giovedì 26 gennaio 2017

Paesi lucani. 37. Lagopesole a fine Ottocento

Lagopesole, castello di circa 1000 abitanti, già prima aggregato alla città di Atella, oggidì è unito al comune di Avigliano dal quale è distante 16 chilometri. Molto interessante è questo magnifico e bel castello, edificato al più tardi dai principi Normanni signori della città non lontana di Melfi. Gradito luogo di delizia e di trattenimento per le loro cacce, su di una delle colline del monte Carmine, in bellissimo sito quasi a due miglia dal bel lago del medesimo nome, era cen-tro a quell’epoca di boschi interminabili abbondantissimi di cacciagione. L’edifizio di architettura gotica, attualmente può dirsi ancora ben conservato in paragone di molti altri, e lo deve certamente al sito appartato nel quale trovasi lontano da centri popolosi. Vi sono grandissime sale, adorne di sculture, con porte e finestre gotiche in buono stato; la sola porta principale è nel-la parte superiore nascosta da una moderna costruzione […]. Il castello ha una sola torre quadrata grande e solida, la quale non manca nel suo fondo di cupi sotterranei incavati nel granito ad uso di prigioni. Poco discosto è il lago che prendeva il nome da un’isoletta natante, che oggi è ferma ed attaccata alla sponda, laonde perduta la forma ellittica, il laghetto è divenuto irregolare e poco profondo; in esso ha la principale sorgente il fiume Bradano. Vasto è ancora il bosco di Lagopesole, e nella parte più prossima al castello, osservasi una grande spianata di figura ellittica, quasi tutta circondata di alberi secolari, la quale probabilmente adopera vasi agli armeggiamenti ed alle giostre.

FONTE: A. BOZZA, Il Vulture ovvero Brevi notizie di Barile e delle sue colonie con alcuni cenni dei vicini paesi, Rionero in Vulture, Tipografia di Torquato Ercolani, 1889, pp. 98-99

giovedì 19 gennaio 2017

La descrizione del Regno di Napoli di Pacichelli: alcune note

Figura notevolissima di erudito e viaggiatore ante litteram, il romano Giovan Battista Pacichelli, dottore in utroque jure, fu Auditore della Nunziatura Apostolica di Colonia, oltre che accademico e ambasciatore di Ranuccio II Farnese. 
«Mentr’egli girava pel nostro Regno, raccolse le più mirabili memorie di ciascheduna città, e terra principale, co’ prospetti delle medesime, e co’ piani topografici delle provincie […] e l’opera cominciò a manipolarsi nel principio del 1695. Ma essendo avvenuta la morte dell’autore, restò incagliata per lo spazio di otto anni». (F. SORIA, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, in Napoli, nella Stamperia Simoniana, 1781, t. II, p. 463).
Frutto dei viaggi dell’autore, il suo postumo Regno di Napoli in prospettiva  divenne una fonte ricca di informazioni per la successiva erudizione settecentesca. Nello stesso tempo, l’opera del Pacichelli si poneva non tanto nel solco delle descrizioni seicentesche, ridotte, come si è visto, a puri manuali popolari, quanto, piuttosto, li superava in uno sforzo di osservazione più diretta, meno mediata dall’erudizione e dal principio di autorità che aveva minato le consimili opere del Bacco e del Beltrano. 
In effetti, il Regno di Napoli in prospettiva superava l’impostazione manualistica, quasi da almanacco ‘corografico’, basata su schemi ripetitivi, ma andava ad esaminare in modo capillare, con l’ausilio della rappresentazione cartografica, il quadro politico-istituzionale delle province, facendo altresì perno non solo sul canonico schema politico-istituzionale, ma anche sulle potenzialità economiche del territorio e sulle peculiarità geografiche dei singoli centri . 

giovedì 12 gennaio 2017

Le descrizioni del Regno di Scipione Mazzella ed Enrico Bacco

Il passaggio dall’attenzione primaria per la Capitale del Regno alle province, in concomitanza con una più decisa attenzione ad esse, da parte del Viceregno, come preziose fonti fiscali in concomitanza con la ripresa della lotta anti-turca, creò un'opera che sarebbe stata modello strutturale ed espositivo nelle sezioni introduttive delle storie locali, la Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella , ricca di «utilissime notizie, sebben senza troppo accorgimento ammassate», secondo il giudizio del Soria, incentrato sull’utilità dell’opera del Mazzella. Esso può essere ancora valido, in quanto la Descrittione appare come un serbatoio ricchissimo di dati, inaugurando il modello espositivo non solo delle successive descrizioni, ma anche delle sezioni proemiali delle storie locali, nelle quali l’attenzione al sito, alla conformazione geografica e topografica della zona, alle costruzioni ed ai dati economico-fiscali diventava una vera e propria ‘porta d’ingresso’ per introdurre le caratteristiche originali della comunità. 
Se l’opera del Mazzella inaugurava una vera e propria tradizione parallela, situandosi all’inizio della tradizione
di un genere con alte potenzialità di consumo, fu, tuttavia, la meno accurata descrizione di Enrico Bacco a diventare un modello canonico per le storie provinciali lungo il Seicento, se non altro per le molte edizioni ed ampliamenti che conobbe lungo il secolo. Il Regno di Napoli diviso in dodici provincie dello scrittore-libraio di origine tedesca , infatti, ponendosi più decisamente nel solco della letteratura ‘utile’, epitomava, per così dire, l’ampia struttura parastoriografica del Mazzella e, pur riprendendone modi e forme espositive, concentrava in forme più accessibili, quasi a mo’ di prontuario, i dati geografici, storici, politico-istituzionali di ciascuna provincia, introducendo, altresì, il criterio delle rubriche cittadine. Infatti, laddove il Mazzella aveva armonizzato, secondo il modello biondiano ed albertiano, la breve descrizione delle città più importanti della provincia nel tessuto della descrizione dell’intero contesto provinciale, il Bacco introdusse un struttura assai più schematica e segmentata, molto più manualistica. In effetti, ad una brevissima descrizione della provincia, completa di cenni cursori di toponomastica e dell’indicazione di diocesi e vescovati, seguiva l’elenco dei centri abitati, con relativi fuochi, come già nel modello Mazzella, seguita da una «breve relatione dell’origine di alcune Città, e Terre della presente Prouincia», comprendente un rapido riassunto della storia cittadina, delle famiglie nobili e degli uomini illustri. Un modello, dunque, quello del Bacco, assai più utilizzabile in sede di presentazione della città, se non altro perché molto più segmentato, e quindi più ‘smontabile’, di quello narrativo del Mazzella.

BIBLIOGRAFIA:
P. VENTURA, Mazzella, Scipione, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2009, vol. 72, pp. 554-557.
F. SORIA, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, in Napoli, nella Stamperia Simoniana, 1781

giovedì 5 gennaio 2017

A margine del volume di Agostino Bistarelli, "La storia della Storia Patria"

L’idea di Nazione è un leitmotiv che ha attraversato tutte le celebrazioni, più o meno calibrate, del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Eppure, pochi sono stati gli incontri che hanno ricostruito e letto il contributo delle “piccole patrie“ locali dal punto di vista culturale. Si potrebbe, anzi, dire, che nel più generale contesto nazionale dell’«italianità» - citando il titolo di un interessante volume di Silvana Patriarca -, il contributo culturale dell’associazionismo storico locale postunitario è stato poco esplorato. Eppure, partendo dalla Deputazione di storia patria sabauda, voluta da Carlo Alberto nel 1833, alla Giunta centrale per gli studi storici del 1934, passando per l’Istituto storico italiano creato nel 1883, varie istituzioni storiche furono preposte dallo Stato alla raccolta, interpretazione e tutela delle fonti e dell’identità storica locale. Esse hanno svolto un ruolo centrale nel processo di unificazione culturale del Paese, costantemente animati, come sottolinea il curatore del volume, dalla tensione tra libera ricerca ed uso politico della storia.
Il volume in esame (A. Bistarelli (a cura di), La storia della storia patria. Società, Deputazioni e Istituti storici nazionali nella costruzione dell’Italia, Roma, Viella, 2012, pp. 324) in queste riflessioni riflette proprio, da vari punti di vista, su queste vicende, a partire dal saggio introduttivo di Paolo Prodi (Le ragioni di un convegno, pp. 9-14), che introduce il convegno del 17-19 maggio 2011 tenutosi alla Venaria Reale di Torino, seguito da Andrea Merlotti (Sfide e difficoltà di una celebrazione, pp. 15-21).
Il corpo del volume comprende saggi di buon calibro, volti a ricostruire le vicende di fondazione, evoluzione e ricerca degli Istituti storici nazionali nel corso di centocinquant’anni di storia unitaria. Nella prima sezione, “Istituti nazionali e primo cinquantenario” (pp. 23-114), sono compresi i contributi di Massimo Miglio (Dall’unificazione alla fondazione dell’Istituto storico italiano, pp. 25-44), Romano Ugolini (Il Risorgimento diventa storia. La genesi dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, pp. 45-58), Gian Maria Varanini (L’Istituto storico italiano tra Ottocento e Novecento. Cronache 1885-1913, pp. 59-102), Edoardo Tortarolo (I convegni degli storici italiani 1879-1895. Qualche nota documentaria, pp. 103-114). 
La seconda sezione esplora le vicende de “Le Deputazioni pre-unitarie” (pp. 115-186), partendo dalla Deputazione tori-nese, la cui evoluzione è esaminata da Gian Savino Pene Vidari (pp. 117-144), alla Società Ligure di Storia Patria, og-getto dell’analisi dell’infaticabile Dino Puncuh (Dal mito patrio alla “storia patria”. Genova 1857, pp. 145-166), all’analisi di Fulvio De Giorgi sull’organizzazione degli studi storici tra centralizzazione e autonomie tra Otto e Novecento (pp. 167-186).
Notevole è la sezione nella quale vengono ricostruiti assetti e vicende delle Deputazioni dopo l’unità (pp. 187-264): Renata De Lorenzo ha ripercorso la storia delle Deputazioni e Società di storia patria dell’Italia meridionale; Gilberto Piccinini, La Deputazione di storia patria per le Marche nei primi centocinquant’anni di attività e, infine, Carlo Capra si è occupato de La Società storica lombarda: origini e vicende (1873-1915). Purtroppo, questa sezione appare la meno sviluppata per informazioni ed approfondimento, nonostante nello stesso convegno di Venaria presidenti e soci delle diverse Deputazioni avessero portato i loro contributi, spesso di notevole rilievo (nonostante il curatore li citi in nota nelle sue considerazioni conclusive). Un’apposita sezione con i contributi della tavola rotonda avrebbe di certo approfondito il ruolo di Deputazioni e Società Storiche, specie quelle meridionali, comunque ben delineato nelle sue linee essenziali da Renata De Lorenzo, Presidente della Società Napoletana di Storia Patria. Se ne ricava un quadro appiattito sulle grandi Società Storiche napoletana e lombarda, tralasciando, nella mole di informazioni, che le Deputazioni e le Società locali hanno contribuito con studiosi ed opere di notevole rilievo.
La sezione conclusiva del volume, “Gli Istituti storici stranieri a Roma” (pp. 265-300), comprende i contributi di Rudolf Lill (Gli Istituti storici austriaco e prussiano a Roma, pp. 267-284) e di Jorge García Sánchez (La Real Academia, la Escuela Española e Rafael Altamira: esempi della rappresentazione culturale della Spagna in Italia, pp. 285-300). In realtà, essa risulta di peculiare interesse nel ricostruire l’intreccio tra storia nazionale e storia “globale” sul territorio del nostro Paese, con “epicentro” nella capitale.