La famiglia Gesualdo e Venosa. 2. Il principe musico

Carlo nacque a Venosa, in Basilicata, l'8 marzo 1566 da Fabrizio e da Geronima Borromeo.
Poche e frammentarie sono le notizie relative ai primi vent'anni di vita e attività del Gesualdo. È noto però che, pur appartenendo a un "ceto di altissima aristocrazia napoletana", e godendo inoltre del prestigio e dell'autorità che gli derivava dallo zio paterno card. Alfonso - dal 1596 arcivescovo di Napoli e decano del S. Collegio -, cominciò prestissimo a dedicarsi agli studi e alla pratica musicale.
Dopo la morte del fratello primogenito Luigi, esigenze dinastiche e la preoccupazione paterna "di dar moglie al secondo affinché sì ampia ed antica eredità non venisse ad uscire dalla casa" (Ammirato, I, 1580; II, 1651, p. 13), spinsero il Gesualdo a unirsi nel 1586 in matrimonio - previa dispensa papale, trattandosi di cugini primi - con Maria d'Avalos, figlia della zia paterna Sveva e di Carlo d'Avalos, e già vedova, seppur giovanissima, di Federico Carafa. Nacque Emanuele, l'erede desiderato ("Lieto presagio di leggiadra vista" - lo cantò il Tasso), che sposatosi nel 1607 con Maria Polissena di Fürstenberg sarebbe poi morto ancora giovanissimo il 20 agosto 1613, a soli pochi giorni di distanza dalla scomparsa del padre.
Le nozze legarono il casato dei Gesualdo a una delle più potenti famiglie dell'aristocrazia napoletana ma portarono, nella notte tra il 16 e 17 ottobre 1590, a un drammatico e fin troppo celebre epilogo - l'uccisione della moglie e del suo amante Fabrizio Pignatelli Carafa, duca d'Andria: soggetto "nel quale piange e canta tutta Napoli", che per lungo tempo, e fino ai nostri giorni, commosse e accese la fantasia spesso morbosa di cronisti, cantastorie e letterati di mezza Europa. Subito dopo la tragedia, senza aspettare l'apertura del processo, che venne subito archiviato dal viceré di Napoli, J. de Zuñiga, conte di Miranda "stante la notorietà della causa giusta dalla quale fu mosso don Carlo Gesualdo principe di Venosa", motivi di opportunità "politica" e di rispetto nei confronti delle famiglie delle vittime (la cui indignazione era dovuta soprattutto al fatto che a compiere il delitto non era stato in prima persona il marito tradito bensì la mano plebea di servitori) spinsero il Gesualdo a ritirarsi nel castello di Gesualdo, dove rimase per circa un anno dedicandosi alla caccia e alla sua ormai quasi ossessiva passione per la musica e la composizione: quando infatti nel febbraio 1594 raggiunse Ferrara per le nuove nozze con Eleonora d'Este - nipote del duca Alfonso II e sorella di Cesare d'Este - sappiamo che recava con sé diverse composizioni che vennero pubblicate pochi mesi dopo il suo arrivo alla corte estense.
Era stato il cardinale Alfonso suo zio a tessere in prima persona la tela di questa nuova e prestigiosa unione che, se da un lato mirava a sottrarre Carlo a un isolamento sin troppo lungo e intellettualmente sterile, inserendolo in un ambiente culturalmente vivacissimo come quello ferrarese, dall'altro corrispondeva alle aspettative - andate poi deluse - di Alfonso II d'Este di impedire con l'appoggio del potente cardinale napoletano che Ferrara tornasse alla Chiesa dopo la sua morte.
La vivacità della corte estense e la nascita del figlio Alfonsino non riuscirono tuttavia a placare l'umore "malinconico" e l'irrequietezza del "Napuletanissimo" principe il quale, dopo solo pochi mesi di soggiorno ferrarese - felicissimo come si è visto dal punto di vista della creatività musicale, assai meno per le crescenti incomprensioni con i membri della corte estense ("un covo di vipere" arrivò a definirla in una lettera allo zio cardinale, eccezion fatta per il vecchio e gentile Alfonso II) e per i pettegolezzi che circondavano la sua vita privata - con grande sconcerto dei parenti acquisiti e umiliazione della moglie, abbandonò improvvisamente Ferrara per rifugiarsi, nel maggio 1594, nella solitudine di Gesualdo. 
all'inizio del 1596, si stabilì definitivamente nel suo feudo meridionale, ancora una volta senza la moglie, che si rifiutò per lungo tempo di seguirlo. Alle insistenti preghiere che gli giungevano da Ferrara perché vi facesse ritorno e, riavvicinandosi a Eleonora (i maltrattamenti verso la quale erano diventati ben presto oggetto dei malumori della corte), rimediasse alla sua fuga, il Gesualdo oppose sempre giustificazioni di salute, sollecitando a sua volta la consorte a raggiungerlo con il figlio. Alla fine la ebbe vinta: il 3 dicembre 1597 la principessa di Venosa, accompagnata dal conte della Saponara, da F. Sanseverino e dalvconte Fontanelli, raggiunse con il figlio il castello di Venosa, accolta con "honori infiniti" dal marito, con il quale poi - nel maggio successivo - mosse alla volta di Gesualdo. Seguirono anni di sofferenze, per il pessimo trattamento riservatole dal marito e per la perdita del figlio Alfonso (che morì nell'ottobre del 1600).
Anni dunque di febbrile ma fertilissimo lavoro, quelli dell'ultimo lungo periodo trascorso a Gesualdo. Anni però anche di cupa solitudine, di ossessioni religiose, di continue "indipositioni" e tensioni psicologiche, rispecchiate come una sorta di confessione autobiografica in madrigali come "Resta di darmi noia/ Pensier crudo e fallace" o quello ancor più drammaticamente espressivo che recita: "Io pur respiro in così gran dolore,/ E tu pur vivi, o dispietato core", che costituirono la ragione prima dell'isolamento nella sua fortezza campana e che alla fine condussero il Gesualdo a uno stato di completa instabilità fisica e mentale.
L'8 settembre 1613 sopraggiunse la morte, preceduta solo di pochi giorni (20 agosto) dalla tragica scomparsa per una caduta da cavallo del figlio di primo letto Emanuele, che forse ne accelerò la fine.
FONTE: Dizionario Biografico degli Italiani, voce di A. Lanfranchi, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000, vol. 53.

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