La Basilicata medievale. 4. Melfi tra normanni e Svevi

La città, fondata all'inizio dell'XI secolo dai bizantini, dopo l'insediamento dei normanni, capeggiati dai fratelli Altavilla, fu considerata la "capitale morale della conquista della Puglia", dove si svolsero le assemblee e i sinodi più importanti. Fu, accanto a Venosa, Troia e Salerno, una delle quattro "ducales urbes" del ducato di Puglia. La sua sede vescovile era immediatamente sottomessa alla Sede Apostolica. In epoca normanno-sveva Melfi era la città più grande della Basilicata e ospitava comunità di mercanti amalfitani e di ebrei. Dopo la morte di Roberto il Guiscardo (1085), la città perse il suo ruolo centrale in seguito al trasferimento del potere ducale a Salerno e alla successiva unificazione politica del Mezzogiorno d'Italia con Palermo come capitale. Soltanto tra l'estate del 1127, quando Ruggero II rivendicò il ducato di Puglia come eredità di suo nipote ‒ il duca Guglielmo era deceduto senza eredi ‒, ed il 1139, anno dell'affermazione definitiva del dominio di Ruggero II sul Mezzogiorno peninsulare, Melfi fece regolarmente parte dell'itinerario regio, comprendente le città ducali, che si snodava di solito da Salerno a Troia e da qui (via Ascoli) a Melfi per poi terminare di nuovo a Salerno. Nel settembre 1129 Ruggero II tenne a Melfi una dieta nella quale, alla presenza dei baroni e prelati dell'Italia meridionale, fu proclamata una pace generale, e qui, nel 1132, lo stesso Ruggero II, ora re, richiamò i baroni alla fedeltà. Nel 1153 il sovrano fece costruire a Melfi il campanile della cattedrale che, con i suoi leoni, simboli del potere regio, doveva esortare la popolazione all'ubbidienza.
Nella seconda metà del XII secolo Melfi era pienamente consapevole della propria forza: così, per affermare il dominio sul territorio circostante distrusse, nel 1183, la vicina Rapolla. Sotto Federico II, che risiedette spesso e volentieri in Capitanata, Melfi, dopo essere stata per più di un secolo lontana dal cuore del potere, si trovò improvvisamente di nuovo vicino al centro decisionale. In particolare nel periodo estivo, quando il caldo nel Tavoliere diventava insopportabile, l'imperatore si ritirava spesso sulle montagne della Basilicata, dove trovava un ambiente ideale per la caccia. Scrive infatti Giovanni Villani di Federico II: "Fece il parco dell'uccellagione al Pantano di Foggia in Puglia, e fece il parco della caccia presso a Gravina e a Melfi alla montagna. Il verno stava a Foggia, e la state alla montagna alla caccia a diletto". Federico II risiedette a Melfi a più riprese: nel settembre 1230, dalla fine di maggio al settembre 1231, nelle estati del 1232, del 1242, del 1243, del 1246 e del 1247.
Da quando l'imperatore, a partire dal 1227, soggiornò prevalentemente in Capitanata, a Melfi arrivarono ospiti illustri da varie parti del mondo: nell'estate 1227 il langravio Ludovico di Turingia, marito di s. Elisabetta, venuto per partecipare alla crociata; nel gennaio 1230 il vescovo di Reggio Emilia, Nicola, ed Ermanno di Salza, Gran Maestro dell'Ordine teutonico, inviati dal papa per preparare la pace con Federico II; nel settembre 1230 Demetrio di Monferrato, re di Tessalonica (1209-1223), che morì improvvisamente e fu sepolto nella chiesa di Ognissanti; nel luglio 1232 messi di al-Malik al-Kāmil, sultano d'Egitto, che portarono un prezioso regalo. Fu anche a Melfi, esattamente il 9 agosto 1232, che il "magister" Enrico di Colonia nella casa del "magister" Volmaro, medico dell'imperatore, eseguì una copia del trattato De animalibus di Avicenna, tradotto da Michele Scoto dall'arabo in latino.
Durante il soggiorno più lungo di Federico II a Melfi, durato dal 26 maggio al 10 settembre 1231, furono redatte e promulgate le celebri Constitutiones, dette comunemente Costituzioni di Melfi. Alle consultazioni preparatorie per questa grande opera legislativa partecipò anche il vescovo di Melfi, Richerio (1215-1232), che fu uno dei consiglieri più fidati dell'imperatore. A differenza del suo predecessore, il quale aveva causato non pochi scandali, Richerio fu un buon pastore della sua diocesi, ma anche un abile diplomatico e un valente militare. Nel dicembre 1219 partecipò alla dieta di Augusta nella Germania meridionale e nel 1221 presiedette, per alcuni mesi, come "magister iustitiarius" il tribunale della Magna Curia dell'imperatore. Tra il 1225 e il 1227 Richerio lo rappresentò in Terrasanta e nel 1231-1232 comandò la prima squadra della flotta di Federico II che attaccò Cipro ed espugnò Beirut. L'itinerario internazionale del vescovo, che ritornò a Melfi prima dell'estate 1232, è una riprova dell'importanza acquistata dalla città al tempo di Federico II.
Il castello di Melfi ‒ nel quale Federico II consolidò il preesistente nucleo normanno (corrispondente all'attuale Museo Archeologico Nazionale) e fece innalzare tre nuove torri (la Torre del Marcangione, la Torre dei Quattro Venti e la Torretta "parvula"), nonché forse anche il pianterreno del palazzo angioino detto oggi "salone degli armigeri", e alla cui manutenzione erano obbligati gli abitanti di Melfi, Monticchio, S. Andrea di Statigliano e Venosa ‒ diventò nel 1239, accanto ai castelli di Bitonto, Napoli e Nicastro, uno dei luoghi dove i "recollectores pecunie" dovevano depositare il danaro raccolto. Sembra però che si sia trattato di un provvedimento soltanto temporaneo. Più importante fu l'istituzione, a Melfi, della centrale corte dei conti, voluta nel maggio 1240 da Federico II. Era la prima volta nella storia del Regno che veniva istituito un ufficio centrale indipendente dalla "curia" itinerante. Presieduta da tre "racionales curiae", Angelo de Marra, Tomaso da Brindisi e Procopio di Matera, la corte dei conti di-spose di venti collaboratori inclusi due notai. La sua sede era ubicata sia nel castello, sia nel palazzo vescovile di Melfi. Nel giugno 1241 Andrea Cicala, capitano e maestro giustiziere, riunì a Melfi i prelati del Regno per farsi consegnare i tesori delle loro chiese, che servirono per il finanziamento della guerra in corso, tesori che furono poi, nell'agosto 1241, depositati a San Germano.
Il tentativo di istituire a Melfi un'amministrazione centrale della corte dei conti, per quanto notevole e innovativo, era però di difficile realizzazione, perciò, dopo poco tempo, si tornò a dividere l'ufficio unico: uno per la terraferma, con l'esclusione della Calabria, e un altro per la Sicilia e la Calabria. Nel 1247-1248 si procedette a un'ulteriore decentralizzazione: la corte dei conti di Barletta, competente per la terraferma a eccezione della Calabria, fu sciolta e divisa in tre "scole ratiocinii", di cui una a Melfi, una a Caiazzo e una a Monopoli.
Manfredi, figlio e successore di Federico II, nato forse a Venosa o in uno dei castelli tra il Vulture e le Murge, risiedette spesso nella zona del Vulture, ma preferì a Melfi il castello di Lagopesole. Quando, nell'ottobre 1254, si trovò in gravi difficoltà, Melfi, fedele al papa, gli chiuse le porte della città, mentre la vicina Venosa lo accolse a braccia aperte. Non è attendibile la notizia del cronista Bartolomeo di Neocastro, secondo cui la morte di re Corrado IV, il 21 maggio 1254, sarebbe avvenuta a Melfi.

FONTE: Voce di H. HOUBEN in Federiciana, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2005.

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