giovedì 24 novembre 2016

A margine di A. De Francesco, "Rivoluzione e Restaurazione (1789-1830). Il percorso politico di una generazione" (Donatella de Marco, Pietro Galante)


Nel seminario di giugno 2016, tenuto dal prof. Antonino De Francesco, studioso di chiara fama dell'Università di Milano, si è provato a fare un discorso di ordine storiografico, cercando di evidenziare come la generazione "napoleonica" abbia letto e interpretato gli avvenimenti di cui è stata sempre testimone e protagonista. Nella seconda parte del seminario, poi, De Francesco ha provato a fare delle piccole considerazioni sulle prime storie della Rivoluzione francese, spesso ispirate dall'intervento di Madame de Stael, pubblicato postumo nel 1818 e che avvia una serie di riflessioni sulla Rivoluzione che appartiene alla stagione della Restaurazione, base di appoggio del dibattito storiografico. In questo post cercheremo di darne brevemente conto. 
La periodizzazione, innanzitutto: 1789-1830, chiamata "alla francese", perché in questo anno avvenne l’allontanamento di Carlo X a seguito della comparsa della monarchia Orleanista, con Luigi Filippo, che si proclamava liberale e ritoccò quella carta costituzionale che Luigi XVIII aveva concesso. In Italia, tale data significa molto meno, perché la Restaurazione comincia all'indomani della caduta dell’impero napoleonico e si protrae, cosi, per tutto il 1848: pertanto, si è scelta questa periodizzazione alla francese proprio perché in Italia la Restaurazione rimane attiva anche nel decennio successivo; da sottolineare, però, che questo termine viene scelto da De Francesco stesso.
Il "percorso politico di una generazione" è, secondo il prof. De Francesco, compreso tra il 1789 e il 1830; i termini Restaurazione e Rivoluzione sono, altresì, contrapposti: infatti la Restaurazione sarebbe il ritorno ad una stagione precedente alla Rivoluzione, grazie anche allo stesso Luigi XVIII, che concede una carta costituzionale, tanto che nulla poteva più essere come prima, sicché si dovette tener conto di questa rivoluzione (1789-1799), fino agli anni successivi che sono quelli della repubblica consolare con Bonaparte. I protagonisti, tuttavia, sono sempre gli stessi: alcuni compaiono in occasione del 1789, quando, sulla scena politica di Francia, compare una serie di persone che deve tutto alla Rivoluzione e che, quindi, ad essa rimane profondamente legata. Stesso discorso si applica all’Italia (1796); quindi, negli anni successivi, l’ingresso delle truppe francesi comporta la necessità di costruire un nuovo ordine di persone che decidano di aderire a questa nuova situazione opposta sulle prime “baionette” di Francia. In Italia assistiamo ad un cambio della guardia molto significativo, in forme e modi diversi a seconda dei contesti territoriali.
Sulla scena politica di Francia compaiono, dunque, nuovi volti che erano rimasti ai margini e che sono chiamati a confrontarsi con diversi snodi, cosi in Francia, come in Italia. Il primo passaggio epocale è quello 1799-Brumaio: Bonaparte, in effetti, compie la sua rivoluzione dichiarando di essere uomo del partito,di voler combattere le fazioni che stanno distruggendo la repubblica francese. Prende il la sciogliendo le assemblee di cui era formato il sistema direttoriale e in occasione del 1799 alcuni sono contrari, come altri sono favorevoli a questo colpo di scena: molti si riconosceranno nella svolta del Brumaio, come quella del consolato a vita (1802) fino ad arrivare, nel 1814, al crollo dell’asse Napoleonico sia in Francia che in Italia. 
A questo punto si incomincia a condividere il pensiero di restaurare un ordine che aveva preso le distanze da tutto ciò che era nato negli anni precedenti. Da questo punto di vista il caso francese è davvero singolare: tutto si evolve in poco più di un anno (1814-15) con la successione di quattro regimi diversi. L’impero dei francesi crolla nella primavera del 1814 a seguito della sconfitta di Carlo X, poi con il ritorno di Luigi XVIII e la sua fuga. Nel 1815 ritorna Napoleone e ritorna l’impero in chiave liberale, mentre, successivamente alla sconfitta di Waterloo, si ha ancora il ritorno di Luigi XVII; sono un susseguirsi di eventi che in quattro regimi nel giro di un anno sono l’ uno la contrapposizione dell’altro.
La situazione successiva fu terribile, fatta di scelte drastiche, dal che che nasce il termine complesso delle girouettes, parti controrivoluzionarie di fede borbonica - stesso discorso anche per l’Italia, in un giro di tornaconto personale. Esse sono l'emblema di quanto peggio si potesse immaginare nell’ambito politico, non consentendo di contrapporre nettamente Rivoluzione e Restaurazione e, comunque, consentono in qualche modo un termine di continuità: il personale politico diventa di governo, disposto a collaborare con una restaurazione borbonico, che si tiene, comunque, disponibile a mantenere le vie della modernità. Luigi XVIII, infatti, cerca di costituzionalizzare il proprio regno per dimostrare che nulla potesse essere come prima, anche perché il sovrano su qualcuno doveva pur contare per costruire il proprio governo e la propria pretesa di restaurazione e questo "qualcuno", in realtà, solo l’anno prima aveva espresso pubbliche lodi nei confronti di Napoleone: da questo punto di vista restaurazione e rivoluzione sono cose non diverse, ma facce della stessa medaglia, ossia un sistema politico che cerca un equilibrio in un'identità costituzionale.
Il problema più grande all’interno della rivoluzione è proprio quello di determinarne il significato in una chiave costituzionale, ossia quello che riesce a fare Luigi XVII grazie all’aiuto delle potenze alleate che avevano sconfitto Napoleone nel 1814.
La Francia, a tal proposito, ha avuto varie costituzioni, da quella del 1791 (costituzione monarchica e liberale) a quella del 1793 (dell’anno primo, stipulata dalla Convezione e mai andata in vigore), del 1795 (o dell’anno terzo, voluta sempre dalla convezione che, mentre si liberata di Robespierre, dichiarava esaurita l’età del Terrore) e, successivamente, si ha una svolta con il Brumaio, in cui Bonaparte estirpa la "mala pianta" delle fazioni, dove il gioco politico introdotto dalla costituzione del 1795 aveva creato, con la costituzione dell’anno ottavo, una legittimazione del colpo di Stato stesso, perché poneva fine al dibattito politico. D’altronde, la costituzione del 1795 escludeva la formazione dei gruppi all’interno della vita francese, ma, al tempo stesso, recuperava il principio fondante della sovranità popolare, sul quale si erano basate tutte le altre costituzioni: ora, in effetti, tutte le decisioni vengono prese dall’alto.
La nascita dell’impero, attraverso un plebiscito, un voto riconosciuto a tutti i cittadini di sesso maschile molto diverso dal referendum, segna l’approvazione della costituzione dell’anno ottavo, introducendo una politica che, come ha sottolineato il prof. De Francesco, avrebbe avuto grandi fortune nel corso dell'Ottocento. Con lo stesso sistema, infatti, il potere sarebbe passato nelle mani di Napoleone III.
Nel 1794, i partiti politici degenerano in lotta di fazione: si interviene in primo luogo contro il Terrore per salvare la Francia Rivoluzionaria da una dissoluzione che proviene dalla debolezza politica francese. In effetti, con la morte di Robespierre, si pensa di riprendere il discorso precedentemente abbandonato e proprio negli anni successivi iniziano le riflessioni sul significato di Rivoluzione. Poi, con personalità come Madame de Stael, dopo il Terrore si cerca di fondare un ordine costituzionale e, cosi, compaiono le prime storie sulla Rivoluzione.