giovedì 27 febbraio 2014

La Basilicata moderna. 13. La Basilicata nel XIX secolo

Havvi nel fondo della penisola una regione la quale per ampiezza va innanzi a ogni altra, sol la cede all'insulare di Cagliari: e quasi altrettanto vasta di Toscana, ch'è pur divisa in sette provincie, si dilunga e s'allarga sovra un ventesimo della superficie del regno. Ha per confini due opposti mari e sei regioni. Novera quattro sedi di circondario, ognuno de' quali conta pressochè tre migliaia di chilometri quadri: quasi provincie. E nondimeno, umiltà disdicevole a tant' ampiezza, niuna delle contermini l'è addietro nel cammino de' progredimenti civili. Sovra ben settanta chilometri di scogliera molti seni, un solo e scarso approdo, quasi più che a sbocco di traffici a irrisione de' naviganti. Cinque grandi fiumane, molti canali - d'incerto letto, argini disfatti e nessun ponte: acque allaganti per ogni dove. Terreno sconvolto lungo civiltà varie che gli mutaron viso, da tremuoti, da rosioni de' secoli. Grandi foreste, onde ne' tempi in cui vi ricoveravano gli iddii, cosi narrano i gentili, dovea quella regione nostra essere un solo e vasto tempio. Qui orror di dirupi e cigli e balze e frane, là piani verdeggianti: or anella di monti, or cavità di convalli: dove squallore e paure di travolgimenti, altrove incantesimi di creazione. Non vaste città, poche n' hanno il nome: li più son villaggi miseri, ma ospitali. 
Non vaste città, poche n' hanno il nome: li più son villaggi miseri, ma ospitali. Delle antiche, talune vennero meno insieme alla grandezza e civiltà loro: onde grandi memorie, iscarse reliquie di città latine, niuna di greche. Metaponto ed Eraclea già sedi di imperi: or nuda terra e zolle ed acque ed aura letali, pestilenti. Fra men remote città, talune distrussero tremuoti: altre venner meno per migrazioni o incuria e disamore del luogo natio: di intiere o intatte nissuna: strana contrada ove ogni loco e città, poca o molta, ha la sua appendice di ruine. Più riti vi hanno devoti, il cattolico e il greco-scismatico: e nel mezzo, quasi in grembo agli indigeni, v'hanno colonie greche albanesi, con lingue e costumanze pertinacemente proprie. Vaghezza di favellii, colorito e immagini dell'oriento, modulazioni varie e melodie: solo indizio che ne rimanga di civiltà ed imperi de' quali prima vennero meno gli archi, i templi e le città che non la lingua: e prima pur essa della armonia modulatrice, nonostante il volgere de' secoli, de' favellii odierni. Rade vestigia di monumenti, un solo ha parti in piè, là dove fu la magna Grecia, il tempio di Pittagora: esili colonne, pochi archi e capitelli, umili suoi avanzi che un lieve soffio di altri anni atterrerà. Delle vie l'Appia, l'Aquilia, grandi arterie di popoli giganti, cancellato ogni segno: e corrono e pascolano animali su di terra ed ha nelle viscere colonne ed archi e mausolei di pario, di granito e vasi di finissimo lavoro e divise ed armi e monete - e iddìi, ed altri segni di civiltà ch'or son miti, come quella in cui viviamo lo sarà ne' millenj avvenire.

FONTE: E. PANI ROSSI, La Basilicata, libri tre. Studi politici, amministrativi e di economia publica, Verona, coi Tipi di Giuseppe Civelli, 1868, pp. 21-28.

La Basilicata medievale. 3. Luca di Demenna e Armento

Figlio dei nobili Giovanni e Tedibia, secondo la sua agiografia, Luca, nato a  Demenna (Castrogiovanni) fu educato nella fede e nella scienza divina. Appena giunse alla giusta età, i genitori lo sollecitavano spesso al matrimonio, ma egli non volle ascoltarli desiderando dedicarsi a Dio. Lasciata Demenna, si recò al Monastero dei monaci basiliani di San Filippo Siriaco di Agira.
Divenuto sacerdote di trasferì in Calabria e in Lucania, prima presso sant'Elia Speleota e in seguito (a causa delle scorrerie saracene che rendevano insicura la zona aspromontana) nella zona del Mercurion, ove fondò il monastero basiliano di Carbone. 
Lo spostamento di Luca ad Armento è invece facilmente databile, poiché dovuto alla discesa delle truppe ottoniane in Italia meridionale nel 968-969. L'episodio curioso della battaglia dei monaci ad Armento contro i Saraceni - naturalmente non attestato in altre fonti e, se non meramente agiografico, da ridimensionare comunque al livello di una scaramuccia - coincise verosimilmente con il periodo più intenso delle incursioni arabe nella regione, dopo la disfatta del generale bizantino Manuele Foca in Sicilia (caduta dell'ultima roccaforte bizantina, Rometta, nel 964) e culminante con la spedizione dell'emiro Abū l-Qāsim del 976: dovrebbe essere un episodio degli anni 970-980, perché le infermità attribuite a Luca verso la fine della sua vita escluderebbero simili imprese, come suggerito da Caruso (2003). Certi tratti della Vita permettono di dare a questa alternanza di fuga e di resistenza verso l'aggressore musulmano, dalla Sicilia alla Calabria centrale, alla Lucania, una vera dimensione sociale. Colpisce l'ampiezza dell'emigrazione, intere famiglie come quella di Luca, polarizzata dai grandi centri religiosi del continente, emigrazione che lascia supporre una parziale ricostituzione delle reti di solidarietà e delle strutture sociali da parte degli emigrati nel loro nuovo ambiente continentale. 
Infine giunse nell'antico Cenobio di San Giuliano nei pressi di Armento dove fu eletto abate. Prestò la sua opera di carità ai soldati feriti nel conflitto tra i Saraceni e i tedeschi di Ottone II; fortificò il castello di Armento e la chiesa della Madre di Dio, lasciandone la custodia ai propri discepoli. Di qui ebbe origine intorno al 971 il celebre monastero dei SS. Elia ed Anastasio di Carbone, che divenne il quartiere generale di Luca sia come baluardo fortificato contro le incursioni dei Saraceni, sia come palestra dei molti miracoli che egli vi operò. Luca morì, assistito da s. Saba di Collesano, il 5 febbraio 995 e il suo corpo è sepolto nella Chiesa Madre di Armento, a lui dedicata.

FONTE: Vita s. Lucae abbatis Armenti, in Vitae sanctorum Siculorum, a cura di O. Gaetani, Panormi 1657, II, pp. 96-99.

lunedì 24 febbraio 2014

18 agosto 1860: una ricostruzione documentata

Il 18 agosto 1860 una guarnigione borbonica composta da quattrocento soldati, comandata dal capitano Salvatore Castagna, si accampò sulla collina di Montereale per presidiare le vie di accesso dal fronte occidentale alla città di Potenza, bloccandone, altresì, gli ingressi. All’avvistamento dei primi drappelli, le truppe rientrarono in città dall’ingresso meridionale, concentrandosi in piazza del Sedile, sede del Comune e delle milizie cittadine e unico spazio disponibile all’adunanza, dato che la centrale piazza dell’Intendenza era occupata dalle baracche installate dopo il terremoto del 1857. 
Il contrasto con la popolazione, accorsa ad osservare l’entrata della guarnigione, era inevitabile e, secondo i cronisti, voluto dal capitano Castagna per soffocare qualsiasi movimento popolare . Oltre alla carica della Gendarmeria, i saccheggi e l’ovvia reazione popolare - coordinata dalla Guardia Nazionale e da un drappello comandato dal laurenzanese Domenico Asselta - avrebbero provocato la morte di quattro cittadini, oltre a molti feriti nelle operazioni di ritirata della guarnigione, che a sera lasciavano Potenza in mano agli insorti. 
Alle tre del pomeriggio, infatti, erano arrivate a Potenza le prime colonne insurrezionali, da Avigliano, Genzano, dal Melfese, dal Materano, capitanate dal sacerdote aviglianese Nicola Mancusi, da Davide Mennuni e da Francesco Paolo Lavecchia, mentre intorno alle otto arrivarono le colonne capitanate da Boldoni, per un totale di circa mille militi. I drappelli giunsero a Potenza secondo una triplice direttrice convergente: quelli del Mancusi e del Mennuni giunsero a Potenza lungo la via Appia, attraversando i Piani del Mattino, mentre il Lavecchia, giunto da Tricarico sempre lungo la via Appia, aveva attraversato il versante opposto della città, lungo il borgo San Rocco. I drappelli comandati dal Boldoni, che avevano seguito il percorso attraverso Anzi e Pignola, si erano riunite, sulla Tiera, con i drappelli di Pignola, Tito, Picerno e Baragiano, schierandosi a Poggio Cavallo e sulle rive del Basento per aspettare l’uscita definitiva della gendarmeria e delle autorità borboniche. 
Il 19 agosto 1860, in contemporanea al proclama di Mignogna e Albini sulla costituzione del Governo Prodittatoriale, l’Intendente Nitti, che pur aveva cercato di evitare ulteriori feriti dopo gli scontri del 18, raccomandando al Lavanga ed al Consiglio comunale di mantenere i propri posti, rassegnava le proprie dimissioni al Decurionato potentino che, riunitosi, cedette a sua volta i poteri al Governo. Lo stesso 19 agosto, comunque, le maggiori personalità del Decurionato entravano con decisione nel Comitato di sicurezza pubblica per barricare la città contro eventuali attacchi borbonici: vi entravano Domenico Montesano, Michele Luciano, Leopoldo Viggiani. Nella deputazione per vettovaglie e vetture, invece, fu incluso Angelo Maria Addone . Veniva, altresì, creato un Comitato di ingegneri preposti all’innalzamento delle barricate, composto da Alfonso Giambrocono, Francesco Pagliuca, Giuseppe Pippa, Antonio Ferrara, Gerardo Grippo, mentre Giuseppe Grippo, Giovanni Corrado e Federico Addone vennero preposti al comando della Guardia Nazionale cittadina.

domenica 23 febbraio 2014

La Basilicata napoleonica. 8. Il Regolamento di Polizia urbana e rurale di Potenza (1817)

//17// PROGETTO di Regolamento di Polizia Urbana, e Rurale del Comune di Potenza.
CAPITOLO PRIMO.
Art. I. TUTT’i venditori de’ commestibili, o siano Bottegari, debbono presentarsi al Sindaco, e dare il loro nome, cognome, patria, domicilio, e numero fra il termine improrogabile di tre giorni per tenersene un Registro, ed essere autorizzati a vendere, sotto pena di ducati tre. //18//
2.° Ogni Bottegajo deve tenere forzosamente esposti in vendita li seguenti generi, lardo, prosciutto, insogna, cacio, caciocavallo, manteche, ricotta, ed oglio, e la prima volta, che farà mancare alcun genere di sopra spiegato, sarà multato per ciascuno di essi di ducati tre, nella seconda di ducati sei, e nella terza oltre di questa ultima multa di chiudere per sempre la Bottega, senz’aver diritto ad aprirla.
3.° Ogni venditore, che fra il termine stabilito nel 1° articolo non si presenta al Sindaco per essere autorizzato ad aprire, o continuare a tener’aperta la Bottega; ed obbligarsi di non far mancare i generi contenuti nel 2.° articolo, oltre della pena stabilita nell’articolo I.°, sarà obbligato a tener chiusa la Bottega per sei mesi, ed ostinandosi di sottoporsi a tal’obbligazione a chiudere per sempre la Bottega.
4.° Ogni venditore di commestibili deve tenere le bilancie, li pesi, e le misure esatte segnati dall’autorità Amministrativa coll’impronto, e vendere le commestibili a norma dell’assisa, che gli sarà data dal medesimo, senza eccezione di giorni di fiera, di Natale, e Pasqua sotto la multa di ducati tre.
//19// 5.° Tutti li venditori dovranno tenere esposte avanti le loro Botteghe l’assisa, che sarà loro data in istampa, affinchè siano noti a’ compratori li prezzi de’ generi, e così evitarne le frodi sotto la multa di grana cinquanta.
6.° L’assisa sarà data anche a quei capi di roba, che per l’addietro ne sono stati esenti.
7.° La roba, che si espone in vendita deve essere simile alla mostra, che si presenta all’Autorità competente nel dare l’assisa, e la frode sarà punita con la multa di un ducato, oltre della perdita del genere.
8.° È proibito a’ venditori di alterare nelle loro qualità li generi, che da essi si venderanno sotto la multa di ducati tre, e di ducati sei ai recidivi.
9.° Non si potranno esporre in vendita li generi, che sono guasti, e putrefatti, e molto meno il vino sotto la multa di ducati tre, e nella seconda, e terza volta di ducati sei.
10.° Li macellaj distribuiranno la carne ai Cittadini senza parzialità né sarà lecito a’ medesimi di nascondere porzione, sotto pretesto di essere stata venduta, o riserbata //20// per altrui sotto la multa di un ducato, e ducati tre a’ recidivi.
11.° Li macellaj venderanno la carne, le interiore, li piedi, e le teste degli animali a diversi prezzi a norma dell’assisa, che sarà loro data dall’Autorità competente sotto la pena di grana 50.
12.° Il pesce sarà esposto in piazza a veduta di tutti, e sarà venduto a norma dell’assisa, e distribuito a’ compratori senza parzialità, sotto la multa di un ducato, e ducati tre per li recidivi.
13.° Li panettieri saranno obbligati a fare il pane ben cotto, e di buona qualità, il peso però non dovrà eccedere il rotolo sotto la multa di grana 50., e la perdita del pane.
14.° Li panettieri saranno obbligati a non far mancare il pane in piazza, sotto la multa di un ducato per la prima volta, e ducati tre essendo recidivi, e privati del diritto di far più pane, e qualora qualche circostanza lo impedisse, deve avvertire chi si conviene, che trovando giusto il motivo lo ammette, e credendolo malizioso lo sottopone alla multa stabilita come sopra; a qual’effetto è in obbligo ogni panettieri presentarsi dal Sindaco fra tre giorni, dirli //21// il suo nome, cognome, e domicilio, e obbligarsi di stare acciocch’è prescritto ne’ due antecedenti articoli, sotto la multa di un ducato, e della perdita del diritto di far più pane.
15.° Li fornaj saranno obbligati a tenere li forni aperti, e provveduti di legna onde non possa mancare il pane in piazza, ed al pubblico per loro negligenza, o malizia, dovendosi intendere obbligato col pubblico, subito che ha fatto l’affitto del forno col proprietario padrone del medesimo, sotto la multa di ducati tre, e ducati sei quantevolte mancassero in seguito, oltre all’obbligo di adempire al loro dovere.
16.° Li legumi saranno venduti a misura, e non a peso sotto pena di grana cinquanta.
17.° Li forastieri, che porteranno a vendere de’ commestibili; saranno soggetti alla assisa, ed obbligati di vendere alla minuta per lo spazio di ventiquattro ore, e poi all’ingrosso a chi loro pare, e piace, dovendosi uniformare acciocchè si è stabilito di sopra per la regolarità della vendita sotto la multa di un ducato, e trovandosi in contravenzione a detti articoli, essere sottoposto alla multa in essi stabilita.
18.° Li così detti Ricattieri non potranno //22// comprare da’ forastieri li generi, che porteranno a vendere in questa Città se non quando li medesimi siano stati esposti in piazza per ventiquattr’ore sotto qualunque pretesto, e particolarmente di averne uno contratto particolare, dovendosi in casi simili farne anticipatamente inteso chi si conviene, altrimenti non si ammette, ed immediatamente dovranno portarsi dall’Autorità per ricevere la nuova assisa sotto la multa di un ducato per la prima volta, e ducati tre per ogni altra consecutiva mancanza.
19.° Il forastiere, che porterà de’ commestibili a vendere in essa Città sarà garantito dall’Eletto di Polizia, affinchè non sia frodato da’ compratori, e così animati a portare degli altri generi a vendere.
20. Li venditori, che non hanno comodo di Botteghe venderanno li loro generi in piazza.
21. Vi sarà esposta nella pubblica piazza una bilancia co’ pesi, e misure, affinchè li compratori de’ commestibili possono indipendentemente vedere se abbiano ricevuto il giusto peso da’ venditori.
22. Tutti li Bottegaj, Tavernari, Cantinieri, e Locandieri, dovranno tenere aperte //23// le loro officine sino alle due della sera con un lume, o più avanti le rispettive porte per comodo de’ forastieri, e Cittadini sotto pena di ducati tre, oltre essere forzosamente obbligato, o di adempire alla prima parte, o pure chiudere l’Officina, dovendosi regolare la costruzione de’ lumi, e sua situazione dall’Eletto di Polizia per ottenere un certo ordine.
23. Per li molini vi saranno delle disposizioni particolari per correggere le frodi, e gli abusi, ed interinamente è obbligato ogni Cavallaro di riceversi il grano, che si porta a macinare al peso, che sarà fatto colla statera, e riportarlo colla diminuzione del sedicesimo, e della scadenza, o sia sfrido dell’uno, e mezzo per cento, dovendo di tutto ciò rispondere l’affittatore principale di ciascuno Molino, e rifiutandosi, o non adempendosi
al contenuto in esso articolo dal Molinaro, oltre della rifazione della mancanza sarà sottoposto ad una multa di ducati tre per la prima volta, e sei nelle altre contravenzioni.
24. Ogni compratore di commestibili, che sarà leso nel prezzo, e nel peso si recherà dall’Eletto di Polizia, che gli sarà fatta pronta giustizia.
//24// 25. Tutti gli controbandi in materia di dritti proibitivi saranno portati all’Eletto di Polizia per le opportune providenze a norma delle istruzioni, che si daranno fuori dal Signor Intendente della Provincia.
26. L’Eletto di Polizia avrà tutta l’Autorità di adoprare li mezzi, che crede per far’eseguire esatto il contenuto ne’ suddetti articoli, provocare le multe, e tradurli presso le autorità competenti per far punire la loro condotta fraudolente a’ presenti regolamenti.
CAPITOLO II.
Art. I. Le strade interne, ed esterne della Città saranno mantenute colla maggior pulitezza dagli abitanti della stessa, facendole nettare in ogni sabato per quanto si contiene l’estenzione della casa, che ciascuno ha diritto, sotto pena di grana 20.
2. Le immondezze saranno gittate nei Carbonaj, che saranno destinati, e dove saranno posti li segni, sotto l’istessa pena di grana 20.
3. Sarà interdetto ai Cittadini di devastare le strade interne, ed esterne della Città, sotto la multa di ducati tre.
//25// 4. Le strade interne, ed esterne non saranno imbarazzate da tavole, travi, materie di pietre, montoni di terra, pennate; ed altre cose simili, sotto la multa di ducati tre, oltre all’obbligo di adempire.
5. Li cadaveri degli animali bruti saranno trasportati nel lido del fiume, e coverti di arena, e la mancanza ad esso articolo sarà punito colla multa di ducati tre, oltre all’essere a danno del padrone trasportato detto cadavere nel luogo designato.
6. Non sarà permesso ad alcuno Cittadino d’ingombrare le strade di passaggio colla permanenza delle propria persona, sotto la multa di grana cinquanta.
7. Il macello degli animali sarà eseguito fuori le porte della Città, e non già nella piazza, dove si deve semplicemente vendere, sotto la multa di ducati sei.
8. Non sarà permesso dalla pubblicazione del presente regolamento far continuare in mezzo alla pubblica piazza della Città le Botteghe ad uso di ferrarie, e da macello, dovendo queste esser situate assolutamente fuori le mura della Città, o in luoghi che saranno destinati dall’Eletto di Polizia, autorizzando lo stesso a far ciò eseguire, ed i controventori multarsi in ducati sei.
9. Ogni qualvolta neviga saranno tenuti gli abitanti lungo le strade di radunare le neve, e rompere gli ghiacci, ed indi ammassarli nel mezzo delle strade stesse, onde il camino sia libero a tutti, e senza pericolo, sotto la multa di grana 20
10. Gli Edificj, che minacciano rovina, a spese del proprietario, ed immediatamente rifatti dalli medesimi in miglior forma coll’intesa dell’Amministrazione, e dove portasse la circostanza per lo miglioramento di un luogo, strada, o via doversi fare in dietro, sarà obbligato ciò eseguire, e facendo il contrario capricciosamente, oltre l’essere obbligato alla demolizione di quella parte dell’edificio, che detenesse il luogo, pagare la multa di ducati sei.
11. Ogni proprietario di case sarà obbligato d’intonacare l’esterno delle medesime, ed imbiancarle almeno una volta l’anno nella stagione propria, salvi li patti trai locatori, e conduttori delle case, in contrario sarà fatto il travaglio d’ordine dall’Eletto di Polizia a spese del proprietario, o pagherà la multa di un ducato.
12. Saranno demolite tutte le gradinate, indistintamente, che ingombrano li vichi, //27// e strade della Città, ed all’istante saranno rifatte a spese de’ proprietari, in guisa che resta libero la strada, sotto pena di ducati sei.
13. Saranno chiuse tutte quelle cataratte, che sono sulle pubbliche strade, le quali introducono ne’ bassi terreni per uso di case, cantine, ed altro, sotto la multa di ducati sei.
14. Gli antecedenti articoli 12., 13. saranno eseguiti fra otto giorni dalla pubblicazione del presente Regolamento da’ proprietari delle scale, che occupano le strade, e vichi, e da quelli de’ bassi, che hanno i cataratti, qual tempo elasso, sarà eseguito anche di ordine dell’Eletto di Polizia a spese de’ proprietari, e pagheranno la multa di ducati sei.
15. Tutte le case di abitazioni saranno fornite immediatamente di cammini da fumo da’ proprietari delle stesse per togliere quelle voragini, che annebiano la Città sotto pena di ducati tre.
16. Tutti li proprietari delle case saranno obbligati rifare a proprie spese a proporzione della possidenza, le selci, che sono guaste nelle strade, o vichi con la direzione di un buon Artefice, e coll’intelligenza dell’Autorità Amministrativa, giusta l’ese- //28// cuzione, affinchè si faccia il travaglio colle regole dell’arte, e senza pregiudizio di alcuno, sotto la multa di ducati sei per i renitenti, oltre del pagamento della roba.
17. Non sarà permesso ad alcun Cittadino di occupare il suolo pubblico nella Città con edificj, ed altro in qualunque parte della stessa così dentro, che fuori, e particolarmente ne’ larghi, o siano vuoti di essa, anzi sarà tenuto ogni Cittadino prima di cominciare a demolire per rifare la sua casa di presentarsi all’Autorità Amministrativa, e dichiarare la sua idea sopra luogo per ottenere il permesso in iscritto dalla medesima dopo
riconosciute non pregiudizievole al pubblico, essendo vietato espressamente accordarle di occupare qualunque menoma parte del suolo pubblico o con scale, o con edificj, o in altro modo sotto la risponsabilità personale degli Amministratori, non dovendo restare pregiudicato il pubblico del permesso ottenuto come sopra dal diritto di dimandare la demolizione dell’edificio senza prescrizione di tempo, sotto la multa di ducati sei.
18. Non sarà permesso a’ Cittadini introdurre gli Armenti in Città, e farli pernottare, e soprattutto gli animali neri, né //29// farsi lecito di tenerli nelle proprie case, ed abitazioni, sotto la multa di ducati due.
19. Colui che ha il carico di accendere i riverberi, sarà obbligato di adempire esattamente ai patti convenuti nell’istromento stipulato.
Non è permesso d’introdurre lini, cannape, o altro simile genere in Città, se non dopo averlo travagliato, o sia ammazzato, sotto la multa di ducati tre, e della perdita del genere.
21. È permesso dalla fiera di Agosto a tutto Gennaro di ciascun’anno tener i neri d’ingrassa per proprio uso chiusi nelle stalle senza farli uscire per la Città, sotto pena di grana 50. per i controventori questo articolo.
22. Non è permesso ad alcun Cittadino di aprire canali, che scorresse in mezzo alle strade, o vichi, che bagnasse, o imprattasse le medesime con delle lordure ec. sotto pena di ducati sei, oltre al dovere di chiuderli.
CAPITOLO III.
I. Non sarà permesso ad alcun Cittadino di aprire delle strade, e camminare per //30// dentro de’ territorj coltivati, e seminati, e molto meno introdurne li loro animali da soma, sotto la pena di ducati tre.
2. Non sarà lecito ad alcun Cittadino d’introdurre li loro armenti ne’ terreni coltivati, e seminati per farli pascolare sotto l’istessa pena.
3. Niun Cittadino si farà lecito di rompere le siepe, limiti, fossati, od altri argini, che chiudono li territorj appadronati sotto la multa come sopra.
4. Niun Cittadino ardirà di devastare le strade della campagna, e deviare il corso delle acque in pregiudizio de’ fondi, degli altri Cittadini, sotto la pena della rifazione del danno, e della somma di ducati tre.
5. È vietato ai Cittadini di attentare sugli acquedotti della pubblica fontana di lavare de’ panni nella vasca della stessa, o in altre maniere rendere l’acqua immonda, sotto la pena di grana 50., ed otto giorni di detenzione.
6. È vietato a qualunque Custode di animali di qualunque sorta introdurli nelle vigna in qualunque tempo dell’anno, sotto qualunque pretesto, sotto la pena di ducati sei, oltre la rifazione del danno.
7. Che i ladri di qualunque sorta di //31// frutta, vua (sic), foglia, ed altri in campagna, colti nella flagranza, saranno soggetti ad una prigionia di giorni 15. ad un mese, ed una multa di un ducato a tre, secondo le circostanze; e quelli provati tali per mezzo del testimone, o pegno levato dal Custode all’istessa pena.
8. Gl’incisori degli alberi fruttiferi, o di delizie sono soggetti all’istessa pena, e della multa ai devastatori delle siepe, o altri ripari, come altresì per quelli, che rubbano delle piante di qualunque sorta di frutta sono soggetti all’intiera penale di sopra stabilita.
9. È vietato di anticipare la raccolta immatura di qualunque sorta di frutta, o vua (sic) sotto pena della perdita della robba, e di una multa da grana 50. a ducati sei. All’istessa pena sarà soggetto quello, che l’espone in vendita.
CAPITOLO IV.
Art. I. Li Coadiutorj di Polizia, ed il Cassiere della medesima, saranno rispettati da ogni classe di Cittadini come pubblici Funzionarj.
2. A norma delle circostanze saranno li //32// presenti regolamenti modificati, minorati, ed accresciuti.
3. Vi sarà anche un Cassa di Polizia in cui si depositeranno le multe, che saranno inflitte dall’Eletto di Polizia a’ controventori de’ presenti regolamenti, che servirà per fondo, e mantenimento della Polizia stessa.
4. La Cassa sarà amministrata dal Cassiere Comunale, che avrà cura di esigere le multe, incassarle, e rendere il conto.
Potenza 5. Gennajo 1817.
Firmati » Gerardo Cortese Sindaco » Gaetano Riviello » Giacinto Giuliani » Giuseppe Viggiani » Bonaventura Giacumma » Gerardo Guerreggiante » Giambattista Marini » Nicola Ricciuti » Domenico Cortese » Domenico Antonio Marone » Gerardo Castellucci » Luigi Maffei » Vincenzo Giambrocono » Gerardo Catalano » Luigi Isabelli » Raffaele Mazzolla » Bonaventura Pietrafesa Decurioni.
Gaetano Grippo Cancelliere.

FONTE: «Giornale degli Atti dell’Intendenza di Basilicata», n. 2 (1817), Supplemento, pp. 17-32.

giovedì 20 febbraio 2014

La Basilicata moderna. 12. La Basilicata nel XVIII secolo

Opportuno è il passaggio dall’Hirpinia nella Lucania, Terra questa, anzi fra l’uno, e l’altro partimento delle due Provincie distesa, che a quella unita, ò congionta; la maggior parte però più inchiusa, e con qualche portion della Puglia, e Grecia grande, volgarmente detta Basilicata. Vogliono i seguaci di Leandro Alberti, e del Pontano, che questo nome sia sorto da’ Veleni suoi naturali, ò dal Greco Imperadore, che ne dotò la figliuola, ò da un tal Basilio, che col suo valore ne scacciò i Greci: e taluni molto meglio stimano, per la sua Signoria rilevata, sendo che la sua voce Greca, significa propriamente Regale, forsi perché al Regal Dominio da tempo lungo sia ella appartenuta, à differenza delle due precedenti de’ Prencipi  di Benevento, ò Salerno. […] La dividono gli Apennini dalla minor parte della Lucania, che resta nell’Ulterior Principato, hà per limiti dal lato di Greco e Tramontana le Terre, di Bari, e di Otranto, con la Provincia di Capitanata per la Riviera dell’Ofanto, dall’Oriente e Libeccio il Mare Ionio, ò di Taranto, dall’Africo alquanto il Tirreno, e dal Mezogiorno, col fiume Lao, la Calabria inferiore. In questa circonferenza dunque si ferma la particella de gl’Hirpini avvanzata al superior Principato, un taglio della Puglia Daunia, e Peucetia fra l’Ofanto, e il Bradano verso i rigagni loro, ed il lembo maritimo della Grecia grande […].
Hoggi è Matera Sede Arcivescovale, e Risdenza insieme de’ Regali Ministri per la Giustizia, e Finanze in Basilicata. I Vescovadi suffraganei sono, Lavello, Marsico vecchio, Melfi, Montepeloso, Muro, Rapolla, Tricarico, Tursi, e Venosa, Eccedono il centinajo nella Provincia le Terre, e Castelli: e con tredeci Torri guarda i due Mari. Ella viene inaffiata particolarmente da’ Fiumi, Braciano, Acalandro, ò Roseto, Siri, ò Seno, e Taciri, e da altrettanti Laghi non nominati da gli Eruditi. È Paese assai montuoso, non però inameno per la giocondità de’ suoi fruttiferi campi. All’Apennino aggiugne il Vulture, ed il Colle Batino.

FONTE: G. B. PACICHELLI, Il Regno di Napoli in prospettiva diuiso in dodeci Prouincie, in Napoli, nella Stamperia di Michele Luigi Mutio, 1702, vol. I, pp. 264-265, 266.

lunedì 17 febbraio 2014

I Rendina di Campomaggiore

La famiglia Rendina offre un esempio notevole, ancorché poco studiato, di autorappresentazione. Casi finora poco studiati, ma sui quali risulta utile dare alcuni cenni che possano evidenziare come il caso Rendina possa aiutare una ricostruzione ed una lettura dell’immagine del sé  da parte di una famiglia del patriziato di Basilicata a tutto tondo: nel campo dell’autorappresentazione scritta, della monumentalità, della pratica politica.
Il primo esempio è rappresentato dalla Istoria della Città di Potenza dell’arcidiacono potentino Giuseppe Rendina, composta tra il 1668 e il 1673. Una sorta di ‘storia ibrida’, in quattro libri, che mostra chiaramente la sovrapposizione, visibile, peraltro, anche nella storiografia coeva di Matera e di Venosa, tra agiografia, archeologia e genealogia. Nel libro I, infatti, trattando delle origini della città, il Rendina mostrava di adeguarsi al modello della fondazione ‘mitistorica’ recuperando, come nel caso del Cenna per Venosa, frammenti della ‘grande’ storia e disinvoltamente adattandoli alla città anche tramite il capzioso ricorso alle fonti epigrafiche. Per costruire un adeguato fondamento all’archeologia cittadina – considerato che il puro ricorso alla storia non poteva dimostrare alcunché -, il Rendina, nell’intento di legare alla Chiesa le virtù civico-morali dei cittadini, si diffondeva, nel secondo libro, sulla leggenda, di origine beneventana, dei Santi dodici fratelli cartaginesi, martirizzati sotto l’imperatore Massimiano e proclamati patroni della città. Passava, poi, a trattare, nel libro III, per meglio dimostrare la continuità del potere ecclesiastico, degli eventi storici riguardanti la locale Chiesa, incentrato sulle vicende della cattedrale e di Gerardo La Porta, vescovo di Potenza e patrono della città, nonché, secondo il consueto modello della cronotassi, sui vescovi suoi successori e sulla loro opera di costruzione degli spazi sacri, tramite la fondazione di chiese, monasteri e luoghi pii. Nel libro IV, infine, l’autore ricuciva storia sacra ‘antica’ e storia recente, dimostrando l’importanza della propria città con la narrazione della rivolta di Potenza contro Carlo d’Angiò, della infeudazione ai Guevara, della venuta, nel 1502, del duca di Nemours, in attesa del Gran Capitano Consalvo de Cordova, chiudendo, come a suggellare la dinamica cittadina, con una vera e propria microgenealogia della famiglia Loffredo, che l’autore, seguendo in questo i dettami dei genealogisti, capziosamente legava al principe longobardo Arechi.Più che costruire una vera e propria narrazione “storica”, il Rendina utilizzò la storia, l’antiquaria, il diritto come griglie strutturali per delineare la costruzione materiale delle città, ricorrendo anche all’agiografia, con una prima “prova” fondata sulla nascita “eroica” della città da un eroe o da un dio, spesso collocati nella prima, grande guerra storicamente “provata”, quella troiana, cui seguiva la vita del Santo patrono, con il racconto del ritrovamento delle sue reliquie, la descrizione delle chiese cittadine e la cronotassi dei vescovi, nel costante modulo interpretativo di una città-chiesa con la sua sacralità politico-amministrativa, che andava ad integrare il potere regale su un piano di parità.

Se il canonico Rendina rappresenta un notevolissimo caso di autorappresentazione “scritta”, ancor più evidente risulta tale volontà di intervenire nel campo dell’immagine di sé con Teodoro Rendina, considerabile come il “fondatore” di Campomaggiore, costruita su progetto di Giovanni Patturelli, allievo del Vanvitelli, che pose come base della sua progettazione le idee delle teorie utopistiche di Robert Owen e Charles Fourier. Il centro abitato fu, infatti, progettato per sole 1600 persone, con case disposte a scacchiera, i cui abitanti avessero un appezzamento di terra da coltivare con un numero di ulivi predefinito ed una vigna. Al centro del paese si trovava la Chiesa, intitolata alla Beata Vergine Maria del Monte Carmelo e il Palazzo baronale, disposti in armonica posizione rispetto alla Piazza dei Voti, per indicare, non più in posizione opposta, quanto piuttosto concorde, la volontà di collaborazione tra i poteri locali. Le prime 16 famiglie si insediarono il 20 novembre 1741.
Il modello di comunità agricola di Campomaggiore, dunque, rientrava in pieno nell’alveo della cultura dei riformatori napoletani, in primis di Antonio Genovesi e delle sue Lezioni di Commercio, secondo il quale era necessario perseguire un indirizzo politico di decentramento della popolazione e del commercio  dalla Città verso la periferia, con un’accorta ripartizione della proprietà.
In non casuale sintonia, dunque, con l’esperimento borbonico di San Leucio, “simbolo e modello” di una società pacifica, nella quale non sarebbe esistita la proprietà privata e il commercio sarebbe stato fondato sull’agricoltura e sui mestieri. 

Infine, a livello di autorappresentazione fattuale può essere interessante richiamare il ruolo svolto dal marchese Gioacchino Cutinelli Rendina nei cruciali mesi della rivoluzione del 1860. Il Rendina, marchese di Campomaggiore, aveva partecipato alla rivoluzione del 1848 e, inquisito, era stato relegato in domicilio coatto proprio a Campomaggiore come attendibile politico. Solo nel 1855 era stato escluso dalla lista degli attendibili. Aveva, comunque, un ruolo di traino notevole tra i liberali della zona, come è evidente dal fatto che, nominato presidente dei Comitati insurrezionali di Campomaggiore e Trivigno, aveva, fin dal luglio 1860, ricevuto l’incarico di mantenere i contatti con il laurenzanese Domenico Asselta per il rifornimento di armi e la contribuzione pecuniaria necessaria ai sottocentri insurrezionali. Infatti Trivigno era inclusa nel centro principale dei 12 nei quali era stata divisa la Basilicata in previsione della rivoluzione “d’appoggio” all’avanzata di Garibaldi, ossia quello di Corleto; nel contempo, il Cutinelli era a capo di un comitato, quello di Campomaggiore, incluso nel sottocentro di Tricarico. In entrambi i casi, Cutinelli era in rapporto con due dei più importanti esponenti del movimento insurrezionale, quali il presidente del Comitato Centrale, Carmine Senise, e il tricaricese Francesco Paolo Lavecchia. Proprio con il Comitato di Corleto il Cutinelli ebbe scambi epistolari ed incontri sull’organizzazione militare, come evidente da una lettera da Corleto dell’8 agosto, nella quale si fa riferimento alla proposta, da parte del marchese, di organizzare su solide basi militari il movimento insurrezionale. Su tale proposta si decise che compito dei presidenti dei comitati cittadini fosse quello di capitanare i drappelli insurrezionali dei s
ingoli centri fino al loro congiungimento con le colonne d’area partite dai sottocentri insurrezionali. Nella fattispecie, Gioacchino Cutinelli Rendina avrebbe dovuto congiungersi, con i drappelli di Campomaggiore e Trivigno, alla colonna tricaricese, capitanata da Lavecchia. In realtà, il comando del drappello dei 20 militi di Campomaggiore sarebbe stato accortamente delegato a Leonardo Chiaromonte e Angelo Maria Giudice. L’esperienza militare ed organizzativa del marchese di Campomaggiore era, dunque, notevolissima, se gli stessi Prodittatori, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, gli affidarono, il 20 agosto, quindi il giorno dopo la proclamazione del Governo Prodittatoriale, il compito di fare da tramite tra il Governo e il comando militare degli insorti, affidato al colonnello Camillo Boldoni, rappresentando «l’organo fedele ed immediato tra il Capo militare ed il Governo», con piena facoltà di veto «nel caso […] che le suddette operazioni potessero tornare a scapito del presente stato di cose». Si spiega, dunque, come il 24 agosto Gioacchino Cutinelli Rendina fosse nominato aiutante di campo dallo stesso Camillo Boldoni.

domenica 16 febbraio 2014

Archivi di Basilicata online. 5. Archivi diocesani

Il progetto Diocesarc ha consentito di censire e inventariare con l'uso delle più moderne tecnologie il rilevante patrimonio documentario degli archivi diocesani della Basilicata, per un totale di 6 diocesi.

giovedì 13 febbraio 2014

La Basilicata moderna. 11. La Basilicata nel XVII secolo

Una parte de’ luoghi di Montagna, già detta Lucania, già detta Lucania, et un’altra di Puglia, fu-rono anticamente sotto un sol nome chiamate Basilicata, donde detto nome traesse no(n) si sa per certo: ma stimano alcuni come che no(n) l’habbiano da troppo buoni autori, che fu questa Regione da uno Imperadore di Costantinopoli data ad una sua figliuola in dote. […] È questa Regione la maggior parte montuosa, ma però molto fertile d’ogni sorte di biade, e produce buonissimi vini, peroche crescono le viti in ampissima grandezza, il che aviene per l’amenità dell’aere, e del terreno doue sono piantate, e per lo più si congiungono agli Oppi, e quegli abbracciando si distendono per tutti i rami loro, e nel tempo della vendemia più volte s’è veduto una sola d’esse fare una botte di mosto. Produce eziandio questo bel paese in abondanza grano, oglio, mele, cera, anesi, coriandoli, zafferano, e bombace, delle quali cose gran semente abonda la terra di Tursi detta anticamente Tarsia. Fioriscono in questa eccellente Regione per l’amenità dell’aere due volte l’anno gli alberi, e le rose, doue per tutto si vede abondanza grande di diuersi saporiti, e dolci frutti. […] È non meno ricca d’armenti, e di porci, perloche fanno gli huomini del paese gra(n)dissima quantità di salciccie, e sopressate molto eccellenti, e buone, che i Latini Lucanice chiamano, perche da Lucani furono inue(n)tate.

FONTE: S. MAZZELLA, Descrittione del Regno di Napoli, in Napoli, ad istanza di Gio. Battista Cappello, MDCI, pp. 121-122.

lunedì 10 febbraio 2014

Risorgimento lucano. 14. Autorappresentazione dei ceti dirigenti

Quella della rappresentazione e dell’autorappresentazione delle comunità del Mezzogiorno d’Italia in età moderna è, negli ultimi anni, una questione storiografica di notevole interesse nella ricostruzione e lettura della gestione dei luoghi e delle forme del potere da parte dei gruppi dirigenti locali. Tale rappresentazione fu, di fatto, condivisa tra “letteratura” - quella della storiografia locale -, “visibile parlare” - quello delle dimore  e delle case palaziate - e “fattualità - quella della pratica politico-istituzionale-amministrativa - . Questi nodi problematici hanno evidenziato, negli ultimi anni, i termini caratterizzanti di un altalenante equilibrio tra modalità comunicative visibili a tutti e modalità di comunicazione verso l’esterno.
Nel caso degli edifici pubblici, ciò che si intendeva mostrare era, tra l’altro, la forma che nelle intenzioni dei poteri locali rappresentava l’immagine che la città aveva di se stessa, laddove, nel caso delle storie cittadine, il rapporto comunicativo non si limitava alla comunità, ma all’autorappresentazione esterna verso la Capitale, ovviamente basata su strumenti, per così dire, più “metodologici”, utilizzati dai diversi storici per ottenerla, nell’ottica, sempre, di un costante riferimento alla cultura ed all’immagine di sé che la comunità aveva.
In quest’ottica, ponendo più insistita attenzione alle funzioni cittadine, si è evidenziata, negli ultimi anni, la necessità di uno studio della percezione di sé all’interno e verso Napoli per le realtà urbane del Mezzogiorno d’Italia di media e piccola dimensione, con popolazione inferiore ai diecimila abitanti, ma con incisive funzioni, a livello politico-istituzionale e socio-culturale.
In via preliminare, va chiarito il significato di “descrizione” e “autorappresentazione”. Laddove la descrizione è essenzialmente affidata alle testimonianze coeve – ma non solo – e comunque riferita al periodo in questione per delineare l’immagine esterna, oggettiva, per così dire, dei gruppi dirigenti locali, per autorappresentazione si intende la nuova strategia politica, più immediatamente attuata nel Decennio, volta ad offrire un’immagine di sé che, pur evidentemente soggettiva, doveva di necessità essere strumento della presentazione delle élites locali al nuovo governo centrale. In ciò, il riferimento è ad una variegata tipologia di fonti, quali storie locali, testi a stampa, cronache, atti all’interno delle sedi istituzionali, dichiarazioni dei notai, che già di per sé connotano le difficoltà di una ricostruzione della comunicazione politica.
Tale auto rappresentazione ebbe modo di esplicitarsi, in modi e forme variegate, a livello di gruppi dirigenti, nel corso del processo di Unificazione nazionale che, in Basilicata, come ormai noto, fu un percorso tortuoso, partecipato, condiviso di crescita politico-istituzionale, amministrativo, comunicativo, associazionistico, partito con il fecondo esperimento di progettualità e di pratica istituzionale-amministrativa condotto nel breve, ma significativo, pentamestre rivoluzionario del 1799. Un momento notevolissimo di “scoperta della politica”, continuato nel Decennio napoleonico, che, nel quadro di un rideterminato rapporto tra centro e periferia, concretizzò riforme appena abbozzate nel corso del 1799, dalla legge eversiva della feudalità al riassetto territoriale alla nuova maglia istituzionale-amministrativa nei territori provinciali.
La nuova borghesia di tradizione agraria, spina dorsale della nuova classe dirigente provinciale, la cui condizione sociale si connetteva all’esercizio delle professioni civili ed impiegatizie, si rafforzò nel Decennio grazie alle opportunità provenienti dal mercato dei beni ecclesiastici e demaniali, oltre che dal controllo stesso della gestione amministrativa locale, specchiandosi, infine, nell’autorappresentazione del proprio potere e impostando le basi per ridiscutere l’assetto economico-sociale provinciale, come evidente dalla breve stagione rivoluzionaria e costituzionale del 1820-21.
Nonostante la sanguinosa repressione e la successiva ristagnazione politica nel ventennio seguente, tali fermenti di cultura e pratica politica ebbero modo di riprendere nella provincia di Basilicata e in particolar modo nel Lagonegrese, fulcro, nel giugno-luglio 1848, di una notevole azione rivoltosa contro il governo borbonico e volta a coinvolgere tutte le Province del Regno. Nel contempo, si ebbe una fitta serie di rivendicazioni in ogni centro della provincia da parte del proletariato rurale, che richiedeva la spartizione dei terreni demaniali usurpati dagli ex feudatari o dalla ricca borghesia. La Rivoluzione del 1860, dunque, fu il punto d’arrivo di una cultura politica maturata nel corso dell’intero arco risorgimentale, memore dell’associazionismo politico che aveva dato i primi frutti nel 1799, per poi radicarsi, in modi e forme sempre più compiute ed organizzate, durante i fondamentali snodi delle rivoluzioni costituzionali del 1820-21 e del 1848-1849.

domenica 9 febbraio 2014

Archivi di Basilicata online. 4. Archivio Storico Comunale di Potenza

L'archivio conserva circa 3000 pezzi archivistici a partire dal 1800 fino al 1951. Il documento più antico è un decreto legislativo di Gioacchino Murat del 1809. Sono custodite testimonianze importanti per la storia locale, come una delibera decurionale dell'agosto 1860 (in foto), la medaglia d'oro alla città di Potenza per il valore risorgimentale, il numero unico del giornale "Il Lucano" per il centenario dell'elevazione di Potenza a capoluogo (1806). 

giovedì 6 febbraio 2014

La Basilicata moderna. 10. La Basilicata nel XVI secolo

La provincia di Basilicata é quasi tutta dentro di terra, fralla Calabria, Terra di Otranto, e di Bari, ed ha solamente verso l'oriente nel Golfo di Taranto, dove finisce la Calabria, un piccolo spazio di mare. Abitarono già in essa Greci e Lucani. Abbonda di grano, di bestiame grosso, e di formaggi.
I paesani vivono e vestono grossamente; sono più inclinati all’agricoltura e ad altri servigi personali, che al maneggiar l'armi; e non potendo per mare cavar fuori della provincia tutto il loro frumento, insieme cogli uomini di Principato lo portano a schiena di mulo a’ popoli vicini che ne hanno bisogno, e conducono anco in Terra di Bari di molte some di galle che di là si navigano a Venezia per tingere i panni.
Questa provincia per esser dentro di terra è senza gran città e senza uomini guerrieri. I Re di Napoli non pensarono mai di farci delle fortezze; sì che sarebbe preda di qualunque esercito che fosse padrone della Campagna.
Corrono per essa il fiume Vasento sino [...] 
È numerata dalla Regia Corte in fuochi 38743.
II Re vi possiede due piccole terre di Demanio, Lagonegro e Tramutole.
Vi ha fanti del Battaglione 1537.
I Vescovati sono Potenza, Venosa, Anglona, Tricarico, Montepeloso, Muro, Melfi, Marsico. A nominazione del Re è Potenza.
I Baroni titolati di questa provincia sono il Principe di Melfi, il Principe di Stigliano, il Principe di Venosa, il Marchese di Lavello, il Marchese di Riolo, il Marchese di Turso, il Conte di Potenza, il Conte di Saponara.
Il Governatore di Basilicata é l’istesso di Principato Citra .

FONTE: C. PORZIO, Relazione del Regno di Napoli al Marchese di Mondesciar Viceré di Napoli, in L’Istoria d’Italia nell’anno MDXLVII e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio, in Napoli, dalla Stamperia Tramater, 1839,  pp. 149-150.

martedì 4 febbraio 2014

Archivi di Basilicata online. 2. I Battifarano

A. BOZZA (a cura di), Inventario dell'Archivio Privato Battifarano, Potenza, Consiglio Regionale della Basilicata, 2009.

Strabone. La Lucania (Geografia, VI 1, 1-3; 14-15)

[1] Dopo le foci del Sele si giunge in Lucania, e al tempio di Hera Argiva, fondato da Giasone, e nelle vicinanze, a meno di cinquanta stadi, a Posidonia. 
Quindi, navigando oltre il golfo seguente, si giunge a Leucosia, un'isola, molto prossima alla costa. L' isola prende il nome da una Sirena, che venne abbandonata qui sulla spiaggia quando le sirene, così racconta il mito, si immersero nelle profondità del mare. Di fronte all'isola si trova quel promontorio che opposto a Sirenussae e con esso forma il golfo di Posidonia. 
Doppiando questo promontorio si entra immediatamente in un altro golfo, ove si trovava una città che venne chiamata Hyele, dai focei che la fondarono, e da altri Ele, dal nome di una sorgente, ma adesso è chemata Elea. Questa è la città natale di Parmenide e Zenone, i filosofi pitagorici. E' mia opinione che non solo per l'influenza di questi uomini, ma anche in tempi antecedenti la città sia stata ben governata, e fu a causa di questa buona amministrazione che il popolo non solo riusci a controllare i Lucani e i Posidoniati, ma anche a riportare vittorie, sebbene fossero inferiori a loro sia per estensione del territorio che come popolazione. In qualche misura, essi erano costretti, a causa della povertà dei loro terreni, a lavorare soprattutto in mare, e ad impiantare stabilimenti per la salagione del pesce, ed altre attività simili. Secondo Antioco, dopo la presa di Focea ad opera di Harpagus, il generale di Ciro, tutti i Focei che poterono farlo, si imbarcarono cole le loro famiglie sui loro navigli leggeri e, sotto la guida di Creontiade, navigarono prima verso Cyrno [Corsica] e Massalia [Marsiglia], ma quando vennero scacciati da questi luoghi fondarono Elea. Alcuni, comunque, dicono che la città prese nome dal fiume Elees [Salso]. Si trova a circa 200 stadi da Posidonia. 
Dopo Elea viene il promontorio di Palinuro. 
A largo di Elea vi sono due isole, le Enotriadi che sono punti d'approdo. Dopo Palinuro viene Pyxus - un capo, un porto [Policastro] e un fiume [Bussento] che hanno lo stesso nome. Pyxus era stata popolata con nuovi coloni da Micythus, il governante di Messina in Sicilia, ma quasi tutti i coloni ri reimbarcarono presto per altri lidi. 
Dopo Pyxus viene un'altro golfo, e poi Laus- un fiume e una città; che è l'ultima delle città Lucane, sita a breve distanza dalla costa, è una colonia dei Sibariti, e dista da Elea 400 stadi. L'intero percorso lungo la costa della Lucania è 650 stadi. Nei pressi di Laos si trova il tempio dell'eroe Draco [Draconte], uno dei compagni di Odisseo, su cui venne dato agli italioti il seguente oracolo:
Un giorno molta gente perirà nei pressi del Draconte di Lao. 
E l'oracolo si avverò, poichè, forviati dall'oracolo, le genti che guerreggiavano contro Laos, cioè, i greci d'Italia, furono annientati per mano dei Lucani. 
[2] Questi, quindi, sono i luoghi della costa tirrenica che appartengono ai Lucani. 
Così come per l'altro mare, essi non poterono giungervi prima; infatti era sotto il controllo dei Greci che tenevano il golfo di Taranto. Prima che arrivassero i greci, comunque, i Lucani ancora non erano giunti nell'area, e le regioni erano occupate dai Coni e dagli Enotri. Ma in seguito i Sanniti accrebbero la loro potenza e scacciarono i Coni e gli Enotri, questa regione venne occupata delle tribù Lucane, allo stesso tempo i greci aumentavano la loro presenza su entrambe le coste fino allo stretto, i Greci e i barbari si fecero la guerra per molto tempo. Prima i Tiranni della Sicilia e poi i Cartaginesi, che erano in guerra con i romani per il possesso prima della Sicilia e poi dell'Italia stessa, ridussero a mal partito tutti questi popoli, ma in questo li precedettoro i Greci. Questi fin dai tempi della guerra di Troia, avevano sottratto ampi territori ai primi abitanti, ed avevano notevolmente accresciuto la loro potenza tanto da chiamare questa parte d'Italia, insieme alla Sicilia, Magna Grecia. Ma oggi tutte le parti di essa, eccetto Taranto Reggio e Napoli sono divenute completamente barbarizzate, e sono occupate in parte dei Lucani e dai Bruzi e in parte dai Campani - cioè nominalmente dai campani ma in realtà sono controllate dai Romani, poiché i Campani stessi sono diventati Romani. Comunque chi si occupa della geografia della terra deve necessariamente parlare, non solo dei fatti del presente, ma anche a volte dei fatti del passato, soprattutto quando rivestono una certa rilevanza. 
Fin qui si è parlato dei Lucani dei territori sulle coste del Mar Tirreno, mentre quelli che controllano l'interno sono le genti che vivono sopra il golfo di Taranto. 
Ma questi ultimi, i Bruzi, e gli stessi Sanniti (progenitori di questi popoli) sono oggi tanto decaduti che è difficile anche distinguere i loro singoli insediamenti, e il motivo è che non mantengono più alcuna organizzazione comune in nessuna delle singole tribù e le loro peculiari differenze nel linguaggio, nell'armamento, nell'abbigliamento e nelle usanze, sono andate completamente perdute, e d'altra parte, i loro centri , considerati nell'insieme o in dettaglio, non rivestono alcuna importanza. 
[3] Conseguentemente, senza fare distinzioni fra loro, parlerò solo in generale cio che ho appreso su questi popoli che vivono nell'interno, cioè i Lucani e quei Sanniti che sono i loro vicini più prossimi. Petelia è considerata metropoli dei Lucani, ed e ancora oggi piuttosto popolosa. Venne fondata da Filottete dopo che, in seguito ad una disputa politica, era stato esiliato da Melibea. E' in una posizione talmente forte che anche i sanniti la hanno ulteriormente fortificata contro i Turii. Anche l' antica Crimisa, che si trova vicino nella regione, venne fondata da Filottete. Apollodoro, nel suo "catalogo delle navi", menzionando Filottete, dice che, secondo alcuni , quando egli arrivò nel territorio di Crotone, fondò un insediamento sul promontorio di Crimissa; e nell'entroterra poco distante fondò la città di Chone, da cui quelli che la abitavano vennero chiamti Coni, e che alcuni dei suoi compagni proseguirono sotto la guida del Troiano Egesto verso la re gione di Erice in Sicilia ove fortificarono Esesta. Nell' entroterra inoltre vi sono Grumento, Vertine, Calasarna e altri centri minori fino ad arrivare a Venusia, che una città importante; ma io penso che questa città e le altre que nominero in seguito procedendo verso la Campania siano sannite. Un po' all'interno rispetto a Turi c'è la cosiddetta regione Turiana. I Lucani sono di stirpe Sannitica ma avendo battutto i Posidoniati e i loro alleati in guerra vennero in possesso delle loro città. In tutti i periodi ordinari, ed è vero, il loro governo era democratico, ma nei periodi di guerra veniva scelto un re dai magistrati in carica. Adesso sono Romani. 
[4] La costa che viene dopo la Lucania, fino allo stretto di Sicilia e per una distanza 1350 stadi è occupata dai Bretti. Secondo Antioco, nel suo trattato Sull' Italia, questo territorio (che è quello che si appresta a descrivere) che si chiamava Italia, ma che prima si chiamava Enotria. Ed egli assegna come suoi confini, sul mare Tirreno, lo stesso confine che io ho assegnato al paese dei Bruzi il fiume Lao e sul mare Siciliano (Jonio) Metaponto. Ma escludendo il territorio dei tarantini, confinante con Metaponto, che egli colloca fuori dall'Italia e chiama i suoi abitanti Japigi. Ed in un tempo più antico, secondo lui, si potevano chiamare Italiani ed Enotri solo quelle genti che vivevano in questo lato dell'istmo nel paese che giunge fino allo stretto di Sicilia. Lo stesso istmo, largo 160 stadi, si trova fra due golfi, l'Hipponiate (che Antioco chiama Nepetino) e lo Scylletico. Il percorso lungo la costa intorno al paese compreso fra l'istmo e lo stretto è 2000 stadi. Ma in seguito, egli dice, i nomi di Italia ed Enotria vennero ulteriormente estesi oltre il territorio di Metaponto e quello di Siri, fino a comprendere, i Choni, una tribù Enotria ben governata, il cui territorio venne chiamato Conia. Antioco parla in maniera semplice ed arcaica, senza fare alcuna distinzione fra Lucani e Brettii. 
In primo luogo, la Lucania è situata fra la costa tirrenica e quella del Mar di Sicilia, sulla prima si estende fra i fiumi Sele e Lao, sulla seconda fra Metaponto e Turi; in secondo luogo, sul continente, dal territorio dei Sanniti fino all'istmo che si estende da Thuri a Cerilli l'istmo largo 300 stadi. 
Ma i Brettii sono situati al di la dei Lucani, e questa penisola include un'altra penisola che ha un istmo che si estende dal golfo di Scylletium fino al golfo Hipponiate. Il nome della tribù fu dato loro dai Lucani, infatti i lucani chiamano tutti i ribelli Brettii. I Brettii si ribellarono, così si dice, poiché prima essi pascevano gli armenti dei Lucani, e poi per l'indulgenza dei loro padroni, cominciarono ad agire come uomini liberi, quando Dione fece la sua spedizione contro Dioniosio, fece sollevare tutti questi popoli l'uno contro l'altro.Questo e quanto si puo dire in generale dei Lucani e dei Bretti. 
[...]
[14] Dopo Turio viene Lagaria, una fortezza fondata dal Focese Epeo, famosa per il suo vino Lagaritano, dolce e delicato tenuto in gran conto dai medici. Anche quello di Turio e uno dei vini più rinomati. Poi viene la città di Eraclea a breve distanza dal mare, e da due fiumi navigabili l' Aciris ed il Siris. Sul Siris vi era una città d'origine Troiana dallo stesso nome, ma in seguito quando i Tarantini stabilirono la colonia di Eraclea essa divenne il porto degli Eracleoti. Siris dista 25 stadi da Eraclea e 330 da Thurio. Gli scrittori addducono come prova dell'insediamento Troiano la presenza in quel luogo del simulacro ligneo di Athena Iliaca - che la leggenda dice che abbia chiuso gli occhi quando alcuni devoti supplici vennero catturati dagli Ioni che presero la città. Questi Ioni erano giunti li come coloni per sfuggire al dominio dei Lidi e presero con la forza la città che apparteneva ai Chonii e la chiamavano Polieum, e ancora oggi vi si può vedere il simulacro con gli occhi chiusi. Già e difficile credere in questa favola che l'immagine abbia chiuso gli occhi per lo sdegno - come si racconta che accadde all'immagine a troia quando fu violata cassandra - ma che anche la si possa vedere quando li chiude. ma é ancor più difficile credere che tutte queste immagini siano state portate da Troia, non solo quella di Siris ma anche a Roma, a Lavinio, e a Luceria Athena viene chiamata Iliaca, poiché si pensa che sia stata portata da Ilio. Inoltre in così tanti luoghi si attribuisce alle donne Troiane l'atto eroico che per quanto sia possibile e difficile da credere. Alcuni sostengono che Siris e Sybaris Theuthtantos vennero fondate dai Rodii. Secondo Antioco, quando i Tarantini erano in guerra con i Turini che erano guidati da Cleandrida, un esule di Sparta, per il possesso del territorio di Siris, giunsero ad un compromesso e la occuparono congiuntamente, ma la colonia venne attribuita a Taranto, ma successivamente la colonia venne spostata e venne chiamata Eraclea. 
[15] Viene quindi Metaponto che è a 140 stadi dalla stazione navale di Eraclea. Si dice sia stata fondata dai Pilii che tornavano da Troia con Nestore, e si racconta che la loro agricoltura divenne così prospera che poterono dedicare a Delphi una messe d'oro. Gli storici a prova della fondazione dei Pilii l'istituzione del sacrificio espiatorio ai Neleidi. la città venne poi distrutta dai Sanniti. Secondo Antioco, il luogo venne successivamente colonizzato da alcuni achei che erano stati chiamati dai Sibariti poichè era abbandonato; in realtà essi vennero chiamati a causa dell'odio che gli achei nutrivano nei confronti dei tarantini che li avevano caccaiti dalla Laconia e per inpedire che i loro odiati vicini occupassero quel luogo. Quindi essendoci due città, delle quali Metaponto era più vicina a Taranto i nuovi arrivati furono convinti dai Sibariti ad occupare il sito di Metaponto e possedendo questo avrebbero anche Siris, mentre se avessero occupato la Siritide, avrebbero permesso l'inclusione del territorio di Metaponto a quello dei Tarantini, essendo quest'ultimo confinante col loro territorio. Quando più tardi i Metapontini si scontrarono con i Tarantini e gli Enotri dell'interno si raggiunse un accordo per definire il confine fra la Japigia e l' Italia di allora. 
Qui viene localizzata la leggenda di Metaponto e quella della prigioniera Melanippe e di suo figlio Beoto. Secondo Antioco, la citta di metaponto si chiamava prima Metabon e solo inseguito il suo nome si modificò leggermente, ed inoltre che Melanippe non sia stata portata all'eroe Metabos ma a Dios, come è provato dal santuario dell'eroe Metabos, anche il poeta Asios, quando racconta di Beoto dice che fu generato "dalla bella Melanippe nelle stanze di Dios" volendo dire che fu portata a Dios non a Metabos. 
Ma come dice Eforo, il colonizzatore di Metaponto fu Daulio, tiranno di Crisa, nei pressi di Delfi. Un'altra storia racconta che che l' uomo che fu inviato dagli Achei a contribuire alla colonizzazione fosse Leucippo, e che avendo chiesto il permesso ai tarantini di sostare in quel luogo per la notte egli non lo restituì più, rispondendo alle loro proteste di giorno che lo aveva chiesto per la notte successiva e di notte che avesse diritto a passare lì anche il giorno successivo. 

lunedì 3 febbraio 2014

La Basilicata moderna. 9. Le storie locali: uno schema


ANONIMO
(clero?)
[Descrizione di Venosa e dei suoi vescovi], note manoscritte del 1655 in ms. Bibl. Vat. Barb lat. 3215, Roma, ff. 337r-364v 
[H. Houben, Venosa 1655. Un’anonima storia, descrizione e serie dei vescovi nel lascito di Ughelli, Venosa, Appia2, s.d.]
CAPPELLANO Achille Tommaso
Clero
Discrittione della città di Venosa, sito et qualità di essa (28 Febbraio 1584), ms., conservato nella Biblioteca Casanatense, Roma
[a cura di R. Nigro, Venosa, Osanna, 19852]
CARAVELLI Giuseppe
Clero
Descrizione di questa Città di Tricarico, e delli vescovi che sono stati dal principio, sino ad anni di qui sotto rescritti […]  nell’anno del Signore 1686
[in G. D’Araio, Per la storia di Civita di Tricarico e Calle, vol. III, Matera, Liantonio, 1954, pp. 175-178]
CENNA Giacomo
Clero
Cronica Antica della città di Venosa (tra il 1614 e il  1640) 
[a cura di G. Pinto, Trani, Vecchi, 1902]
CIMAGLIA Natale Maria
Avvocatura
Antiquitates Venusinae. Tribus libris explicatae. Asculanensium antiquitates et Dauniae Apuliaeque veteris geographia, Napoli, Josephi Raymundi, 1757
COPETI Arcangelo
Uffici pubblici
Notizie della città e di cittadini di Matera, ms., 1780, conservato nel Museo «D. Ridola», Matera 
[Notizie della città e di cittadini di Matera, a cura di Mauro Padula e Domenico Passarelli, Matera, BMG, 1982]
CORSIGNANI  Pietro Antonio
Vescovo
Historica Monumenta Selecta, in Synodus diocesana in Cathedralis Venusina celebrata iv, v, vi mensis aprilis. Accesserunt ejusdem Ecclesiae ac Civitatis historica monumenta una cum Episcoporum catalogo, Venusiae 1728
[Storia di Venosa. La sua Chiesa e i suoi vescovi, trad. di M. Gallo, presentazione di A. Capano, Venosa, Appia2, 1994]
D'AVENIA Paolo
Governo dell’Universitas
La caduta e la rovina della Terra di Pisticcio nostra Patria e nuova edificazione di essa (1677) 
[in N. Jeno de' Coronei (a cura di), Sinodo Materese del 1578, Roma, Tip. D. De Falco, 1880, pp. 108 ss.]
DE BLASIIS Gianfrancesco
Clero
Cronaca di Matera, ms., 1635, conservato nel Museo «D. Ridola», Matera
DEL MONACO Giacomo Antonio
Accademia
Lettera del Signor Giacomo Antonio Del Monaco intorno all'antica colonia di Grumento oggi detta la Saponara indirizzata al Signor Matteo Egizio, in Napoli, nella stamperia di Felice Mosca, 1713
FALCONE Alessandro
Dottore in utroque jure
Delle notizie con discorsi istorici, e riflessivi per la città di Lagonegro, ms., 1774, conservato presso la Biblioteca Provinciale di Potenza
LUPOLI Michele Arcangelo
Clero
Iter Venusinum vetustis monumentis illustratum. Accedunt varii argumenti dissertationes, Neapoli, apud Simonios, 1793
[Iter Venusinum, trad. Di N. Pasquale e M. Gallo, Venosa, Appia2, 1992]
MARZIO Andrea
Governo dell’Universitas
Libro Negro della Terra di Pisticci (1567) 
[a cura di C. Spani, Roma, Luigi Spani, 1988]
NELLI Niccolò Domenico
Clero
Descrizione della Città di Matera, della sua origine e denominazione: de' suoi cittadini;e delle sue Chiese e Monasteri si antichi che moderni ecc., raccolti da vari autori e da diversi manoscritti antichi, posti in opera sino all'anno 1751, ms., 1751, conservato nel Museo «D. Ridola», Matera
PANNELLI Domenico
Clero
Memorie del Monisterio Bantino osia Badia di Santa Maria di Bantia ora Banzi 
[Le memorie bantine. Le memorie del Monastero Bantino, o sia della badia di Santa Maria in Banzia, ora Banzi. 
Pubblicate d'ordine del cardinale di Sant'Eusebio abate commendatario di essa badia da Domenico Pannelli suo segretario, a cura di P. De Leo, Banzi, CooperAttiva, 1995]
PAOLI Sebastiano
Clero
Iter Grumentinum 
[in G. Racioppi, Iscrizioni grumentine inedite. Dalle schede del padre Sebastiano Paoli, in «ASPN», ix (1884),  fasc. 4]
PECORONE Bonifacio
Clero
Memorie dell’Abate D. Bonifacio Pecorone della Città di Saponara, Napoli, Angelo Vocola, 1729
RAMAGLIA Niccolò Domenico
Governo dell’Universitas
Memorie grumentine saponariensi, ms., 1736, conservato nella Biblioteca Comunale di Moliterno 
[Memorie grumentine saponariensi. Manoscritto inedito del 1736 di Niccolò Ramaglia, a cura di V. Falasca, Avigliano, PE, 2005]
RENDINA Giuseppe
Clero
Istoria della Città di Potenza, (tra il tra il 1666 e il 1678), 
ms.,trascrizione del 1758, conservato presso la Biblioteca Provinciale di Potenza 
[Storia di una città: Potenza. Da un manoscritto della seconda metà del sec. xvii
a cura di R. M. Abbondanza Blasi, Salerno, Edisud, 2000]
ROSELLI Francesco Saverio
Dottore in utroque jure
Storia Grumentina, s.l., s.e., 1790
SANTORO Paolo Emilio
Clero
Historia monasterii Carbonensis ordinis S. Basiliii, Roma, Facciotti, 1601
SCARANO Antonio
Clero
Platea Conventus Sancti Francisci Tricaricen, Ordinis Minorum Convent. Anno Domini 1688 
[ in G. D’Araio, Per la storia di Civita di Tricarico e Calle, vol. iii, Matera, Liantonio, 1954, pp. 175-178]
TANZI Serafino
Clero
Historia cronologica monasterii S. Michaelis Archangeli
Montis Caveosi […] ad anno MLXV usque ad annum MCDLXXXIV, Napoli, Tip. Abbatiana, 1746
VENUSIO Donato
Clero
Cronaca di Matera sino al 1711 con appendice di notizie appartenenti alla Città di Matera raccolte da diversi autori, ms., 1711, conservato nel Museo «D. Ridola», Matera
VIGGIANO Emanuele
Clero
Memorie storiche di Potenza, Napoli, Orsini, 1805
VOLELLA Gerardo
Governo dell’Universitas
Memorie sopra Vietri di Lucania, Napoli, s.e., 1746
VOLPE Marcello
Clero
De Ecclesia Cathedralis Montispelusij, in Praxis Iudicialis Fori Ecclesiastici, Trani, Typis Laurentij Valerij, 1636, cap. xxxxx, pp. 561-569.

Archivi di Basilicata online. 1. Famiglie

Archivi di famiglie su:
www.archivisticabasilicata.beniculturali.it/getFile.php?id=76‎