé una propensione ad avviare anche nel Mezzogiorno un processo di riforme, diventato indispensabile a fronte del malcontento regnicolo.
Comunque, il cardinale accettò la proposta di Ferdinando IV di recarsi a Napoli e di stabilirvisi definitivamente. Egli andò ad abitare presso il fratello maggiore Vincenzo, che nell’anno successivo sarebbe stato insignito del titolo di Duca di Bagnara. La presenza del Ruffo a corte pareva non essere molto gradita all’allora primo ministro John Acton, che accolse con un certo sollievo la decisione del cardinale di accettare l’Intendenza di Caserta e la ricca Abbazia di Santa Sofia di Benevento. 
Nel febbraio del 1795 Fabrizio Ruffo si recò a Caserta per occuparsi delle manifatture di San Leucio. I quasi quattro anni che ivi vi trascorse furono estremamente fecondi, in quanto egli ebbe l’occasione di dedicarsi agli studi di economia e di affinare le sue teorie sull’organizzazione e sul governo di uno Stato moderno. Il cardinale, inoltre, ebbe modo di applicare delle innovazioni non solo in merito all’amministrazione, ma anche alla produzione, dando una svolta significativa allo sviluppo agricolo e industriale dell’area. 
Inoltre, il Ruffo fu insignito del titolo di Gran Promotore della reale Arcadia Sebezia e venne considerato uno dei componenti di spicco del movimento, tanto che la sua spedizione finalizzata alla riconquista del Regno di Napoli all’indomani della proclamazione della Repubblica Napoletana del 1799 fu seguita e sostenuta con ardore dalla Società letteraria.
Le settimane che intercorsero tra lo sgretolamento dell’esercito (e dunque della politica antifrancese) e la fuga del re verso la Sicilia furono decisive per il cardinale che, in quel frangente, maturò le sue ambizioni di riconquista, anche a fronte della concreta possibilità di ricoprire un ruolo determinante nella vicenda. Il 14 gennaio Fabrizio Ruffo giunse a Palermo, dove i sovrani  non avevano ancora ideato un piano per risollevare le sorti della Corona, che appariva ormai schiacciata dagli eventi, ma anche dall’incapacità di mettersi alla testa di un esercito per scacciare definitivamente dal Regno i francesi e i loro proseliti. Il cardinale si rese subito conto dell’immobilismo che si respirava a corte e provò ad inserirsi nel gioco delle parti proponendo un’azione di riconquista del Regno che avrebbe beneficiato dell’apporto della Religione presso le masse. 
Infatti, il 25 gennaio Ferdinando IV decise di accordare la propria fiducia al Ruffo (anche se le possibilità di riuscita dell’impresa in quei frangenti apparivano quasi nulle), affidandogli il grado di Commissario Generale e Vicario Generale del Regno. 

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