giovedì 30 aprile 2015

Risorgimento lucano. 20. Il punto sul 1848-1860

L’ampio periodo tra gli snodi del 1820-21 e del 1848-49, pur se, come detto più volte in questo blog, ampiamente riconducibile ad un significativo cambio generazionale, non mise in discussione l’evoluzione, in senso costituzionale, dello Stato napoleonico, fermo restando, da parte dei gruppi radicali, «un forte accento sul democratismo della carta di Cadice», mentre, da parte dei moderati, attestati sul costituzionalismo, il «valore di garanzia», con l’obiettivo di contemperare le richieste dei nuovi gruppi sociali meridionali con quelli che erano gli interessi della monarchia. Sicché lo stesso progetto federativo sarebbe stato, di fatto, praticato in una logica fondata più sull’apparenza che sulla sostanza. In tal modo si diluivano nel più grande ed unificante tema della nazionalità i motivi di tensione tra i patrioti e ciò spiegherebbe anche la rapidità con la quale, come detto, sia in Sicilia che sul continente, proprio nel corso della «primavera dei popoli», si assunsero distanze dal radicalismo, per non rischiare, proprio in nome della causa nazionale ed in presenza di mobilitazioni di massa, l’estremizzazione del processo politico-istituzionale.
La stessa insurrezione lucana dell’agosto 1860, in questo contesto, va  riconsiderata come significativa risultante di un’accurata pianificazione d’ambito nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proprio secondo gli indirizzi del Cavour, come «atto spontaneo» delle popolazioni meridionali, dunque non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. La “rivoluzione lucana” dell’agosto 1860, inoltre, fu non casualmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, nell’obiettivo, dopo un’accurata e capillare organizzazione militare in larga parte del territorio provinciale, di convergere nella città capoluogo Potenza, quale baricentro politico-istituzionale-amministrativo. 
Come da pianificazione, già il 19 agosto si riuscì a istituire a Potenza il Governo Prodittatoriale, che fu presieduto da Giacinto Albini e Nicola Mignogna, mentre a Camillo Boldoni fu affidato il comando dell’esercito insurrezionale. Al che seguì l’istituzione di una Giunta centrale di amministrazione (articolata in sette uffici) e la nomina di Commissari Civili Distrettuali, con l’obiettivo dell’organizzazione di Giunte insurrezionali locali, attraverso largo utilizzo di significative presenze di patrioti già attivamente impegnati nel corso del 1848-49. Di lì a pochi giorni, il 6 settembre del 1860, Giuseppe Garibaldi avrebbe nominato Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata. 
Eppure, a livello più generale, travolti dall’iniziativa politica di parte siciliana, incapaci di organizzare un moto di popolo a sostegno di Garibaldi, i liberali meridionali avrebbero visto franare il loro tradizionale predominio a livello locale; e proprio l’incapacità di mantenere sotto controllo tale situazione che riprese vigore i conflitti all’interno della provincia meridionale spinse a reclamare l’immediata uniformazione del Mezzogiorno al quadro politico-amministrativo del Piemonte. Sicché il Regno d’Italia nasceva dall’incontro di classi dirigenti dalle tradizioni politiche distinte: infatti, alla soluzione di una monarchia liberale prospettava da Cavour sul modello europeo della Francia e dell’Inghilterra erano chiamate a dare il loro decisivo contributo le élites meridionali, il cui costituzionalismo era invece di altra origine culturale e rifletteva un differente modo di concepire tanto le forme sociali che l’organizzazione dell’articolazione politica. Da qui una contraddizione che avrebbe pesato in modo determinante sugli sviluppi dell’Italia unita, perché la ricerca di un punto d’incontro ideologico tra gruppi dalla cultura politica differente avrebbe presto portato ad accentuare la riflessione sul primato dello Stato, col risultato di impedire la liberazione del dibattito politico dalle secche in cui lo aveva trascinato il fallimento del 1848.

giovedì 23 aprile 2015

Paesi lucani. 34. Pisticci napoleonica (Ambrogio Quinto)

L’analisi di taluni aspetti e problemi relativi agli assetti di governo ed alle trasformazioni del tessuto socio-economico e urbano della Terra di Pisticci in Età napoleonica consente di cogliere in uno sguardo d’insieme le principali innovazioni apportate dall’età napoleonica nelle realtà più periferiche del Mezzogiorno d’Italia, oltre che di approfondire, appunto, più dettagliatamente le dinamiche alla base delle notevoli trasformazioni vissute in quegli anni dall’assetto socio-politico locale.
Cardine delle innovazioni apportate nel Regno di Napoli dai due Napoleonidi fu l’eversione della feudalità, alla quale seguirono la riorganizzazione del territorio in Province, Distretti e Comuni, la riduzione quasi completa della tassazione alla sola imposta fondiaria e l’istituzione di un sistema di governo di tipo piramidale che, da un lato, consentì un rigido controllo del territorio e dall’altro permise, attraverso l’inserimento nelle nuove istituzioni d’impronta francese di politici provenienti da zone periferiche, un significativo protagonismo di un nuovo personale politico-amministrativo locale.
Per la Basilicata l’Età napoleonica rappresentò la prima concreta esperienza di organizzazione di una classe dirigente, anche locale, in grado di favorire i processi di modernizzazione delle strutture istituzionali in termini di diritto, abolizione dei privilegi, riorganizzazione dello Stato e razionalizzazione del prelievo fiscale; anche l’eversione dell’asse ecclesiastico e l’abolizione della feudalità, dei fidecommessi, delle decime e di ogni altro vincolo dovevano contribuire  alla nascita di una società nuova.    
   In considerazione delle riforme economiche, giuridiche, politiche e sociali, la vera portata riformista del periodo napoleonico va valutata nel corso della lunga fase di governo: la riorganizzazione dello Stato e dell’economia passavano anche per la Basilicata, che, più delle altre province del Regno, necessitava di ampie riforme e di nuove amministrazioni. 
Il nuovo assetto territoriale del regno si attuò con l’istituzione di 14 province, amministrate da altrettante intendenze preposte al controllo della vita locale, commercio, finanze, leva militare e della sicurezza pubblica. In ogni capoluogo di provincia si insediarono consigli provinciali, nominati in ambito territoriale e in base a nuovi criteri di elettorali, mentre i comuni erano retti da un sindaco, da un Decurionato e da una giunta. Anche nel campo giudiziario le riforme furono improntate sul modello francese. Nei principali centri furono istituiti tribunali civili e penali e corti di appello, mentre nei piccoli centri furono insediati giudici monocratici che amministrarono la giustizia soltanto per i reati minori. La codificazione napoleonica, estesa in Italia, contribuì allo sviluppo della società in senso moderno. Furono dunque introdotti il registro di Stato Civile e il codice civile, il codice penale, i codici di procedura civile e penale e il codice di commercio. 
Anche la Chiesa pisticcese fu colpita dai provvedimenti di eversione delle proprietà ecclesiastiche, che crearono le premesse per la nascita della grande borghesia fondiaria, con il trasferimento di ingenti quantità di terre a pochi beneficiari. Le famiglie contadine, invece, che versavano in condizioni di indigenza e di precarietà, si trovarono nella condizione di svendere spesso le terre ricevute ai ricchi proprietari che così incrementavano il loro patrimonio. Le già precarie condizioni di vita e di lavoro dei piccoli proprietari, dei mezzadri e coloni peggiorarono ulteriormente con la concentrazione della piccola proprietà nelle mani della borghesia fondiaria.
   Nel settore dell’ambiente furono conseguiti significativi risultati con il recupero di quei territori interessati da equilibri ambientali sconvolti. Vi furono preposti i tecnici e gli ingegneri «dell’Amministrazione di ponti e strade e delle acque foreste e cacce», un organismo già istituito dai Borbone e ereditato dai francesi.
Anche per Pisticci l’Età napoleonica rappresentò, anche se in chiaroscuro, un importante spartiacque politico-istituzionale-amministrativo. La costituzione di un comitato antifrancese, sostenuto anche da briganti e religiosi, ma anche da parte della popolazione, attesta che le nuove linee politiche e amministrative volute dai francesi non trovarono sempre il consenso unanime della comunità. La scelta degli amministratori e di persone capaci e  idonee ad alcuni compiti e responsabilità creò non poche difficoltà. La viabilità carente e inadeguata per una popolazione concentrata in prevalenza su un’altura, lontano dai grandi centri e con una pianura malarica, era uno dei problemi più sentiti, che il nuovo decurionato risolse solo in minima parte. Gli interventi a favore dell’industria delle manifatture domestiche furono invece più proficui anche con l’adozione del progetto di “plurattività”, che consisteva nell’affiancare alle attività agricole lavori di filatura e tessitura a mano, lavori casalinghi realizzati su lino, seta, canapa, lana, cotone.
  In questo campo la politica dei Napoleonidi tracciò precise linee di intervento per sostenere e incoraggiare  le sorti delle manifatture locali, con l’istituzione nel 1808 del Reale Istituto d’incoraggiamento e la Giunta delle arti manifatture ed industrie del Regno e l’adozione di  una politica di protezione doganale. 
  Nonostante la sua abolizione ufficiale, i Cardenas per un certo periodo continuarono ad esercitare a Pisticci un ruolo dominante nella società attraverso forme di forza sociale in grado di condizionare i rapporti produttivi e di conservare, soprattutto nelle campagne, quei modelli tipici del mondo feudale; anche i ceti borghesi emergenti in molti casi ereditarono culture e comportamenti feudali mentre, tra gli esponenti della nuova borghesia agraria, non si creò mai una vera e propria coesione.
Nel settore religioso, poi, l’applicazione delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico incontrò molte resistenze nella popolazione, quando fu abolita la dignità della secolare abbazia di S. Maria La Sanità del Casale con beni e proprietà trasferiti altrove. La soppressione di monastero e ordini religiosi  ridussero notevolmente il potere degli enti ecclesiastici locali. 
  La comunità trasse molti benefici quando, nell’ambito della riforma della Magistratura, venne istituito l’importante Ufficio del Giudice di Pace, che risolveva finalmente molti problemi in un territorio dove la domanda di Giustizia era sempre più pressante.
Un periodo, dunque, notevolissimo anche per Pisticci e che, ovviamente, necessità di scavi ulteriori volti a ricostruire e rileggere le dinamiche socio-economiche e politico-istituzionali che proiettarono la cittadina, come molte altre della fascia ionica, nel lungo e complesso Ottocento.

giovedì 16 aprile 2015

La Basilicata moderna. 20. L'Accademia dei Piacevoli a Venosa nel Seicento

//157r// Dell’ Accademie della citta di Venosa
La nobiltà medesima(en)te di detta città se può conietturare dall’accademie erette in essa.
E quantunque questo nome d’accademia traha origine da una villa presso Athene, nominata cosi, dove Platone insegnava la sua filosofia, e perche questa scola fu la più celebre dell’antique, quindi e che le radunanze di molte persone di buon lettere han preso questo nome d’accademia, a somiglianza di quella. Non per questo non douemo confessare che l’accademie non sieno state erette, et hoggidi si erigano nelle più nobili e famose città che fussero al mondo, come Napoli, Roma, Siena et altre. E se nei tempi antiqui, per difetto di scrittori, non si legge che nella città di Venosa fussero erette alcune accademie, mentre
erano in essa tanti eccelsi et eleuati spiriti, pure a tempo nostro nell’anno 1592 l’Ill.mo Scipione de Monti, retrouandosi con sua moglie e famiglia in detta città, capitanio della nova militia a cauallo, homo in tutte le littere, latine, vulgari, greche e spagnole perfettissimo, uedendo alcuni elevati spiriti giornalmente poetizzare, anzi istigato un giorno dal dottor Ascanio Cenna mentre l’invio l’infrascritto epigramma:
Ad Ill.mum D.
Scipionem de Montibus
Ascanius Cenna Venusinus
Mons pie, musarum requies, mons floride, cujus
mirtum et laurum grande cacumen habet:
Unde emanant fonts, quorum dulcedine vates
Sacra canunt, priscis abdita temporibus.
Sic te divorum pietas divertat ab omni
Fulgure, et optatos praestet ab inde dies!
Fac ego montano praecingar tempora mirto,
Delibemque sacras fontis angelus aquas,
Ut ualeam postac tecum traducere vitam,
Chaonidumque sacras tollere ad astra deas.// 157v//
Nam sine te, quemque dehiscare musa poetam
Abnegat. In te uno spem tenet omnibus amans.
Ergo age, neu praecibus desis, neu iusta petenti
Obsistas: ius est hic honor atque labor.
Fu di parere erigere un giorno in detta citta di Venosa un’accademia delli piu eleuati spiriti che se ritrouauano in essa instrutti nella poesia.Et hauendo comunicato questo suo desiderio con il signor Gio. Antonio Rossano che all’hora era accasato in detta citta e con molti altri diede principio a detta accademia e la intitulo l’Accademia delli Piacevoli Venusini e con esso aggrego l’infrascritti:
L’Ill.mo D. Scipione de Monti- Prencipe dell’Accademia
L’Ill.mo D. Camillo de Monti, detto l’accademico Cortese
Il signor Gio. Antonio Rossano, detto l’accademico Risvegliato
Il signor Marco Aurelio Giustiniano, detto l’accademico Amoroso
Il dottore di legge Ascanio Cenna, detto l’accademico Grave
Il dottore di legge Gio. Battista Maranta, detto l’accademico Pensoso
Il dottore di legge Gio. Cesare de Marinariis, detto l’accademico Infiammato
D. Loyggi Maranta, Theologo, detto l’accademico Consante
Il dottor medico Vincenzo Bruno, detto l’accademico Tirinculo
D. Achille Cappellano, Primicerio, detto l’accademico Sottile
Il signor Horatio Caputi, detto l’accademico Bidello
Il signor Manilio Cappellano, detto l’accademico Incognito.
Il signor Giustiniano d’Altruda, prof. in legge, detto l’accademico[…]
Leone Barone, detto l’accademico Indegno
Horatio de Gervasijs, detto l’accademico Povero
Pompilio Russo, detto l’accademico Esercitato
Gaspare Ciliberto, detto l’accademico Faceto.
//158r//
Questi signori accademici per molti mesi e giorni se intertennero con questo honorato esercitio, e faceuano ogni di congregatione nel studio del suddetto signor Primicerio D. Achille Cappellano: nientedimeno un giorno nel principio di detta loro Accademia se ritoua sotto uno scacchiero sopra una Boffetta l’infrascritto sonetto
Spirti gentil, che le labbra auete
Umide, sempre nel diuin liquore
Per cui uita retien uom, siben muore,
E non li fa temer orma di Lete,
Vorria smorzar tra uoi l’ardente sete
Ch’accende in se desio di farui onore,
E sacrarui quest’alma e questo cuore,
Per palesare al mondo quel che sete.
Ma in me raggion via piu ch’el desir puote,
Che, pria che lingua per lodarui sciolga,
La man refrena et il mio dir percuote.
Si ch’a forza conuien ch’a dietro uolga
Accio l’indegnita delle mie note
L’onor ch’a voi si deve, non ui tolga.
Questo sonetto cossi nascostamente ritrouato fu letto in presenza di tutti li signori dell’accademia e causo in essi marauiglia assai per non potersi saper l’autor chi fosse. Doue che leggendosi e perleggendosi piu uolte quello, non se potè scoprire mai che fosse stato tanto desso a ponere detto sonetto senza loro saputa. Anzi giuiuano del desiderio di quello, mentre nel suo poema se dimostraua desideroso di uoler tra essi loro aggregarsi in detta accademia. Doue che, poco di poi, auendolo posto nell’istesso loco l’infrascritto poema dedicato all’accademico nominato il Bidello
//158v//
Cossi ui cinga l’oronata fronte
L’arbor d’Apollo e „l petto col sen u’ infonde
L’acque che d’Ippocrene orna le sponde
E fa fiorire di Parnasso il monte.
Cossi le rime nostre, ornate e pronte,
Vadin mai sempre a i bei sospir seconde,
E doue Febo scopre, e doue asconde
Il raggio suo, sian manifeste e conte.
Come io uorrei, Bidello, a gl’amorosi
Comenti uostri, almeno in proue, al segno
Che di stupor fanno tanti animi il ciglio.
Prega per me tu, di Latona il figlio,
Che infonda al petto mio, quantunque indegno,
L’alti secreti tuoi a me nascosi.
Fu scouerto dalla spia e chiamato in presentia di tutti i signori accademici, il signor Manilio Cappellano. Non puote tanto scusarsi ch’alla fine non confessarsi il tutto auer fatto inuidioso molto d’esser aggregato con essi loro in cossi nobile esercitio, offerendosi d’allora in poi esercitarsi con essi loro, a quanti dall’ill.mo Principe di essa accademia li richiede. Per la qual cosa, fu da quelli si riceuto carissimamente, e darli il nome dell’accademico Incognito, et aggregato nel numero di essi, ne fu imposto all’accademico Bidello che rispondesse all’ultimo poema scritto da detto accademico Incognito. Doue che da quello, per l’istesse conoscenze, fu inuiato l’infrascritto poema che segue
//f.159r//
Risposta
Ridendo, a che piu preghi con man gionte?
Mi disse Apollo, ch’el dir uago infonde.
Colui le sue uirtu con uoi nasconde
Per farle in altro tempo al mondo conte.
Tutte le uie sa ben del sacro monte,
Conosce e tratta le chiare acque e monde
Del celebrato fonte oue s’infonde
Per dar corona all’onorato fronte.
Con atti, poi soggiunse, men festosi:
Che non preghi per te, Bidello, degno
Non d’un sol cippo, ma di lungo esiglio?
Egli ha passato, e tu non giungi al segno.
Cio detto sparue, e con occhi sdegnosi
fe’ tremar, ond’ho turbato il ciglio.
Fu lodato molto il sopradetto poema da tutti signori accademici, e lodorno infinitamente l’accademico Bidello che s’era fatigato in quello. E mentre l’uno, inuidioso dell’altro, pensaua giorno e notte qualche strauagante soggetto col quale potesse comparere in cossi ornata compagnia, ecco che repentinamente un giorno furno tutti congregati nel loro solito loco e dettoli che per corriere, da poeti della citta di Bari, erano stati inuiati ad essi signori accademici molti poemi, quali furono letti e reletti in presentia loro e furno lodati di molta scienza. Et fu imposto dal Principe dell’accademia in farsi alcuna bella e dotta risposta co<n>forme si speraua in essi.
//159v//
Alla molto eccellente e uirtosa accademia de’ Piaceuoli di Venosa
Donna, che in Cipro, in mare, in terra e in cielo
Regni fra stelle, ninfe, onde e uiole,
Qual stella in ciel, che sorgi innanzi al sole,
Diurna luce e dietro oscuro uelo
Qual figlia in mar, Dea in Cipro, Apollo in Delo,
Paueggi con trofei d’eterna mole,
E focosi pensieri, atti e parole,
Qual ninfa in terra accendi, opposta al gelo
Ecco ch’una leggiadra e dotta schiera
Di piaceuoli poeti, ordendo, al segno
Del tuo nome gentil, girlande e fiori,
Or uenga in terra i pargoletti amori.
Or i lumi del ciel alza il disegno
Or a Cipro, or al mar, la mente altiera.
Quiui spiegar si uede occulti ardori
Sotto incognit stil. Quiui andature
Liete, sotto color di sorti oscure,
Tra purpuree rose e uerdi allori.
Quiui sotto pensier di nuoui amori
Antique fiamme,e sotto aspre figure
Viole dolci, amorose alte testure,
Tra piaceuoli fronde e bei lauori.
//160r//
Vanne Venosa ormai, ricca e gioiosa
Di nuouo onor, di nuoue imprese, ardente,
Cangia, diua gentil, l’antico seggio,
Che del suo mal presaga, il uecchio freggio
Sospira, e se ne ua mesta e dolente,
Tratto ha uiuo ualor Cipro, in Venosa.
Venusinae accademiae quae Placidi inscribitur
Quos italis nuper libuit mihi uisere metris
His ego nunc elogiis, Cypria diua loquor.
Pauca prius retuli Veneris sub numina blandae
Et modo sub Veneris, numina pauca feram
Quam bene res gessit Venusini nominis ortus.
Inclitus ex Veneris nomine nomen habenda ars
Hic Albi feriunt eleuato uertice montes
Sydera, et arbori bus florida membra gerunt
Ima petra, gelidae ualles, mirteta uirescunt,
Aurea mala uigent, punica grana iubent.
Hic quadri casum, referens philomela dolentem.
Hic plorat lacerum, Daulias alas Itym.
Hic aliae modulantur aues, caua saxa loquunt,
Vernat ager, resonant flumina, prata uirent.
Hic solitae Nymphae, uarios decerpere flores,
Et uaria nitidum cingere fronda caput.
Puniceo crocas redimere papauere uestes,
Et laetos, laeta ducere fonte, choros.
Hic liquido placido labentes murmure fontes,
Undique frondiferis rupe tegente comis.
// 160v//
Moenia prisca fouent urbem patriosque penates,
Moenibus auxilio delubra prisca foris,
Denique, cum Cypriae Veneris ter grata uoluptas
Hic dent Veneri ter locus aptus erat
Insuper ardenti ueneranda Venusia classis
Ferre tibi poterat stegmata sola Venus.
Hinc rutilans tanti praefers insignia ducis
Et puer in quo sit, hac duce, ludit amor.
Perge hilaris coeptis adsit fortuna secundas,
Ad superos actus, euehat usque tuos.
Hac placide placidum ueneranti carmine coetum
Bis placidos placido pectore redde sonos.
Furno molte le risposte in Vulgare et in Latino che se rimandarno in lode dell’authore che s’era degnato scriuere in lode di questa honorata Accademia, ma perché all’hora mi ritrouai nella citta di Salerno per li studii de legge e sacri canoni non hebbi persona che hauesse hauuto pensiere di raccogliere tali belli poemi gia che non sauo alcuno mai che di essi, se ni hauesse hauuto da far accoglienza: si bene m’e capitata nelle mani un esortatione fatta dal Principe dell’Accademia a tutti s.ri Accademici che uogliano attendere giorno e notte alli studii della Poesia esortandoli a quella caldamente giache il perfetto poeta ha in se tutte altre scienze che sono nel mondo come per l’esperienza se puo uidere e l’Esortazione fu questa che segue
// 161//
Conoscendo in uoi, molti eccellenti signori, quanto sia ardentissimo il desiderio di poetare, mentre uniti ui uedo tutti in questa nostra accademia, non ad altro effetto, per questo li dico che il poeta che ueramente e tale, in nome e in fatti, deue essere capace di tutte arte e scienze, percioche con quelle abonda di tanto merito e di tanta eccellenza che ingombra il mondo di altissimo stupore. Percioche non e materia umile, uaga o deletteuole o rara e graue che non sia dalla leggiadra sua penna con parole geniale uestita. Il poeta, alle cose morte, da co’suoi uersi finta uoce e uita. Nell’elegia fa sentire le querele e uedere le lacrime dell’afflitti.
Ne i suoi poemi non si legge, ma si uede, il foco dell’arse citta, il sangue dell’uccisi, il filo dell’armi, l’ali de i uenti e de i caualli. Il poeta, molti anni innanzi di Platone et Aristotele et d’altri filosofi, tutti l’ammaestramenti filosofici insegno sotto alcuni uelami. Con la fauola di severissimi che nell’Inferno giudicano l’anime di tutti i morti e danno a i maluagi supplicii grauissimi, cerco il poeta destorre da i uitii le persone universalmente. Con la sete di Tantalo, dall’auaritia procuro leuare l’animo altrui. Con la fauola di Licaone, ritrarre l’omini dalle scelerate opinioni. Con la calamita di Bellerofonte, abbassare la temerita. Con la pena d’Issione, spaventare i mortali dall’inonesta operazione. Con la fauola di Febo che sia stato pastore delli armenti di Ameto, manifesta l’incostantia dell’anima. Col raccontare che i Ciclopi fabbricassero le saette a Gioue, e che Febo li uccidesse, e che Venere fusse di spume generata, scoperse i secreti della Natura. Con le fatighe di Ercole, ad eccelse imprese infiammo. Con la ineffabilità de i campi Elisi, all’integrita della uita, alla fede, all’equita, alla religione et a tutte le uirtu alletto la merauigliosa forza del poeta1.
[…]
Quanto ha scritto Omero, poeta greco, Virgilio, poeta comico, Oratio uostro, poeta lirico, e molti altri che sarria assai lungo a raccontarli tutti, è pieno di moralita e di documenti filosofici. Per la qual cosa, conoscendo quanto sia ardente il uostro desiderio di poetare, mentre ui scorgo riuniti insieme in questa nobile accademia, non ad altro effetto percio l’esorto tutti a perseverare in questo incominciato studio. Percioche e cosa degna d’ammirazione, uedere in questa uostra citta li nobili et ignobili, litterati et plebei, nella citta et boschi e uille, giornalmente, poetare, come che in Venosa se ritrovasse l’abitatione delle Muse e non piu nel loro Libetro. Finita dell’Ill.mo principe questa ouazione, li sopradetti signori dell’accademia se leuorno tutti in piedi e facendoli umile riuerenza, lo ringratiarno infinitamente. Dopoi, il signor Giouanni Antonio Rossano, scriuano dotato di bellissime leettere, della //163r//cui persona al spesso la fedelissima citta di Napoli se seruiua in tutte le sue occorrenze, si per la Regia Maesta in Spagna, si anco in tutti altri potentati, ringratiandolo cossi in nome di tutti, cossi brevemente comincio:
Illustrissimo signore, di cui degni meriti per le sue rare e uirtuose qualita sono non solo degne da essere celebrate da tutti uiuenti, ma di singulare stupore e consolazione presso tutti i populi d’Italia, doue che non senza causa sparso e il grido per il mondo tutto dell’eroiche gesta di questa ill.ma famiglia de i Monti, onde si puo, anco senza errore, affirmare che, sincome i monti sono un principale ornamento et una speciale bellezza del
mondo, cossi e non altrimenti si scorge nella famiglia di V.S. Ill.ma2.
[…]
//165r//
Ch’in Venosa signor, come ognun uede,
Vadino li poeti a schiera a schiera
Marauiglia non e, poiche la uera
Delle antique sorelle e qui la sede.
Qui nacque il Flacco delle Muse erede,
Qui l’Eustachio Diuin che con sincera
Nota descrisse il mondo e si non era
Dal Frezza occulta, l’opra, farria fede.
Qui nacque il buon Tansillo, siben Nola,
Priui di mirti e uerdigianti allori,
Non senza inuidia la sua gloria inuola.
Qui nacquero i Maranta, i duoi scrittori,
L’un della legge e l’altro della scola
D’Esculapio: ambi duoi canori://165v//
Molti altri auria da dir ma mi consiglio
Lasciarli, giache l’opre son si pronte
Che li dara perpetua uita, e conte
Andran col tempo, a par senza periglio.
Ma, a che la fronte increspi e inarchi il ciglio,
A che fauelli del Vulturio monte,
che del Albo e Trichitinio fonte
Due alberga finor Latona e il figlio?
Ma, a cio non resti pur marauigliati
Senti quiui cantar uillani e putti
Dirrai che metri fanno alla sicura.
Cio per arte non e, ma di natura,
Ch’auendo gia le Muse cosecrato
Il loco, poetando parlam tutti.

FONTE: G. Cenna, Cronica Antica della Città di Venosa, cc. 157r-165v.

giovedì 9 aprile 2015

Paesi lucani. 33. Chiaromonte


FONTE: L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, in Napoli, nella Stamperia Simoniana, 1802, t. IV, pp. 7-8.

giovedì 2 aprile 2015

Paesi lucani. 32. Fardella moderna


FONTE: L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, in Napoli, nella Stamperia Simoniana, 1802, t. IV, p. 258.