giovedì 11 dicembre 2014

Il brigantaggio postunitario secondo il fascismo (1930)

Cacciato dal trono delle Due Sicilie, Francesco II pensò ai modi di poter subito far ritorno nel regno. E come al sorgere del secolo XIX, Ferdinando IV di Borbone, profugo e sconfitto, aveva incitato e sobillato le turbe plebee contro i novatori giacobini, così, nel 1860, Francesco II, giovandosi di aiuti e complicità varie, italiane ed europee, rinnova lo stesso tentativo, tendendo la rete di una vasta e ben organizzata congiura che in breve avvolge quasi tutto il Mezzogiorno. Secondo le carte sequestrate all'avventuriero inglese James Bishop, la forza reazionaria di tutto il Napoletano facente capo al presidente e direttore supremo del Comitato centrale di Napoli, il barone Achille Cosenza, era, nell'aprile 1862, di 80.702 uomini, dei quali 16.353 armati: non compresi gli uomini di 22 paesi del Beneventano e di alcuni paesi limitrofi a Napoli, e i gregarî di quattro forti bande di briganti. I primi nuclei di quelle segrete formazioni militari furono costituiti dalle bande brigantesche che, al cadere del 1860, bivaccavano per gli Abruzzi, per Terra di Lavoro, per le Puglie, per la Basilicata; cui si aggiunsero renitenti di leva, disertori, truppe dell'ex-esercito borbonico, evasi dalle carceri e, infine, tutti coloro che, con cieca larghezza, erano stati graziati nei primi giorni del moto insurrezionale del '60.
Questi elementi giunsero in paese quando la rivoluzione liberale aveva spostato il centro di gravitazione degl'interessi, del credito e delle fortune di ceti e di famiglie, molti aveva cacciato di ufficio, molti più minacciava di cacciare, tra essi preti e frati.
Gli esclusi fremevano (designavano nel loro cuore i capi del movimento liberale di cui si ripromettevano, alla prima occasione, di fare giustizia sommaria ed esemplare), anelavano alla riscossa. Intanto, le più strane dicerie di prossima restaurazione si diffondevano; fole e sobillazioni, diffuse in numerosi proclami, correvano sulle bocche del popolo, facilmente credulo. Non pochi, infatti, ritenevano che quel profondo mutamento di leggi, di uomini, d'istituti, di ordinamenti, portato dalla rivoluzione del '60 non potesse durare a lungo. I mutamenti e i rimutamenti dal 1799 in poi, le cacciate e i ritorni dei Borboni, le insurrezioni fortunate, consolidate dall'assenso regio ma poi represse nel sangue, le costituzioni date e poi ritirate, le tempeste che avevano scosso il corpo sociale e politico delle Due Sicilie, da cui però i Borboni erano usciti vittoriosi, davano la sicurezza e la speranza che anche questa volta si sarebbe tornati, prima o poi, al vecchio ordine di cose. Era negli animi della stragrande maggioranza la speranza o il timore che ancora una volta, come al chiudersi delle guerre napoleoniche, come nel '21, come nel '48-'49, l'Austria, varcato il Po, avrebbe detta l'ultima parola sui fatti d'Italia. Davano esca alla reazione la novità e la gravezza dei carichi tributarî. Il duro fiscalismo riusciva tanto più intollerabile, in quanto il nuovo regime amministrativo riversava dal Piemonte sul resto d'Italia anche una notevole quota dei debiti degli antichi stati Sardi in un momento in cui l'economia meridionale, già di scarsa capacità, entrava in una crisi acuta, per la profonda e concitata evoluzione che la società attraversava e per la vittoriosa concorrenza delle più progredite industrie settentrionali. Per effetto del nuovo regime doganale era aumentato il prezzo del pane, era cresciuto quello del sale; il popolo lamentava di essere "trattato peggio dei cani". Un ignoto poeta della Calabria, interprete in questo del sentimento comune, attribuiva tutti questi mali all'unità d'Italia, alla "colpa" d'essere stati "liberati". Su questo scontento di plebi e di piccoli borghesi, sul rancore di funzionarî licenziati, sulle defraudate ambizioni e sulle ribalderie incredibili di bassi politicanti, soffiava la propaganda che veniva da Roma e dai comitati borbonici. Questi elargivano somme di denaro, insinuavano che i "proletarî atti a marciare" avrebbero ricevuto 5 0 6 carlini al giorno e, dopo la restaurazione borbonica, una pensione annua di 200 ducati; che ai capi del movimento sarebbero toccati, come per l'addietro, elevati gradi militari e dignità cavalleresche; che il re Francesco avrebbe ripartite fra il popolo le terre demaniali usurpate dall'avidità dei "galantuomini". Era, questa, una vecchia questione, nel Mezzogiorno: specialmente grave dagli inizî del sec. XIX, da quando cioè le terre demaniali erano diventate per buona parte proprietà privata. Aspirazione viva di contadini, di artigiani, di piccola borghesia, di nullatenenti era di rivendicare e quotizzare queste terre. E spesso vi avevano fatto invasioni e violenze. Così, nella restaurazione borbonica del 1815 e nella rivoluzione del 1821. Così, nel '48, mentre le classi medie festeggiavano la costituzione, le masse agricole sorde alla causa della libertà, s'erano agitate per la spartizione delle terre. Così, nell'agosto 1860, mentre la visione delle camicie rosse e l'ideale della nazione italiana infiammava gli animi dei liberali, la folla a Matera aveva tumultuato per la divisione delle terre, incendiato l'archivio comunale dov'erano conservati i titoli di possesso, fatto uccisioni e incendî nel nome di Francesco II; di là il fuoco delle sedizioni s'era diffuso in numerose località della Basilicata e delle Puglie. Il contadiname, nella sua follia anarchica, aveva messo in un sol fascio impiegati, "galantuomi" e liberali, e minacciato in blocco contro tutti lo sterminio generale. E quando lo stato era intervenuto per ristabilire l'ordine in città, la resistenza era continuata nelle campagne, e contadini, pastori, braccianti, affamati di terra, avevano affiancato i briganti e con questi avevano preso vendetta dei "galantuomini" e delle loro proprietà. Toccavano, dunque, una corda ben sensibile i capeggiatori del movimento borbonico, quando promettevano ai contadini la quotizzazione delle terre demaniali!
Il nuovo stato unitario italiano si trovò impreparato a fronteggiare le torme brigantesche, i contadini rivoltosi, i borbonici, che presentavano contro di esso un fronte unico. Le forze militari erano accampate sul Po, a fronteggiare le minacce austriache. Il potere politico, debole ancora, tanto poté governare quanto lo permise il beneplacito o la tolleranza dei poteri municipali ai quali, per giunta, furono affidati anche i poteri di polizia: ciò che diede o accrebbe armi e facilità di prepotere alle partigiane fazioni municipali. Di qui l'incendio della reazione e del brigantaggio. La scintilla si accese in Basilicata, che aveva più compatti e più numerosi i suoi nuclei di malandrini. Passati in quel di Potenza e di Melfi, essi, al principio del 1861, erano già provvisti di cavalli e facevano segreti arruolamenti. Facile fu ad essi far sollevare il 7 aprile '61 la plebe di Lagopesole, d'intesa, pare, con gente sbarcata nella Valle di Policastro sul Tirreno, nella selva di Policoro sull'Ionio, e con comprovinciali di altri paesi che avrebbero dovuto operare un'insurrezione generale. A quel moto risposero una diecina di paesi di tutta la Basilicata, sollevantisi per questioni demaniali o per restaurare il tramontato regime borbonico. Diffusa la promessa di facili ricchezze, allettati anche dalla facilità con cui s'era compiuta l'insurrezione lucana, cui molti di essi avevano partecipato armati, da Lagopesole, dai vicini casali di Avigliano, dove vengono ricevuti con le bianche bandiere borboniche, attraverso i boschi, vanno a Ripacandida, a Ginestra, a Venosa, a Lavello, dove, ben accolti per segrete intelligenze con la plebe tumultuante, o vittoriosi della resistenza dei "galantuomini" o dell'assoldata milizia civica, restaurano il caduto regime borbonico, aprono le carceri, distruggono gli archivî, "mortali nemici nostri", come confessa con candore Crocco, uno dei loro capi, rubano ed ammazzano, incendiano le case di non pochi benestanti in fama di liberali. Così a Melfi - alle cui porte erano usciti ad incontrare "il liberatore" due carrozze piene di guardie d'onore, di preti ornati di medaglie borboniche, recanti bandiere bianche e frange d'argento e galloni d'oro che le signore avevano ricamato la notte precedente - furono accolti con feste e luminarie, tra frenetiche acclamazioni anche di notabili del posto, che li credettero soldati del regime borbonico. E il "generale" Crocco osò pubblicamente ringraziare la Vergine, su un inginocchiatoio preparato nella pubblica via. Così a Rapolla, così a Barile. Le milizie urbane, composte di plebe disinteressata alla lotta o, se mai, simpatizzante coi briganti, o formate di civici e di benestanti, irresoluti e disorientati, non potettero fronteggiare quel moto; e solo in una breve fazione tra Rionero e Basile si scontrarono coi briganti e li costrinsero a ripiegare nell'Avellinese. Appena il 15 aprile, otto giorni dopo l'inizio della reazione, dopo molte richieste giunsero a Potenza 250 soldati, ed altrettanti da Eboli per la via Valva furono avviati nel Melfese, mentre i briganti si ritiravano nelle loro sedi di Lagopesole.
A questo moto della Basilicata risposero immediatamente le bande brigantesche bivaccanti nelle Calabrie, nella Campania, negli Abruzzi, in Puglia. In quest'ultima regione, a mezzo luglio '61, infuriava la reazione, capitanata da numerose bande di saccomanni: fra le quali si distinse per ardimento quella d'un sergente del disciolto esercito borbonico, Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, diretta contro i "galantuomini" e la guardia civica che era composta di professionisti, di proprietarî terrieri, di capi d'arte. All'originario nucleo di malandrini e di grassatori si aggiunsero, dopo il primo giugno del 1861, i renitenti della prima leva ordinata dal governo di Torino nell'Italia Meridionale (per la sola Basilicata oltre 2000, su circa 2700 soggetti alla leva!): fomento per qualche tempo e riserva di briganti, se non tutti ancora briganti in attività di servizio. Ebbero tutti un capo militare nel catalano Don José Borjes, ufficiale dell'esercito spagnolo proclamatosi generale, che, reduce dai sanguinosi moti carlisti in Spagna, s'era messo a servizio del comitato borbonico di Marsiglia, ed era sbarcato da Malta a Brancaleone di Calabria, il 13 settembre 1861, a capo di una trentina di ufficiali e di soldati spagnoli, sicuri di trovare l'unanime consenso della popolazione e di compiere un moto politico. Di bosco in bosco, respingendo o sfuggendo le milizie cittadine, toccano l'11 ottobre i confini della Basilicata, s'uniscono alla torma di un antico masnadiero tre volte fuggito alle galere, il Sarravalle, ed al francese Langlois. E con loro, assaltano e derubano una quindicina di paesi del Lagonegrese, del Potentino e del Salernitano. Poi si riducono a Lagopesole; e di lì, poco dopo, a Monticchio, sede della banda del Crocco. Qui, il 28 novembre '61, avviene un colpo di scena: Crocco ed i suoi disarmano i soldati spagnoli, prendono loro i fucili rigati e a percussione, e dichiarano di voler fare da sé. Pochi giorni dopo, il Borjes, mentre, traversato il Reame, si apprestava a passare il Lonfine dello Stato pontificio con un gruppo di pochi fidi, finiva moschettato dai bersaglieri italiani a Tagliacozzo. Fuori di Basilicata, le bianche bandiere erano sventolate da altri condottieri borbonici, reazionarî politici e briganti nel medesimo tempo, tra i quali degno di ricordo è l'ex-sergente Romano, che con la sua banda giura di "far rispettare i stendardi del nostro re Francesco II da tutti i comuni subordinati dal partito liberale".
Con la morte del Borjes, col disanimarsi dei comitati borbonici, anche perché l'Austria non poté o non volle prendere a cuore la causa dei Borboni, si può dire finisca il brigantaggio politico e s'inizî o prevalga quello più aspro, di carattere esclusivamente sociale, di violenze e di ruberie. Se fra i tanti che scorrazzavano armati nel regno di Napoli intorno al'60, relativamente pochi erano i briganti che avessero fatto quel mestiere prima della reazione, in seguito essi furono numerosissimi. Materia c'era perché il brigantaggio rinfoltisse le sue schiere. Odî, rancori, cupidigie covavano dappertutto in Basilicata, in Puglia, in Calabria, fra contadini e pastori e plebe urbana, contro notabili e borghesi; e spesso esplodevano all'avvicinarsi delle bande brigantesche i cui capi a tutti promettevano mari e monti e, specialmente, il saccheggio. Ciò che spiega come i pochi avventurieri, sia pure spalleggiati da disertori dell'esercito borbonico, potessero produrre quel terribile sconvolgimento che in soli tre anni, dalla fine del'60 in poi, gettò alla campagna migliaia e migliaia di briganti, creò diecine e diecine di bande brigantesche, dal Molise, dal Beneventano, dalla Campania fino alla Penisola Salentina e all'estrema Italia: bande agguerrite e formidabili, che infestavano il paese, bloccavano le vie, impaurivano e ricattavano i possidenti, impedivano il traffico, rendevano impossibile, nonché la vita nelle campagne, persino la dimora strettamente necessaria per la coltura della terra. Le più famose e le più audaci erano quelle di Basilicata e delle provincie vicine: quella, ad esempio, di Crocco che aveva a suo fido il ferocissimo e codardo Giovanni Nicola Summa (detto Ninco Nanco).
Le truppe, insufficienti al bisogno, ignare dei luoghi e del dialetto, ingannate dai manutengoli di dentro e colte in tranelli dai briganti nella campagna, nonostante il loro sacrificio ed il loro indiscusso valore, non riuscirono ad impedire che la piaga divenisse sempre più generale nel Mezzogiorno. D'altra parte, la nuova Italia non intese la gravità e la complessità di quel fenomeno politico e sociale. Quando, nel Parlamento, qualche voce di meridionale si levava per implorare rimedî, c'era nel resto dei presenti la preoccupazione di stendere un velo su quelle miserie domestiche. La realtà finì con l'imporsi, dopo che molte generose vite di soldati erano state spente. Una commissione parlamentare d'inchiesta, di cui fecero parte Bixio, Saffi, Sirtori, Massari, Castagnola, ritenne che non fossero sufficienti le leggi ordinarie, e propose una legge eccezionale che fu presto votata. Questa, dovuta all'on. Pica, istituì consigli e tribunali di guerra, che usassero la maggiore speditezza nell'inquisizione e nell'esecuzione; istituì squadriglie di cavalleria borghese; demandò all'arbitrio di giunte provinciali di pubblica sicurezza di deferire alla giurisdizione militare o d'inviare a domicilio coatto vagabondi e favoreggiatori; emanò provvedimenti d'indole sociale, morale ed economica; dispose perché fossero sorvegliate le autorità municipali, uomini troppe volte senza fede politica; ordinò la chiusura di masserie ch'erano ricetto di briganti; restrinse al puro necessario le provviste alimentari delle campagne e vigilò il traffico di contadini e di braccianti dal paese alla campagna; dispose infine che fossero concentrate poderose forze di ogni arma. Queste, secondo calcoli autorevoli del colonnello Cesari, tra il finire del'62 e l'inizio del'63, ascesero per tutto l'antico reame a circa 120.000 uomini, cioè a quasi la metà dell'intera forza armata italiana. Vi fu impiegata in due riprese e con buon successo, anche la legione ungherese, già garibaldini. Legge terribile, dai procedimenti sbrigativi e sommarî, la quale, se ebbe qualche lato buono (es. la costruzione di strade, la discussione sul Tavoliere delle Puglie e la sottoscrizione nazionale per le vittime del brigantaggio), fu purtroppo anche strumento di dispotismo arbitrario e furibondo, arma delle fazioni municipali e famigliari. Furono infatti condannati proprietarî innocenti; in odio politico ad alcuni, vennero fabbricati falsi documenti a loro carico e tirati fuori centinaia di falsi testimonî. Nella sola Basilicata, la più infetta per vero di lue brigantesca, furono incarcerate per complicità o sospetto o aderenze ai briganti ben 2400 persone, condannate al confino forzoso ben 525, tra cui 140 donne.
Ma se non per la sostanza e per l'applicazione della legge Pica, certo per gli espedienti e i mezzi che lo stato autorizzò e mise in opera, il brigantaggio venne debellato. La vittoria tuttavia si delineò sicura, solo quando si creò nell'opinione pubblica la convinzione che lo stato voleva energicamente curare la piaga del brigantaggio, punendo senza pietà i colpevoli e premiando chi fornisse indizî o operasse con frutto. Conseguenza di questo nuovo concetto fu l'impiego di larga forza militare, a piedi e a cavallo, che occupasse i paesi, stabilisse dei cordoni per chiudere sbocchi e vie di passaggio tra un luogo e l'altro, esercitasse una pronta, intensa, instancabile persecuzione contro i briganti, fino a costringerli ad aperto conflitto e batterli. Gran parte del merito di questa nuova tattica toccò al generale Pallavicino, che nel Beneventano, nelle Murge di Minervino, nel Melfese decimò e stremò il brigantaggio. Accentrando nelle sue mani tutti i comandi fino allora frazionati, riducendo alla sua dipendenza tutte le autorità politiche delle regioni, stimolando con l'esempio i suoi subordinati, vestendo manipoli di soldati a mo' di briganti, guadagnandosi a sua guida intelligente ed astuta un Caruso di Atella, vecchio masnadiero della banda Crocco, il generale si diede ad un inseguimento instancabile e tenace dei briganti, anche durante l'inverno, rendendo loro difficili i rifornimenti, impedendone i collegamenti, avviluppandoli, battendoli, decimandoli. Dopo molti mesi di quest'azione energica il brigantaggio fu sgominato. Quando, nell'agosto 1864, Crocco, dopo un conciliabolo con i suoi nel bosco di Sassano, in cui fu discusso se costituirsi volontariamente o rifugiarsi in terra straniera, passò, sano e sconosciuto, i confini dello Stato pontificio, delle vecchie terribili bande rimanevano pochi e sparsi frammenti erratici, spauriti e senza capi. Nel'65, il brigantaggio traeva gli ultimi aneliti e se per qualche anno vi furono ancora alcuni casi isolati di delinquenza brigantesca, a reprimerli bastarono i mezzi ordinarî di polizia.

FONTE: Voce Brigantaggio in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1930.

Nessun commento:

Posta un commento