giovedì 29 gennaio 2015

La Basilicata medievale. 6. Pirro del Balzo, un principe tra medioevo e rinascimento

Primogenito di Francesco, duca di Andria, e di Sancia di Chiaramonte, contessa di Copertino, sorella della regina Isabella, moglie di Ferdinando d'Aragona, nacque probabilmente nei feudi paterni in data imprecisata.
La moglie, Maria Donata Orsini, figlia di Gabriele, contessa di Montescaglioso, gli portò in dote uno Stato ricchissimo, costituito da città e terre, fra cui Acerra, Guardialombarda, Lacedonia, Lavello, Venosa con il titolo di duca, Ruvo, Carpignano, Galatone, Minervino e naturalmente Montescaglioso. Per questi possedimenti Alfonso d'Aragona gli dette l'assenso alla successione il 10 giugno 1454. Dalla moglie, - morta nel 1481 - il D. ebbe Federico (che prese in moglie Costanza d'Avalos) premortogli, Isotta Ginevra, moglie del gran senescalco Pietro Guevara, marchese del Vasto, Antonia, moglie di Giovan Francesco Gonzaga, e Isabella, che sposò Federico d'Aragona.
Quando iniziò la guerra di successione fra i baroni ribelli e il bastardo di Alfonso d'Aragona, Ferdinando, destinato a succedergli, il D. con il padre si mantenne fedele all'Aragonese e prese le armi per sostenerlo. Dopo la rotta di Sarno (7 luglio 1460), il D., insieme con Iñigo de Guevara e Alfonso e Iñigo d'Avalos, fu inviato con 400 cavalli a presidiare la sua terra di Acerra, che trovandosi a poche miglia da Napoli costituiva un'importante posizione strategica, sia rispetto a Napoli sia rispetto alla strada per Capua. Circa due anni dopo era ad Andria, insieme con il padre, quando vi fu assediato dallo zio della moglie, il potente feudatario Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, principe di Taranto, aderente al partito angioino. I continui bombardamenti la mancanza di vettovaglie e l'impossibilità di un aiuto esterno portarono alla resa della città, da cui però il D. era fuggito poco prima. L'Orsini allora si volse contro Minervino, ove era la moglie del D., Maria Donata, asserragliata nella fortezza. Anch'essa poco dopo dovette cedere allo zio e non fu trattata generosamente perché, presa prigioniera, mentre il presidio veniva trucidato, fu rinchiusa insieme con i figli a Spinazzola. Riacquistarono la libertà non molto più tardi, allorché, dopo la vittoria di Ferdinando d'Aragona a Troia (18 ag. 1462), l'Orsini si accordò con il re.
Il 10 ag. 1464 il sovrano donò al D. Ginosa, in Terra d'Otranto, che era stata confiscata al ribelle Guido Moliterno, e pressappoco nel medesimo periodo gli concesse Bisaccia; morta la madre, nel 1468, gli confermò il possesso dei feudi materni. Si hanno poche e sporadiche testimonianze dell'attività successiva del D. sia pubblica sia privata. Nel settembre del 1477, comunque, partecipò alla cerimonia dell'incoronazione della nuova regina, Giovanna d'Aragona, sorreggendo il globo d'oro. Prese parte anche alla guerra d'Otranto, durante la quale ebbe un fatto d'arme a Rocca, che portò all'uccisione di settanta turchi, i quali stavano facendo rifornimenti. Forse anche come riconoscimento di quest'altra sua prova di fedeltà, il 3 nov. 1482 il D. ricevette il titolo di gran connestabile e ottenne su Altamura, da lui acquistata poco prima per 27.000 ducati il titolo di principe. Doveva esercitare anche le funzioni della sua carica, tanto che durante la guerra di Ferrara il re gli scriveva annunciandogli la prossima partenza della flotta napoletana verso le coste pugliesi. Tuttavia i provvedimenti presi dal D. non poterono impedire la caduta di Gallipoli nelle mani dei Veneziani. Quando nel novembre del 1484, dopo la pace di Bagnolo, il duca di Calabria ritornò a Napoli, facendovi un ingresso solenne e minaccioso, il D. fu uno dei baroni che lo accolsero.
Con ogni probabilità il D. partecipò nella primavera del 1485 alla riunione di baroni a Melfi in occasione del matrimonio di Troiano Caracciolo con Ippolita Sanseverino, che si usa ritenere il primo atto della congiura contro il re. Certo nell'agosto si riteneva sicura la sua connivenza con i ribelli e si guardava anche con sospetto il fatto che egli avesse fortificato Acerra, terra le cui entrate dovevano andare a Francesco d'Aragona, promesso sposo della figlia Isabella, ma il cui possesso rimaneva al Del Balzo.
Al re giungevano a proposito del D. notizie contraddittorie. Nell'agosto il suo nome veniva indicato fra i "confederati" con il papa ai danni del sovrano, mentre ai primi di settembre il re era informato che sia il D., sia il genero Pietro Guevara erano ben disposti verso di lui. Il re, allora, pensò di inviare ai due gli oratori fiorentino e milanese "per indurli al pacifico vivere", senza che poi questo proposito fosse messo in atto. Fra gli accordi di Miglionico, con i quali i baroni si impegnavano - ma non sinceramente - ad essere fedeli al re, c'era anche l'impegno del sovrano a dare in sposa al D. una sua figlia naturale, Lucrezia, precedentemente promessa al duca d'Urbino. La sposa avrebbe dovuto essere consegnata il 10 novembre ad Andria.
Benché il D. avesse promesso, come gli altri baroni, che sarebbe andato ad ossequiare il re a Foggia o a Barletta, si recò invece presso il principe di Salerno e il 30 novembre arrivava al re sia la richiesta dei baroni di settanta uomini d'armi, pagati dall'erario regio per il D. come gran connestabile, sia la notizia che egli aveva inalberato gli stendardi del papa. In effetti la data, diremmo ufficiale, dell'insurrezione del D. è il 25 nov. 1485. Egli aveva promesso agli altri baroni di andare in Abruzzo a recare aiuto al prefetto di Roma, Giovanni Della Rovere, che aveva invaso le terre del Regno, ma fu colpito da un attacco di podagra e rimase in Puglia, dove compì numerose e brutali aggressioni, impadronendosi di Spinazzola, Genzano, Barletta; quando intervenne nella regione, Ferrandino di Aragona gli inferse duri colpi, recuperando terre da lui conquistate ed anche altre a lui appartenenti. Questo avveniva nei primi mesi del 1486, ma già nel dicembre dell'anno precedente Acerra si era data al re, dopo un assedio di venti giorni. Ai primi di aprile il D. ed il marchese di Bitonto, che operavano nella regione pugliese con cinque squadre e 400 fanti, si recarono a Benevento, ove si abboccarono con il Della Rovere.
Avvenuta la pace fra Innocenzo VIII e Ferdinando d'Aragona (11 ag. 1486), ricominciarono i patteggiamenti fra i baroni e il sovrano. Nel medesimo mese di agosto il re inviò un suo ambasciatore al D. per sapere se era disposto ad accettare la pace sottoscritta fra lui e il papa; ai primi di settembre l'inviato comunicava che il barone intendeva essergli "fidelissimo vassallo". In quel medesimo periodo, però, si stava ancora perfezionando l'accordo stipulato, fra il duca di Melfi, Giovanni Caracciolo, e i baroni ribelli, i quali avevano concesso al duca, fra varie altre cose, che si effettuasse il matrimonio fra sua figlia Beatrice e il Del Balzo. A Lacedonia, l'11 settembre, il D. fu tra i baroni che giurarono di continuare la lotta contro il sovrano. Tuttavia i contatti con il re continuavano e continuavano le promesse matrimoniali. Si parlò del matrimonio di una nipote del D., figlia di Pietro Guevara, morto nel settembre di quell'anno, con il secondogenito del duca di Calabria e successivamente anche di uno fra Sancia, figlia naturale del medesimo duca, con un figlio naturale del Del Balzo. In ogni modo quando Alfonso d'Aragona conquistò Venosa, le richieste perché il barone si sottomettesse divennero pressanti. Nel novembre il duca gli inviò oratori, che lo trovarono "molto pieno de suspecto" e che lo esortarono a venire alla "gratia del re che lo tracterà da bon parente et come da figlio". Nello stesso mese il D. prese la dura decisione di sottomettersi a Ferdinando. L'incontro avvenne tra Foggia e Cerignola; il principe presentò al sovrano le chiavi del castello di Venosa e questi lo accettò "per securtà sua e per salute de epso principe". Con il re il D. si portò a Napoli il 18 dicembre.
L'arresto di Francesco Coppola e di Antonello Petrucci non aveva però insegnato niente ai baroni, che continuavano a tramare contro il sovrano. Il D. credeva di poter ancora permettersi di essere scontento del re, di poter ancora contare sul matrimonio con la figlia del sovrano e di poter non ritenersi soddisfatto di quello della figlia Isabella con Federico d'Aragona. Egli si teneva in contatto soprattutto con il principe di Bisignano, con il quale decise di fuggire a Roma, dove avrebbero raggiunto il principe di Salerno. A questo scopo il D. aveva venduto tutto il bestiame e il Sanseverino aveva preparato alcune navi. Il D. chiamò inoltre a Napoli il fratello Angliberto e lo convinse a ritirarsi nelle sue terre in Puglia e lì attendere dai baroni, che si sarebbero riuniti a Roma attorno al principe di Salerno, un segnale, che avrebbe dato di nuovo il via all'insurrezione contro il re. La mancanza di tempestività e di determinazione gli impedirono tuttavia di partire ed egli fu arrestato insieme con numerosi altri baroni il 4 luglio 1487. Gli atti dell'istruzione del processo contro costoro furono pubblicati, ma la sentenza non fu mai emessa. Rinchiuso in Castelnuovo il D., come i suoi compagni di sventura, non ne uscì più.
Secondo un cronista napoletano, essi furono gettati in mare il 25 dic. 1490, ma non si sa quando in effetti fu loro data la morte. Tutte le sue proprietà furono confiscate e i beni feudali, anziché alla figlia primogenita, Isotta Ginevra, finirono nelle mani di Federico d'Aragona, marito di Isabella.
Con ogni probabilità il D. possedette una biblioteca: lo si può dedurre dalla considerazione che sicuramente a lui pervennero i codici, di cui il padre risulta esser stato in possesso, e dal fatto che il celebre copista Giovanni Marco Cinico copiò per lui, nel 1463, un Trattato degli uccelli da rapina, ora conservato nella Bibl. naz. di Torino (N VII 78).

FONTE: Voce di F. Petrucci, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1988, vol. 36.

lunedì 26 gennaio 2015

La Basilicata contemporanea. 9. Rocco Scotellaro

Nato a Tricarico il 19 aprile 1923, dopo gli iniziali studi presso il Convitto Serafico dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e a Cava de’ Tirreni, e la frequenza della prima liceale al Regio Liceo-Ginnasio “Q. Orazio Flacco” di Potenza, la sua formazione culturale e politica si delineò tra il 1940 e il 1941 a Trento, dove conseguì la maturità classica al “G. Prati” sotto la guida di Bruno Betta e di Giovanni Gozzer (antifascista di formazione cattolica), e dove ebbe i primi contatti teorici col socialismo. 
Maturò il suo pensiero nei drammatici anni 1943-1944 vissuti in Basilicata, terra di confinati politici come Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria, Camilla Ravera, Emilio Sereni, Franco Venturi, Guido Miglioli e di ebrei internati. Segnalato da Eugenio Colorni, confinato a Melfi, come «un ragazzo su cui si poteva contare» quando in regione si sarebbero ricostruiti i partiti di sinistra, Scotellaro il 4 dicembre 1943 si iscrisse al Partito Socialista Italiano. Il giorno di Natale dello stesso anno fondò a Tricarico la sezione “Giacomo Matteotti” del PSI, che sotto la sua guida si rivelò attivissima nella fase di passaggio dal fascismo alla repubblica. Tenne decisivi contatti con gli ambienti antifascisti lucani e fu designato membro del CLN della provincia di Matera. 
Intenso fu l’impegno politico-sindacale a livello regionale e comunale. Promosse la costituzione di leghe aderenti alla Camera del Lavoro. A Tricarico, attraverso i consigli di borgo, creò un forte consenso soprattutto tra i contadini e i braccianti. In occasione del 10 maggio 1944 pronunciò un accorato discorso nella piazza di Tricarico, inviandone una cronaca all’«Avanti!». Nel richiamare gli ideali della solidarietà internazionale, del lavoro e della riconquistata libertà, egli pose l’accento sulla necessità della «rieducazione morale e politica del popolo». 
Nel giugno dello stesso anno, promosse un’imponente manifestazione per commemorare l’uccisione di Giacomo Matteotti, seguita da un comizio popolare, la cui cronaca fu pubblicata su «Il Lavoratore». L’attivo coinvolgimento nella vita del partito (partecipò al Congresso nazionale del PSIUP svoltosi a Firenze l’11-17 aprile 1946 alla vigilia delle elezioni per la Costituente e dell’indizione del referendum istituzionale) culminò il 20 ottobre 1946, nel corso della prima democratica votazione amministrativa del dopoguerra, nella sua elezione a sindaco di Tricarico per lo schieramento del Fronte Popolare Repubblicano (PSIUP, PRI, Pd’A, PCI). Questa sua prima Amministrazione (24 novembre 1946 – 18 aprile 1948) si contraddistinse per il coinvolgimento del popolo nella risoluzione dei problemi e per la realizzazione di opere concrete a favore della popolazione, come la fondazione di un ospedale a Tricarico, il terzo all’epoca esistente in Basilicata, inaugurato il 7 agosto 1947. 
Pose, inoltre, grande attenzione al lavoro (nel gennaio 1947 l’esecutivo nazionale del PSI lo aveva nominato ispettore regionale per il lavoro giovanile in Basilicata) e, attraverso la costruzione dell’edificio scolastico e l’apertura di scuole per adulti, alla lotta contro l’analfabetismo, tappa fondamentale del processo di elevazione culturale e democratica dei popoli. All’indomani della sconfitta elettorale delle Sinistre in Italia (18 aprile 1948), la sua amministrazione entrò in crisi ed egli si dimise. 
Rieletto nelle successive Comunali per le quali si presentò nella lista dell’Aratro e la dizione di Fronte Democratico Popolare (PSI, PCI e Indipendenti), iniziò la sua seconda Amministrazione (28 novembre 1948 – 8 maggio 1950, data quest’ultima delle sue dimissioni dopo il proscioglimento dalle accuse di concussione, per le quali dall’8 febbraio al 25 marzo 1950 aveva subito il carcere). Fu quello per la Basilicata il periodo della più accesa lotta per il possesso della terra da parte dei contadini e dei braccianti e molti latifondi furono occupati anche a Tricarico. 
Da sindaco deliberò l’adesione alle "Assise per la Rinascita della Lucania", che si svolse a Matera il 3-4 dicembre 1949, la costruzione della strada Tricarico-Matine, l’affidamento all’architetto Ettore Stella di Matera della progettazione della nuova casa comunale. Assistette alla cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione dell’edificio scolastico del paese, alla presenza dell’on. Emilio Colombo, sottosegretario di Stato per l’Agricoltura e Foreste, e del vescovo di Tricarico Raffaello delle Nocche. Dopo le vicende dell’ingiusto carcere, nel 1950 lasciò la politica attiva e, su invito di Manlio Rossi-Doria, che dirigeva l’Osservatorio di Economia Agraria di Portici, si dedicò alle ricerche preliminari per il Piano di Sviluppo Regionale per la Basilicata, commissionato dalla SVIMEZ, curando la parte relativa ai problemi della scuola. Nel contempo partecipò alle indagini sulla civiltà contadina in Basilicata, condotte da George Peck, Friederick G. Friedmann, Ernesto De Martino e lavorò su un’ampia ricerca sulla cultura dei contadini meridionali, affidatagli da Vito Laterza. Morì improvvisamente a Portici il 15 dicembre 1953.

giovedì 22 gennaio 2015

Uno studio del "Mondo Nuovo" di Tommaso Stigliani

La tesi  di dottorato di Carla Aloè, presentata a Birmingham nel 2011, prende in esame la percezione letteraria e culturale del Mondo Nuovo di Tommaso Stigliani, un italiano poema epico del XVII secolo sulla scoperta dell'America. 
Nella sua rappresentazione, Stigliani unisce una descrizione dettagliata dell'America con personaggi e situazioni che sono più vicini alle realtà della vita in Europa nel 1600, creando un ponte tra i due continenti. America. Il poema è un'allegoria del vecchio mondo e il poeta lo usa per costruire una critica della società del tempo. Ad esempio, la descrizione del tritone che vive nel Rio de la Plata è un modo per prendere in giro il suo concorrente Giambattista Marino; l'esecuzione da parte delle amazzoni della poesia è una critica del comportamento del suo protettore Ranuccio Farnese; i pazzi dell'isola di Brandana rispecchiano il comportamento di tutti i principi e cortigiani che occupano ogni Corte europea del Rinascimento. E poiché si tratta di un poema, il poeta sagace può sempre difendere se stesso dicendo che il Mondo Nuovo è, in parte, un lavoro di finzione. 
Secondo Stigliani, il nuovo mondo con tutti i suoi difetti, come il cannibalismo e la libertà di costumi sessuali è, nonostante tutto, meglio della corruzione e difetti che si trova nell'Europa contemporanea.

giovedì 8 gennaio 2015

Risorgimento lucano. 16. I martiri del 1799 a Picerno tra storia e storiografia

La presa di coscienza rappresentata dalla rivoluzione napoletana impressionò profondamente i contemporanei ed i posteri, posti di fronte all'apparente paradosso di un popolo che, da secoli assuefatto alle popolazioni straniere e pronto a ribellarsi solo per la “gola”, si dava finalmente la forza per cacciare il sovrano, darsi proprie leggi e governarsi fidando nell'aiuto straniero solo come temporanea forza di appoggio militare.
In tal senso, accanto agli esempi parenetici, tratti dall'antico, che incitavano ad emulare le glorie civiche del lontano passato greco-romano, gli eventi del 1799 assunsero, nella retorica risorgimentale italiana e, in quest'alveo, meridionale, un carattere emulativo volto al recupero della coscienza civica e dell'identità locale di contro allo straniero. Sollevazioni, resistenze, sacrifici vennero letti come stigma del martirio delle popolazioni che finalmente si riunivano compatte contro l'invasione, fosse straniera o, peggio, dello stesso tiranno borbonico. In tal senso, la costruzione di questo “mito insurrezionale” sarebbe stata portata avanti con forza lungo tutti gli snodi del Risorgimento, dalla rivoluzione costituzionale del 1820-21 alla “primavera dei popoli” del 1848 all'insurrezione dell'agosto 1860 ed oltre, nella costruzione dello Stato unitario. In questo ambito va collocato l'episodio picernese.
Il primo a citare gli eventi di Picerno, informato probabilmente dai lucani fratelli Addone e dal picernese Tommaso Cappiello, conosciuti a Milano, fu Vincenzo Cuoco nel celebre Saggio Storico sulla Rivoluzione di Napoli. Introducendo la narrazione come esempio del fatto che “la nazione napolitana bramava veder riordinate le finanze (…). Questo era il voto di tutti: quest'uso fecero della loro libertà quelle popolazioni, che da per loro stesse si democratizzarono”.
In quest'ambito, il Cuoco riportava il caso emblematico di Picerno:


Dal Cuoco, sostanzialmente, dipendeva il generale Pietro Colletta nella sua Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, pubblicata postuma nel 1834. Essa, come noto, costituì un punto di riferimento per il  moderatismo italiano, accanto, appunto, al Cuoco: fiducioso nel moto progressivo della civiltà e nel valore della libertà, il Colletta riteneva che questa libertà fosse da conseguire non con moti rivoluzionari, ma attraverso un processo graduale.
Uno degli esempi che egli adduceva, tra l'altro, per questo assunto, era proprio quello basilicatese, nel quale, egli scriveva, si “combatteva ciecamente”, prendendo a pretesto l'istituzione delle Municipalità come “pretesto a sfogare odii più antichi”. E, nonostante tutto ciò, affermava il Colletta, il caso di Picerno rappresentava un notevole esempio di unità per la costruzione della patria:

La piccola città di Picerno, che aveva festeggiato con sincera allegrezza il mutato politico reggimento, assalita de’ Borboniani, sbarrò le porte; e aiutandosi del luogo allontanò più volte gli assalitori.
Sino a che, declinando le sorti universali della repubblica, torme più numerose andarono all’assedio; e fu agli abitanti necessità combattere dalle mura, finita dopo certo tempo la munizione di piombo e consultando del rimedio in popolare parlamento, fu stabilito che si fondessero le canne di organo delle chiese, poscia i piombi delle finestre, in ultimo gli utensili domestici e gl’istrumenti di farmacia, con i quali compensi abbondò il piombo come abbondava la polvere.
I sacerdoti eccitavano alla guerra con devote preghiere nelle chiese e nelle piazze; i troppo vecchi, i troppo giovani pugnavano quanto valeva debilità del proprio stato; le donne prendevano cura pietosa de’ feriti; e parecchie, vestite come uomini, combattevano a fianco de’ mariti o de’ fratelli; ingannando il nemico meno dalle mutate vesti che per valore. Tanta virtù ebbe mercede, avvegnachè la città non cadde prima che non cadessero la provincia e lo Stato.
  
Il breve passaggio, carico di retorica, del Colletta, esemplato sulle narrazioni storiografiche latine, fu recepito dalla retorica risorgimentale come exemplum dell'unità civica a fronte della tirannide. Se anche il Colletta aveva riportato l'esempio nell'ambito di una narrazione volta a rimarcare le grandi divisioni che avevano impedito la sopravvivenza della Repubblica napoletana in provincia, l'assedio di Picerno venne recepito e trasmesso volontariamente come esempio di quanto i cittadini potessero fare, anche allo stremo delle forze, per resistere all'invasore. E ciò fu alla base di numerose narrazioni esemplaristiche, in Italia ed all'estero, come comprovato dal fatto che gli eventi di questa petite ville fossero narrati brevemente negli Études sur la révolution française di Alfred Auguste Ernouf, pubblicati nel 1854 e nella breve Histoire du Royaume des Deux Siciles di De Tregain, dello stesso anno. In quest'ultima opera, si parlava di “eroica resistenza”, fornendo per l'assedio di Picerno un richiamo analogico all'antico e presentando, con queste poche parole, Picerno come esempio luminoso in un contesto di guerra civile, di “guerre di cannibali”, recuperando il contesto, dunque, nel quale l'esempio picernese era stato citato dal Colletta. 
Una lettura “civica”, dunque, che avrebbe pesato decisivamente nella trasmissione dell'immagine di Picerno alle generazioni dell'Italia unita, come evidente dal fatto che la breve narrazione del Colletta veniva ripresa nelle Storie segrete delle famiglie reali di Giovanni La Cecilia, pubblicate nel 1861 e nel dizionario militare di Pio Bosi, pubblicato nel 1869. In queste opere, Picerno assurgeva ad esempio, come già in Colletta, di estremo baluardo difensivo della libertà repubblicana.
Poco aggiunge, nell'ambito della costruzione del “mito” civico, il rilevante contributo di Giustino Fortunato che, nel dichiarato obiettivo di restituire alla memoria storica, più che a quella politica, i nomi dei caduti di Picerno, ne trascrisse, come noto, l'elenco ripreso dall'archivio parrocchiale cittadino. Fu il suo amico Benedetto Croce, nell'ambito delle celebrazioni per il primo centenario del 1799, raccogliendo documenti ed immagini, ad inserire, tra le altre, vedute di Tito, Picerno e Muro, riportando, per Picerno:

Lo Sciarpa, il 7 maggio, cingeva di assedio Picerno: invano l'assaliva, dal fiume e dal monte, una prima e una seconda volta: ferocemente, il 10 maggio, v'irrompeva, passando sui corpi dei fratelli Michelangelo e Girolamo Vaccaro. 
Della resistenza è parola nella Storia del Colletta; del massacro delle donne rifugiate nella chiesa parrocchiale di San Nicola è cenno nel Fortunato, I Napoletani del 1799, Firenze, Barbera, 1884. Particolare inedito: lo Sciarpa nominò sindaco un prete paralitico, che bisognò portare in sedia nel mezzo della piazza, e da lui volle il giuramento sul Vangelo di fedeltà al governo borbonico.

Non è un caso che il Croce riportasse notizie di Picerno, definita dallo stesso Sciarpa come baluardo che “si teneva per il forte a difendere la nata, e morta Repubblica” e caduta lo stesso giorno in cui, a est, cadeva l'altro baluardo repubblicano di Altamura.
E infine, Giacomo Racioppi, che, nel 1902, nella seconda edizione della sua Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, parlando degli eventi del 1799, ampio spazio dedicava a Picerno, sulla scorta del Fortunato e del Cuoco. Vale la pena rileggere i brani relativi ai fatti di Picerno: 


Racioppi riprendeva, dunque, con stile piuttosto enfatico, l'episodio del triplice assedio di Picerno, come si nota dalla metafora, presa di peso dalla pubblicistica rivoluzionaria del 1799, degli Aiaci della rivoluzione, che rimanda ad un esempio di tipo epico, quasi a consacrare l'assedio picernese  ad “Iliade casalinga”.
E tra l'altro, in questo velato richiamo all'epica omerica, Racioppi non fece cenno alle donne, presenti nel Cuoco e nel Colletta. Troppo facile gioco lo storico moliternese avrebbe avuto nel ripresentare un episodio tramandato dalla retorica controrivoluzionaria come esempio del rovesciamento di ruoli e di ordini verificatosi durante il pentamestre repubblicano. Egli, invece, secondo le direttrici di pensiero che informano la sua intera Storia dei popoli, preferì insistere sui “prodigi di valore”, presentando, come Croce e come Fortunato, l'episodio di Picerno come paradigma di una coesione civica tra i non più sudditi, ma cittadini autonomi, che, come gli Spartani ricordati più volte dalla pubblicistica del 1799, preferirono morire piuttosto che abbandonare la patria allo straniero.

giovedì 1 gennaio 2015

La Basilicata medievale. 5. I prodromi di una congiura

Il significato della Congiura dei Baroni, sviluppatasi tra il 1485 ed il 1486, consiste fondamentalmente, come opportunamente fu sottolineato da Ernesto Pontieri, nella resistenza opposta dai Baroni all'opera di modernizzazione dello Stato perseguita dagli Aragonesi a Napoli. Re Ferrante aveva mirato a dissolvere il particolarismo feudale e fare del potere regio la sola leva della vita del paese. In questo quadro, lo scontro con i Baroni era sorto inevitabilmente attorno al grosso problema di una «riforma organica dello Stato», i cui cardini erano la riduzione del potere baronale, lo sviluppo della vita economica e la promozione a classe dirigente dei nuovi imprenditori e mercanti napoletani. Strumento di questa politica, fu la riforma fiscale, che affidava nuovi compiti alle amministrazioni comunali (le Università), incoraggiandole a sottrarsi, per quanto possibile, al peso feudale. Ed in verità è stato calcolato che allora nel Regno di Napoli, su 1550 centri abitati, solo poco più di cento erano assegnati al regio demanio, cioè alle dirette dipendenze del Re e della Corte, mentre tutti gli altri erano controllati dai Baroni. Il che significava che il potere feudale nel suo complesso era titolare delle risorse e delle finanze del Regno e che la Corte Aragonese nei fatti era resa subalterna all'organizzazione baronale. Era quindi naturale che il Re favorisse in ogni modo l'estensione numerica delle città demaniali, sottraendole al peso feudale ed incorporandole alla propria diretta amministrazione. Ma l'impresa non era di poco conto. I Baroni erano organizzati in grandi dinastie abbastanza ramificate, ognuna delle quali controllava da sola più terre del Re. I Del Balzo Orsini, ad esempio, si vantavano di poter viaggiare da Taranto a Napoli senza mai uscire dai loro possedimenti; i Sanseverino, ora osteggiati ed ora protetti, erano titolari di feudi che dalla Calabria, attraverso quasi tutta la Basilicata, raggiungevano Salerno e lambivano Napoli; i Caracciolo, i Guevara, gli Acquaviva completavano questa ristretta elite al potere, che di fatto accerchiava la capitale soffocando il Regno.
Questa ristretta classe dirigente si avvaleva dell'alleanza e del favore della Chiesa. Dai tempi angioini, il Papa aveva costretto il Regno a considerarsi territorio a lui infeudato, e nessuno poteva aspirare al trono di Napoli senza l'assenso esplicito e l'investitura formale del Pontefice. Oltre a ciò, il Papa vantava antiche pretese ed antichi privilegi su parecchie terre e città meridionali, come L'Aquila, Tagliacozzo e, più recentemente, Altamura; ed inoltre governava direttamente, attraverso vescovi ed abati, tutta la Chiesa del Regno, fornita di propria ed autonoma giurisdizione, di propri tribunali distinti da quelli regi e da quelli feudali, e di proprie finanze rivenienti dalla fittissima rete di proprietà ecclesiastiche. Baroni e Chiesa si coalizzarono contro il Re, ostacolando in ogni modo lo sviluppo della società meridionale verso forme più moderne di organizzazione politica e di dinamismo economico ed imprenditoriale.
Un primo duro scontro tra i Baroni ed il Re Ferrante si era già verificato nella lunga guerra combattuta all'interno del Regno dal 1459 al 1462. Il Re aveva allora ottenuto l'aiuto di molti capitani italiani, ai quali si era aggiunto un contingente di 1000 fanti e 700 cavalieri approdati dall'Oltremare adriatico e guidati da Giorgio Castriota Scanderbeg, l'eroe nazionale albanese in cerca di nuove patrie per il suo popolo disperso dai Turchi.
Il grande sconfitto di quella guerra fu Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, ultimo principe di Taranto, morto ad Altamura nel 1463, forse fatto soffocare dallo stesso Re tramite l'Arciprete di quella Chiesa. Sta di fatto che i Del Balzo Orsini persero allora il vastissimo territorio del principato di Taranto, che fu incamerato dalla Corte, mentre la Chiesa, poco dopo, rivendicava con maggior forza la sua potestà diretta su Altamura, fornendo così ai Del Balzo Orsini, feudatari della città, una amministrazione ecclesiastica più svincolata dall'ossequio al Re e più ligia e fedele al Barone. Ed Altamura, come sappiamo, col suo Principe Pirro Del Balzo Orsini ebbe non piccola parte nella Congiura del 1485-86.
La guerra contro i Baroni del 1459-62 si era insomma conclusa aspramente, ma con una chiara vittoria del Re. Egli aveva potuto allora riprendere con maggior sicurezza la sua politica, innovando nella legislazione fiscale e feudale, mortificando cioè le prerogative baronali, estendendo il potere della Corte e dello Stato, riorganizzando la vita economica e commerciale del Regno. Le città demaniali crebbero, anche se in misura pur sempre inadeguata, ed i Baroni subirono per qualche lustro la iniziativa regia.
Del resto, premeva ai margini stessi del mondo feudale napoletano un nuovo ceto, una nuova classe dirigente, che si differenziava dal vecchio ceppo baronale. Le origini del baronaggio napoletano sono essenzialmente militari: gli Angioini avevano concesso a molti avventurieri i feudi meridionali, in ricompensa dell'opera loro prestata per impadronirsi del Regno e per mantenerlo contro questo o quel pretendente. I Sanseverino erano nati così, organizzando in Basilicata ed in Calabria bande armate filo-angioine contro la Casa Sveva; i Del Balzo anche nel nome tradivano la loro origine francese; i Caracciolo erano stati potenti capitani alla Corte della Regina Giovanna. L'origine guerresca di tutti costoro aveva ossificato un predominio che poco aveva a che fare con il dinamismo imprenditoriale o con le capacità organizzative necessarie a mantenere o estendere le proprie ricchezze. Erano stati al massimo grandi commercianti di grano, come il già ricordato Principe di Taranto Giovanni Antonio Del Balzo Orsini. Ma intorno alla metà del XV secolo, cioè proprio al tempo degli Aragonesi, erano emerse nuove figure di imprenditori meridionali: si trattava di ricchi mercanti, di armatori, di concessionari delle miniere, impegnati nelle industrie estrattive del sottosuolo e del mare. Costoro diedero vita, anche grazie alla politica aragonese, ad un'organizzazione mercantile e produttiva assai vasta: i porti adriatici, soprattutto pugliesi, si aprivano come non mai ai traffici con Venezia e con l'Oriente; la costa tirrenica si popolava di navi mercantili private; furono posti a frutto i giacimenti di piombo ed argento a Longobucco e quelli di allume ad Ischia; si raccolse e si lavorò finemente il corallo del Golfo di Napoli. Il Re stesso, come abbiamo detto, incoraggiava queste attività, entrava in società diretta con i privati, aprendo loro nuove piazze e promuovendo, con misure protezionistiche forse troppo parziali, lo sviluppo del commercio nel Regno, che assunse perciò caratteri spiccatamente oligarchici. E spesso, come si sa, il Re stesso attingeva ai capitali privati per le necessità dello Stato e della Corte.
Fu allora che iniziò il noto flusso migratorio di popolazioni greco-albanesi nell'Italia meridionale, che si insediarono in moltissimi centri delle nostre regioni, ripopolandoli o fondandoli ex-novo. Era perciò inevitabile che questo nuovo ceto imprenditoriale facesse prima o poi sentire tutto il suo peso sul complesso della società meridionale, minacciando molto da vicino le vecchie prerogative baronali e soprattutto entrando in concorrenza con le vecchie famiglie. Questo ceto chiedeva a gran voce per se l'accesso ai fasti ed al prestigio del feudo. Nacque così una nuova forma di baronaggio, nota agli storici come borghesia loricata: si trattava appuntoo dei nuovi borghesi, che lentamente si integravano nel vecchio ceto baronale di origini prevalentemente militari. In Basilicata, il più noto esponente di questi borghesi-conti fu Carlo Tramontano conte di Matera; ma ancor più di lui Napoli annoverò tra i rappresentanti più cospicui di questa nuova nobiltà imprenditoriale uomini come Antonello Petrucci e Francesco Coppola. Il primo giunse ad essere Segretario del Re Ferrante, ed i suoi figli meritarono il titolo di conte, rispettivamente di Carinola e di Policastro; il secondo, creato conte di Sarno e socio d'affari col medesimo Re, possedeva una flotta personale ed una truppa armata; sfruttava le miniere di allume di Ischia, e quelle di piombo ed argento di Longobucco; commerciava in stoffe ed in derrate alimentari; era titolare di un saponificio a Napoli, e non si esclude che fosse persino proprietario di un'isola corallifera sulle coste della Tunisia.
Sia i Petrucci che il Coppola furono tra gli uomini chiave della Congiura, ed anzi i primi ad essere scoperti e giustiziati: come ciò sia potuto accadere, non è ancora del tutto chiaro. Alla vigilia della Congiura, i Baroni di più antica origine avevano molte ragioni per essere preoccupati del proprio destino: il Re li aveva piegati; nuovi ceti in ascesa premevano alle loro spalle; le Università si davano Statuti propri o si affrancavano dai vecchi pesi feudali. Per porre in qualche modo rimedio a tutto ciò, era necessario consultarsi, e la prima occasione fu fornita, nel 1485, dal matrimonio celebrato a Melfi tra Tristano Caracciolo, figlio del Duca di quella città Giovanni, e la figliola del Conte di Capaccio, della famiglia dei Sanseverino. Il più allarmato apparve allora Pietro Guevara, che, Principe di Teramo e Marchese del Vasto, aveva ulteriormente esteso la sua potenza dopo il matrimonio con la figlia di Pirro Del Balzo Orsini, Principe di Altamura e di Venosa. Il Guevara aveva manifestato ai suoi interlocutori le proprie preoccupazioni: il Re Ferrante perseguiva una politica antibaronale assai insidiosa e sarebbe stato sciocco subire passivamente l'iniziativa del Re. A nessuno di loro sfuggiva che il ruolo dei Baroni era messo in discussione, che il loro potere era diminuito, e che ridotte ormai apparivano anche le loro prerogative ed i loro privilegi. Il Guevara, racconta il Porzio, considerava addirittura una sciocchezza fuori misura non tentare nemmeno di opporsi alla prospettiva della ventilata successione al trono di Alfonso, il figlio di Re Ferrante, che per parte sua non perdeva occasione per ostentare apertamente ed arrogantemente la propria ostilità ai Baroni. Forse essi stessi non avevano dimenticato che si trattava di quello stesso Alfonso che, appena quattordicenne, era stato significativamente inviato dal padre insieme alle truppe regie contro di loro in Calabria nella guerra del 1459-62, per sottolineare allora che la lotta ai Baroni non era da annoverarsi tra gli obiettivi episodici e passeggeri nella politica dell'intera dinastia aragonese; ed Alfonso era cresciuto fedele a quella indicazione paterna, tanto da girare spavaldamente a cavallo, con un'ascia e con una scopa ben in vista, arnesi entrambi utili, a suo stesso dire, per liberare il Regno dai Baroni!
Occorreva dunque perciò almeno scongiurare che Alfonso divenisse un giorno Re di Napoli. E, per ottenere ciò, bisognava convincere il Papa, l'alleato di sempre, a negare ad Alfonso l'investitura di erede al trono ed a ricercare un altro pretendente da contrapporre agli Aragonesi, per assicurare al Regno una successione più favorevole e più gradita al Papa non meno che ai Baroni.

FONTE: http://www.miglionico.gov.it/congiurabaroni.html