giovedì 11 giugno 2015

Il Viceregno spagnolo. 1. I viceré

Il 12 marzo 1505 Ferdinando il Cattolico dava alla città di Napoli comunicazione ufficiale del conferimento di nuovi poteri al viceré. L’evento non si poneva come un puro atto di amministrazione, bensì costituiva, sotto il profilo sostanziale, nella tipica visione giuridica dell’epoca, il perfezionamento di un processo rapido, ma completo, di trasformazione istituzionale. Quella data rappresentò così, per il Regno di Napoli, il termine iniziale di un periodo di oltre due secoli caratterizzati omogeneamente, almeno sotto l’aspetto formale, da uno status politico-giudiziario sensibilmente diverso rispetto al passato. A quel nuovo assetto gradualmente corrispose l’adeguamento, talora tardo e tormentato, di tutti gli istituti giuridici, che in varia misura e tempo, risentirono del mutato clima politico.
Fu rinnovata l’architettura statuale, attraverso la spoliazione del potere dei Sette Grandi Uffici. Risalenti alla dominazione normanna e affidati a esponenti della nobiltà feudale, essi costituivano, in quanto curia principis, il primo abbozzo di un’amministrazione centrale. Al Connestabile ed all’Ammiraglio competevano, rispettivamente, il comando dell’esercito e della flotta militare; il Protonotario (detto Logoteta) rogava gli atti dei Parlamenti; il Camerario aveva cura delle finanze regie; il Cancelliere collaborava con il sovrano negli affari di Stato, il Giustiziere era giudice ordinario d’appello, mentre il Siniscalco provvedeva all’approvvigionamento e alla gestione delle residenze reali. Il declino di queste cariche fu contestuale al sorgere dei nuovi organi, più congrui alla crescente articolazione dei poteri pubblici. Della struttura istituita dai normanni, sopravvissero i sette Ufficiali della Corona, uffici vendibili (a eccezione del comando delle milizie, di cui il viceré aveva assunto personalmente la titolarità in veste di Luogotenente generale), che continuarono a essere regolarmente nominati nel corso del Cinquecento e del Seicento. I Sette Grandi Uffici furono trasformati in investiture onorifiche e, spesso, in fonti di un cospicuo reddito, ma prive di un potere effettivamente incidente sulla realtà politica. Questi dignitari si limitavano a presenziare ai Parlamenti e alle manifestazioni ufficiali, portando le insegne reali e adornati di vesti purpuree.
Alla spoliazione del potere dei Sette Grandi Uffici corrispose l’istituzionalizzazione della carica di viceré. Egli in origine era un alter ego del sovrano. Dal punto di vista giuridico-formale l’istituto vicereale aveva un carattere transitorio, perché era inimmaginabile, per la teoria statuale del tempo, un ausentismo permanente del re, signore naturale. Dalla metà del secolo XVI, l’ascesa economica della Castiglia e la stabilizzazione della corte imperiale in questa regione, produsse l’istituzionalizzazione dell’ausentismo negli altri reinos e la trasformazione della figura del viceré in un alto magistrato permanente.

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