Paesi lucani. 23a. Il polittico di Cima da Conegliano a Miglionico

L'opera  arrivò a Miglionico, così come ricorda una tradizione locale, perché acquistato da Don Marcantonio Mazzone, arciprete del paese, nel 1598. Il primo apprendistato avviene nel suo paese di origine con Dario da Treviso, ma già negli anni 80 sarà a Venezia, dove, forse frequentò la bottega di Alvise Vivarini, l'artista a cui sembra ispirarsi nel periodo giovanile, ma i modelli della sua produzione matura saranno Giovanni Bellini e Antonello da Messina.
Questi, quindi, i referenti culturali del nostro artista, che ben presto "... assimilò la lezione di Antonello, basata sulla resa monumentale delle figure con il punto di vista ribassato, ripresa da G. Bellini, facendo sì che la figura proponga un'idealizzante lisciatura di volumi, una quiete di rappresentazione che rende un effetto di solenne classicità che è quasi greca" (L. Menegazzi - C. da Conegliano).
Ritroviamo queste considerazioni nell'impaginazione iconografica del "nostro" polittico che strutturalmente è molto vicino a quelli di Olera (1486/1488) e di S.Fior.
La lezione dei maestri viene, quindi assimilata e fatta propria da Cima, che, comunque, non sarà mai un freddo imitatore. Anche nelle tavole di Miglionico possiamo cogliere quel sentimento panteistico della natura, che non è mera accademia e che invece esalta il mistero dell'immagine sacra. I luoghi della memoria, intesi come tempo della purezza, lui più volte riprenderà in molti suoi capolavori: le colline della sua Conegliano con le torri medioevali, assurgono a spazio ideale in cui il fatto religioso può svelarsi ai nostri occhi, perché solo i lunghi silenzi della natura possono accogliere l'armoniosa rivelazione del sacro che è sublimazione della passionalità umana, il dramma viene così ad essere escluso, perché estraneo alla natura divina.
Quel drappo sottile, citazione da Antonello e Giovanni, che quasi impercettibilmente funge da quinta al trono marmoreo della pensierosa Madonna, non è cesura netta con il mondo dei fenomeni, anche se la brezza che disperde le rade nuvole non può scomporre le pieghe cristalline del manto della Vergine. Le figure dei Santi Francesco, Girolamo, Pietro e Antonio da Padova, descritti a tutta altezza, poggiano su di una lastra marmorea che che crea il primo piano di un profondissimo cannocchiale prospettico che si perde nel chiarore dell'orizzonte, segnato dalle colline alle loro spalle.
La monumentalità serena e pacata di questi dottori della chiesa si stempera nel caldo abbraccio della campagna e il sapiente uso dei chiaroscuri attenua l'imponenza dei volumi. Il restauro, effettuato negli anni 60 dall’ICR di Roma, ha eliminato le ridipinture, effettuate, forse, nel 1782, che hanno purtroppo rivelato gravi lacune nella superficie pittorica; inoltre, si è meglio palesato l'intervento della bottega nei santi della predella, così come avevano ipotizzato il Pallucchini e lo Hienemann, per il quale è pure di bottega l' "Annunciazione" della cimasa, forse, di Giovanni Martini (a tal proposito il Berenson osservava che la Vergine Annunziata gli pareva atteggiata come quella di Antonello).

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