mercoledì 20 agosto 2014

Brienza in età moderna. 1. Territorio, popolazione, poteri (Cataldo De Luca)

Durante l’età moderna Brienza rientrava nell’ambito territoriale del Principato Citra (solo con il decreto del 1811 entrò a far parte della provincia di Basilicata). Essa confinava ad oriente con Sasso di Castalda a sud con Sala Consilina, ad occidente con Polla, a nord con Sant’Angelo le Fratte. 
Il centro storico di Brienza era dominato dal castello, ubicato su un’altura di difficile accesso e di probabili origini pre-longobarde (infatti la radice burg di Burgentia sta ad indicare borgo e più propriamente sito fortificato), probabilmente ampliato nel periodo angioino
Per quanto riguarda gli andamenti demografici lungo il ciclo della modernità, nel primo quarto del sedicesimo secolo mancano dati attendibili in quanto la tassazione era espressa in fuochi,  la popolazione subì un aumento (si passò da 840 fuochi del 1532 a 1955 del 1595), con una popolazione che crebbe nonostante la povertà in cui versava, mentre nella prima metà del Seicento venne registrato un calo della popolazione a causa dell’epidemia di peste che colpì il Regno di Napoli. Solo nella seconda metà del Seicento la popolazione aumentò in modo graduale: si passò da 2798 abitanti del 1714 a 3991 del 1783 e nell’ultimo censimento del 1802 raggiunse i 4300 abitanti. 
Anche a Brienza, come nelle altre province del Regno, l’esercizio del potere era controllato dalla chiesa, dal feudatario e dall'università. 
La terra di Brienza faceva parte della diocesi di Marsico insieme ad altri 7 centri (Marsico, Saponara - l’odierna Grumento Nova -, Marsicovetere Sasso, Sarconi, Moliterno e Viggiano) Ognuna delle chiese dei sette centri  della diocesi era di tipo ricettizio (la chiesa di Brienza era dedicata a Santa Maria Assunta). Il maggior ostacolo incontrato dai vescovi della diocesi fu proprio il clero di tipo ricettizio: la chiesa di Brienza era curata ed innumerata e si occupava della gestione della massa comune del patrimonio costituito da beni censi e crediti che a Brienza ammontavano a più di mille ducati annui, dal che si può dedurre che gestiva un proprio patrimonio e, di conseguenza, il vescovo poteva intervenire solo in questioni attinenti allo spirituale. La ricettizia di Brienza era regolata da uno statuto che ci fornisce un quadro dettagliato di norme che i sacerdoti erano tenuti ad osservare per essere ammessi alle partecipazione: bisognava adempiere il servizio di chierico fino agli ordini sacri e dopo un anno di suddiacono e due da diacono si era ordinati sacerdoti. Durante questo periodo il sacerdote aspirante doveva occuparsi della cura delle anime senza partecipare alle rendite clericali, era obbligato alla celebrazione di 60 messe le cui elemosine andavano a sacrificio della sagrestia. 
La famiglia Caracciolo deteneva la giurisdizione feudale su Brienza. Sergianni Caracciolo nel 1428 comprò la contea di Brienza che successivamente, nel 1577, fu acquistata da Ippolita, madre di Marcantonio Caracciolo che divenne Primo Marchese di Brienza fin quando, essendo privi di eredi maschi, l’eredità passò a Faustina, con la quale si estinse la linea maschile della casa di Brienza, poiché faustina sposo Carlo Gambacorta Principe di Macchia. La loro figlia Cristina Gambacorta, sposandosi con Domenico Caracciolo, ebbe Litterio Caracciolo che fu decimo marchese di Brienza visse e dimorò a lungo nel feudo arricchendo la rocca di numerose opere d’arte. Sotto la sua giurisdizione, Brienza attraversò un periodo di eisveglio economico, pur se è documentato che i rapporti tra i Caracciolo e le chiesa entrarono in declino. 

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