lunedì 2 marzo 2015

La Basilicata moderna. 14. Venosa e i suoi feudatari

Venosa  toccava, nel ventennio del mandato del vescovo Andrea Perbenedetti, il suo periodo di massimo splendore, con un’incidenza notevolissima del potere feudale dei Gesualdo, che attuavano una politica di laicizzazione culturale in aperto contrasto con la rigida applicazione dei decreti tridentini promossa dalla Chiesa. 
Del resto, notevole era stato il potere feudale nella città oraziana, fin da quando Pirro del Balzo, duca d’Andria, aveva ricevuto dalla moglie, Maria Donata Orsini, figlia di Gabriele, contessa di Montescaglioso, uno Stato ricchissimo, costituito da città e terre, fra cui Acerra, Guardialombarda, Lacedonia, Lavello e appunto Venosa, con il titolo di duca. Qui il del Balzo fece costruire il Castello (dal 1460 al 1470), distruggendo la preesistente cattedrale cittadina, che fece erigere nuovamente - in posizione significativamente decentrata rispetto all’abitato - con lavori terminati solo nel 1502.
Incarcerato il del Balzo, coinvolto nella congiura dei baroni del 1485, Venosa era passata al regio demanio, rimanendo città regia fino a quando Ferdinando il Cattolico la concesse a Consalvo de Cordova come premio della conquista del Regno di Napoli contro i francesi del duca di Nemours (1503), finché Luigi IV Gesualdo al titolo di conte di Conza aggiunse, nel 1561, il titolo di principe di Venosa, che trasmise al figlio Fabrizio.
Carlo, figlio di Fabrizio, si era posto sulla linea di una decisa politica lai-ca, promuovendo studi letterari e musicali. Dopo una battuta d'arresto degli studi promossi dalla famiglia dei Gesualdo a causa dell'uxoricidio compiuto dal principe nel 1590, la politica di mecenatismo gesualdiano continuò con la rifondazione, ad opera del figlio di Carlo, Emanuele, dell'Accademia letteraria dei Piacevoli - fondata da Carlo nel 1582.

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