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Visualizzazione dei post da Agosto, 2014

Materiali didattici. 16. Boschi della Basilicata moderna

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FONTE: L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, De Bonis, 1816, tomo XI, p. 70.

Brienza in età moderna. 2. I poteri in lotta (Cataldo De Luca)

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Abbiamo detto, in un post precedente, che a Brienza i rapporti tra Università, feudo e Chiesa non furono facili. Lo testimonia, nel XVIII secolo, una causa in cui il clero sosteneva e dimostrava che il marchese aveva occupato ingiustamente i terreni  di sua proprietà e quindi chiedeva che bisognava pagare l’affitto dei terreni, mentre il marchese sosteneva che il clero non poteva dimostrare con documenti certi che quei territori erano di sua proprietà: questa situazione poté essere sciolta solo nel 1806 con l’abolizione della feudalità.  Più drammatica è la vicenda dei beni di una congregazione laicale (la cappella del Rosario) che a Brienza svolgeva attività creditizia ed assistenza. Il marchese iniziò a sostenere che la confraternita fosse di sua proprietà  il vescovo decise di dividere le rendite affidandole a suo nipote e al marchese di Brienza. Quando fu eletto procuratore della cappella  Antonio Caselli, egli inviò a Napoli una denuncia in cui raccontava la storia della Cappell…

Materiali didattici. 15. RIfocalizzare i Borbone

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Il volume di Giuseppe Caridi segue le vicende biografiche del sovrano borbonico inserite nella realtà politica, socio-economica ed ecclesiastica del Mezzogiorno d’Italia e della Spagna del secolo XVIII. Carlo acquisì la necessaria esperienza di governo durante la venticinquennale permanenza sul trono di Napoli.  È indubbio che solo con il regno di Carlo il governo napoletano, i suoi sovrani, i suoi ministri, iniziavano ad agire come una corte indipendente. L'avvento di re Carlo significava, per i napoletani, ben più di un cambiamento di dinastia. Era, con il nuovo re, la restaurazione dell'antico regno, dopo secoli di dominazione straniera. I governi che si erano succeduti nel primo trentennio del secolo, erano governi stranieri, distolti da preoccupazioni estranee e lontane. Il nuovo re era venuto anche lui dal di fuori; ma non come dominatore straniero. Le speranze dei napoletani si accendevano: "grazie a Dio, non siamo più provinciali". Spettava alla nuova dinast…

La tomba di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro

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Tommaso Antonio Masdea canonico decano dell’insigne Collegiata di Pizzo e confessore del morituro Sovrano, nel racconto pubblicato nel libro di G. Romano Ricordi Murattiani afferma «Il cadavere di Gioacchino Murat riposto in un baule foderato di taffetà nera, fu sepolto nella Chiesa Matrice da lui beneficata». Antonino Condoleo, che assistette alla sepoltura, così la descrive nella sua Narrazione pubblicata da E. Capialbi:
L’insanguinato cadavere fu subito messo in una rozza cassa di abete e fu portata da dodici soldati nella Chiesa Matrice. Nel deporla a terra, per l’urto ricevuto o perché mal connessa, la cassa si aprì negli spigoli. Oh, visione incancellabile di quel volto pallido, sfigurato da una pallottola che aveva orribilmente solcata la sua gota destra, di quegli occhi spenti, di quella bocca socchiusa, che pareva volesse terminare qualche incominciata parola, di quell’aria guerriera che la stessa morte non aveva potuto cancellare dal suo sembiante! Rattoppata alla meglio la…

Brienza in età moderna. 1. Territorio, popolazione, poteri (Cataldo De Luca)

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Durante l’età moderna Brienza rientrava nell’ambito territoriale del Principato Citra (solo con il decreto del 1811 entrò a far parte della provincia di Basilicata). Essa confinava ad oriente con Sasso di Castalda a sud con Sala Consilina, ad occidente con Polla, a nord con Sant’Angelo le Fratte.  Il centro storico di Brienza era dominato dal castello, ubicato su un’altura di difficile accesso e di probabili origini pre-longobarde (infatti la radice burg di Burgentia sta ad indicare borgo e più propriamente sito fortificato), probabilmente ampliato nel periodo angioino Per quanto riguarda gli andamenti demografici lungo il ciclo della modernità, nel primo quarto del sedicesimo secolo mancano dati attendibili in quanto la tassazione era espressa in fuochi,  la popolazione subì un aumento (si passò da 840 fuochi del 1532 a 1955 del 1595), con una popolazione che crebbe nonostante la povertà in cui versava, mentre nella prima metà del Seicento venne registrato un calo della popolazione …

Matera. 7. Uno storico materano: Domenico Appio (Veronica Robertini)

Dottore in utroque jure e patrizio materano, Appio apparteneva ad una notevole famiglia del patriziato materano, documentata nella città murgiana sin dal XIV secolo, «nell'antica terra d'Ugiano, e dopochè questa fu rovinata, passava in Ferrandina, poco da essa distante,e successivamente in Grottole ed in Matera, ove da dugendo anni persiste e venne aggregata alla prima piazza de' Nobili». Suo padre Claudio, avvocato ed accademico, avrebbe scritto un Juris promptuarium al quale contribuì anche Domenico, che in seguito sposò Beatrice Cornice, dalla quale ebbe un figlio, Giuseppe.  Tra le numerose opere scritte dall‟Appio, oltre alla Cronologia historica della città di Matera (1701), si dedicò alla retorica, con una Selva erudita utilissima ai predicatori et ad ogni amatore delle belle lettere(scritta a Matera negli anni 1699-1702 e posseduta in forma manoscritta dalla famiglia Gattini), oltre ad un Repertorium iuris (1702).
BIBLIOGRAFIA D'ANDRIA A., Identità e storie. L…

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 6. Declino e morte

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La morte di Pio VI, l’uomo che gli aveva fatto da precettore e che lo aveva voluto al suo fianco nell’amministrazione dello Stato Pontificio, fece si che il cardinale Ruffo fosse invitato a partecipare al conclave nel novembre del 1799. Il cardinale decise di approfittare dell’occasione presentatagli e partì il 5 novembre.
Al soglio pontificio salì Pio VII, che, memore dell’operato del Ruffo durante gli anni del soggiorno romano, decise di coinvolgerlo nuovamente nell’attività di governo, affidandogli la guida della Congregazione Economica.  Nel 1806 Ferdinando lo inviò a Parigi per evitare l’occupazione del Regno. In quegli anni il Ruffo ebbe modo di consolidare il suo rapporto con Napoleone che, nonostante i trascorsi del Ruffo in chiave antifrancese, lo annoverò tra i “Cardinali rossi” (aveva , cioè, il diritto di portare il mantello cardinalizio) e gli consentì di assistere nel 1810 alle sue nozze con Maria Luigia.  Nel 1813 il cardinale, inoltre, fu insignito del titolo di uffic…

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 5. L'epilogo del 1799

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Tra il 13 e il 15 giugno, riuscendo ad intuire la manovra ideata dai patrioti, ovvero attaccare simultaneamente l’esercito sanfedista frontalmente e alle spalle, accerchiandolo e non lasciandogli lo spazio e il tempo per riorganizzarsi, fece sì che i componenti del governo si rifugiassero nei castelli, da dove assistettero impotenti alle violenze e agli episodi di furia cieca che si posero in essere fino al 19 giugno. La lungimiranza del Ruffo risiedeva anche nell’equiparare la rovina dei traditori alla possibilità di ricostruire il consenso intorno alla figura del sovrano e della corte intera, poiché alcun vantaggio sarebbe derivato da una drastica azione punitiva senza appelli. Nonostante egli fosse a conoscenza del pensiero della Corona riguardo al trattamento da riservare ai ribelli, il Ruffo si prodigava in quella stessa missiva ad insistere sul valore strategico di «Editti, di Pattuglie, di Prediche», ai fini del ripristino dell’ordine nella Capitale, ovviamente, in contrappos…

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 4. I sanfedisti verso Napoli

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Alle soglie della Basilicata, il cardinale si rammaricava dell’instabilità che dilagava nelle altre province del Regno, dato che in molti centri il verbo rivoluzionario aveva preso di nuovo il sopravvento dopo alcuni tentativi di “realizzare” le municipalità democratiche: Altamura, ad esempio. Il Ruffo decise di inoltrarsi in terra di Basilicata, annoverando come ultima tappa del suo viaggio nelle Calabrie Rocca Imperiale e sentendosi attorniato da dubbi ed incertezze riguardo ad un felice esito della sua spedizione.  In Basilicata il primo transito fu Policoro ed ivi il Ruffo ricevette notizie riguardanti le imprese delle frange dell’esercito sanfedista da Gerardo Curcio, detto Sciarpa, che aveva reso possibile la “realizzazione” di Salerno. Esse, però, si erano lasciate dietro alcune aree (Tolve, Tricarico, Palazzo, Genzano, Spinazzola, Montepeloso, Potenza, Oppido, Cancellara, Pietragalla, Vaglio, Banzi, Avigliano, Picerno, Acerenza, Forenza, Maschito, Ripacandida, Venosa, Barile, …

Identità e territorio a Tramutola

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L'associazione culturale Al Varco, come avevamo annunciato, ha organizzato, il 4 agosto 2014, il quarto appuntamento con la rassegna SPAZI URBANI, nata per ridare allo "spazio" quella funzione di aggregazione ed incontro, di condivisione e progettualità. L'iniziativa, alla quale ha partecipato il nostro blog, ha coniugato, in questo senso, la memoria degli spazi, la condivisione di informazione e dibattito, il proiettarsi verso il futuro con la musica.
Iniziative come questa di Al Varco mostrano che anche in Basilicata è possibile una positiva sinergia tra la più aggiornata e scientificamente valida ricerca, in ambito universitario e di Enti e Istituti di Ricerca qualificati, e le forze vive ed attive operanti sul territorio regionale. Ciò per uscire, da una parte e dall'altra, da angusti confini, schemi precostituiti ed un certo "feudalesimo culturale" che ancora inficia l'interpretazione della cultura sul territorio e che anche con il nostro blog…

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 3. L'Armata Cristiana e Reale in Calabria

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Il cardinale Ruffo, allarmato dalle notizie della “repubblicanizzazione” di molte aree e desideroso di dare avvio alla spedizione, il 7 febbraio partì da Messina e sbarcò a Pezzo (l’attuale Villa S. Giovanni), con al suo seguito il Marchese Malaspina, l’abate Lorenzo Speziani, Annibale Caporossi, Domenico Petromasi, Carlo Cuccaro ed altri servitori. Il 12 febbraio Fabrizio Ruffo poteva contare sull’apporto di circa trecentocinquanta uomini, come annunciava al ministro Acton.  La tappa successiva fu, dunque, Scilla, nella quale il Ruffo dimorò per due giorni. Ivi, però, i fedelissimi del Ruffo riuscirono a radunare pochi individui disposti ad arruolarsi e si passò successivamente in Bagnara, feudo della famiglia Ruffo, che non aveva dato l’apporto ipotizzato.  La formazione di un nucleo stabile e forte dell’armata era ancora lontana e tra Scilla e Bagnara il Ruffo poté soltanto incamerare i beni del cugino, il principe di Scilla, e le rendite del fratello, entrambi residenti a Napoli.…